Ricordo di Manfredo Fanfani

Alla fine degli anni Sessanta era già accesissimo nel Paese il dibattito sul futuro Servizio Sanitario Nazionale.

Nel 1971 divenni segretario provinciale della FIMM, Federazione Italiana Medici Mutualisti, che comprendeva a quel tempo, all’epoca delle Casse Mutue, anche i medici convenzionati esterni, di cui Manfredo era il rappresentante locale e nazionale.

Ricordo che simpatizzammo subito, uniti fin da allora da una comune attenzione per i diritti civili e quindi all’uguale e universale tutela della salute di tutti gli esseri umani.

Mi colpì subito il suo naturale atteggiamento tollerante, laico e signorile; ne nacque un’amicizia vera, finita purtroppo questo febbraio con la sua scomparsa.

Manfredo, laureato a Firenze, aveva iniziato con un piccolo laboratorio di analisi in via della Pergola. Poi, negli anni, grazie alle sue indubbie capacità imprenditoriali e alla sua competenza professionale, era riuscito a costruire un grande complesso, celebre per la perfetta funzionalità, “l’Istituto Fanfani”.

Chi a Firenze non lo conosce? Ricordo quante ore trascorse nel suo studio privato, reso celebre per aver fatto da set al film “Amici miei”, immersi in piacevoli colloqui; mi spiegava cosa significasse per lui l’essere al servizio dei pazienti, come riuscisse a organizzare al meglio l’accoglienza e a garantire la serietà e la correttezza del lavoro fatto.

Manfredo ha sempre inteso il contributo del privato come interno alla programmazione del servizio pubblico e per questo si è sempre battuto.

Ma ciò che, a mio avviso, rendeva affascinante e stimolante il discorso reciproco era la sua passione per l’innovazione. Non c’era strumento nuovo che non volesse subito provare per offrire il meglio a chi si rivolgeva al suo Istituto.

Non l’ho mai sentito recriminare sul passato, eppure eravamo negli ultimi tempi della nostra frequentazione due anziani colleghi ugualmente curiosi del mondo.

Nel suo Istituto, in pratica una bella raccolta di pittura contemporanea in specie toscana, Manfredo curava l’aspetto esteriore convinto (e io sono sempre stato d’accordo) che la bellezza fosse parte integrante della terapia.

Chi non ha letto le sue brevi e incisive pubblicazioni storiche, iconograficamente perfette, e chi non ha apprezzato l’identico orgoglio con cui mostrava l’elogio scientifico del premio Nobel Dulbecco e la lettera di ringraziamento di La Pira, con la quale il Sindaco di Firenze esprimeva ammirazione per il clima di rispetto, di ospitalità e di serenità che Manfredo sapeva creare?

Il prof. Fanfani è stato per molti anni Consigliere dell’Ordine di Firenze, lo era già quando lo divenni anche io nel 1972, e mantenne questo incarico per molti dei trenta anni della mia Presidenza, offrendo sempre una collaborazione intelligente e attenta, portata a comporre i dissidi ma, nello stesso tempo, a mantenere fermissima l’adesione a valori fondanti del Codice Deontologico.

Il suo agire è sempre stato improntato alla difesa dell’autonomia e della libertà della professione, al rispetto della collegialità e alla consapevolezza del fortissimo ruolo sociale della medicina moderna.

La medicina fiorentina perde uno dei più illustri rappresentanti.

Un uomo dal carattere forte e sereno, che ha dato molto alla nostra città e alla professione.

Lo ricordiamo e lo piangiamo insieme a Stefania e Fabio e ci auguriamo che i giovani colleghi sappiano far tesoro del suo insegnamento.

 

Antonio Panti