Lombardia e Toscana

di Antonio Panti

Antonio PantiRecentemente sul Corriere della Sera è apparso un articolo nel quale si lamentava come alcuni medici di riconosciuta fama e competenza si fossero dimessi dal servizio sanitario regionale lombardo. La scelta, sosteneva l’articolista, non era dettata dal desiderio di maggiori guadagni, possibili forse nel privato almeno in Lombardia, ma da una profonda delusione nei confronti del sistema pubblico. Il problema, lo verifichiamo ogni giorno, esiste anche in Toscana. Perché? Da decenni nel mondo della sanità si discute su quale sia il miglior servizio, se quello simil privatistico lombardo o quello rigorosamente pubblico della Toscana: un confronto che ha affaticato medici, politici e economisti. I sindacati medici hanno per lo più manifestato una preferenza per il servizio toscano anche se l’ultima riforma, che ha ridotto drasticamente il numero delle ASL, non è stata accolta con favore dai professionisti della sanità. La preferenza per la Toscana era dettata, tra l’altro, dai migliori rapporti tra medici e amministrazione. Il ruolo fondamentale dei professionisti sanitari era finora esplicitamente riconosciuto dalla politica regionale toscana. Ora è chiaro che, al di là delle diverse soluzioni adottate, il servizio sanitario pubblico e universalistico, che consente ai medici, dopo millenni, di servire il giuramento di Ippocrate, tende a essere inefficiente e costoso; tuttavia resta il mezzo migliore inventato finora per consentire a chiunque di veder tutelata la propria salute. Quindi teniamocelo stretto in ogni Regione. Però i medici sono a disagio, sia in Lombardia che in Toscana: in questo senso i due sistemi, sia pur così diversi, si assomigliano. Finora non era così. Finora i professionisti toscani avevano avuto un qualche ragionevole riconoscimento e il loro impegno era messo a confronto col decisore politico o amministrativo. In una parola i medici toscani, forse più di altri colleghi, erano partecipi della gestione del servizio sanitario regionale. Quest’accordo si è fortemente incrinato. Oggi la Toscana è divisa in tre piccoli stati pressoché autonomi, affidati a un Dipartimento regionale assai indebolito, in cui la programmazione è episodica e mancano i livelli intermedi di interlocuzione tra operatori e direzione aziendale. Gli organismi autonomi di consulenza sono stati aboliti o almeno indeboliti. Infine le correnti interne ai partiti tolgono forza alla politica di governo che dovrebbe essere affidata alla Giunta e che non emerge dal pantano delle divisioni. Questo quadro si inserisce nella tendenza, ora preponderante tra i politici, di rivolgersi direttamente alla gente, esautorando di fatto i corpi intermedi, Sindacati, Ordini, Società Scientifiche. Se immaginiamo tutto questo dentro un sistema cervelloticamente burocratizzato - e questo accade in ogni Regione- ci si rende conto come i medici si sentano veramente “forgotten men” e come un qualsiasi Trump che agiti il ciuffo “intra Tevere e il Po” può fare il pieno dei consensi. Ovunque i medici chiedono di andare in pensione prima del tempo, come dimostrano le statistiche del nostro Ente Previdenziale. E quando i medici optano per la pensione anticipata sostengono che la loro decisione deriva dal fatto che non ne possono più di lavorare in questo modo, che prima la medicina era cosa diversa, che si sentono abbandonati da un sistema al quale hanno dato il lavoro di una vita. A chi giova? Serve ai malati che i medici siano trasformati in meri esecutori delle direttive aziendali? Molte cose sono in gioco in questa perversa deriva del servizio sanitario pubblico. Toscana e Lombardia si assomigliano davvero, nell’allontanare i medici dal piacere della professione.

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