Il Morbo di Parkinson si può combattere. Con la boxe

Maurizio BertoniMaurizio Bertoni, Specialista in Ortopedia e Traumatologia. Ha lavorato c/o IOT, Clinica Donatello, Clinica Villa Nova. Campi di interesse chirurgico Spalla e Ginocchio. Formazione chirurgica c/o il Massachusetts General Hospital di Boston e la Columbia University di New York. Ampia casistica chirurgica. Ruolo di Adjunct Professor dell’Università di Pittsburgh dal 2014 al 2017. Fondatore e Direttore del Training Lab, Centro di Riabilitazione a Firenze affiliato con il Dipartimento di Fisiologia dell’Università degli Studi di Firenze. Il Centro ha scambi di terapisti e ricercatori con università degli Stati Uniti e della Germania. Membro dell’International Associate Faculty Sports Medicine Research Institute dell’Università del Kentucky. Presidente dell’Associazione A.P.S. “Un gancio al Parkinson”

 

Il Morbo di Parkinson è una malattia altamente debilitante per i pazienti, dei quali può pregiudicare marcatamente la qualità di vita. Studi recenti mostrano con sempremaggiore evidenza l’utilità dell’esercizio fisico nel migliorare i sintomi della malattia. La ricerca ha evidenziato inoltre che l’esercizio, per essere efficace, deve essere di alta intensità.
L’allenamento di boxe si è dimostrato utile nel migliorare molti dei deficit che i pazienti con Parkinson mostrano. Studi pubblicati mostrano tali risultati.
A breve partirà un programma di studio, primo del genere in Italia, su un numero consistente di pazienti per valutare l’efficacia della boxe sui loro sintomi.

 

Parole chiave: Parkinson, attività fisica, allenamento, boxe, neuroplasticità

 

La Nobile Arte per un nobile gesto

Nel 1719 un pugile inglese di nome James Figg aprì a Londra la prima palestra di boxe intesa in senso moderno. Chiamò l’attività della boxe la Nobile Arte. Nel 1817 il medico Inglese James Parkinson pubblicò il saggio sulla malattia che ha preso il suo nome. Oggi questi due campi, la Medicina e la Nobile Arte, si incontrano per cercare di migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da questa debilitante patologia.

La malattia di Parkinson è un disturbo neurodegenerativo progressivo caratterizzato da tremori, rigidità posturale, bradicinesia e instabilità posturale. Questi segni motori possono avere conseguenze dannose su equilibrio, mobilità e qualità di vita nei pazienti affetti dalla patologia.

Ci sono prove di evidenza scientifica che forme tradizionali di esercizio, come stretching, aerobica ed esercizi contro resistenza, arrecano benefici per la salute e la qualità di vita dei pazienti. In alternativa, anche esercizi non tradizionali hanno mostrato risultati promettenti. Esempi di tali attività sono il tango, il tai chi, il taiji e lo qigong. Questi programmi si sono dimostrati in grado di migliorare l’equilibrio, la mobilità, la resistenza all’andatura e anche di avere un effetto positivo dal punto di vista psicologico ed emozionale.

Una forma non tradizionale di esercizio recentemente attivato per i pazienti con Parkinson è l’allenamento del pugilato. L’allenamento della boxe tradizionale è progettato in modo che i pugili abbiano sufficiente resistenza per la durata di tutti i round, con abbastanza forza esplosiva per portate i colpi e muoversi rapidamente all’interno del ring.

In combinazione con il fitness, l’allenamento di pugilato comporta movimenti di tutto il corpo, con gesti veloci per portare i colpi con le braccia e il gioco di gambe in più direzioni.

Il gesto di portare i colpi combina movimenti delle braccia ad alta velocità con rotazione del tronco e aggiustamenti posturali anticipatori.

Pertanto l’allenamento di pugilato può essere un’alternativa efficace per migliorare le funzionalità motorie nei pazienti con Morbo di Parkinson.

Studi recenti dimostrano che l’esercizio fisico deve essere di intensità elevata per avere effetti evidenti sulla malattia.

Uno studio dell’Università di Pittsburgh (M. Zigmond) prospetta l’ipotesi che l’esercizio fisico intenso abbia capacità di stimolare i neuroni devoluti alla produzione di Dopamina. In un certo senso un effetto sulla neuroplasticità cerebrale.
Infine, per quanto concerne la nostra proposta, uno studio dell’Università di Indianapolis ha evidenziato come un allenamento di boxe eseguito per due volte alla settimana per un periodo di tre mesi migliori la qualità di vita di pazienti affetti da Morbo di Parkinson di lieve e medio grado, e come i risultati si mantengano per 6 mesi dopo l’interruzione del trattamento.

Si è di recentemente costituita una Associazione no profit, Un gancio al Parkinson (www.ungancioalparkinson.org), con lo scopo di migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti dal morbo.

Al suo interno è presente un Comitato Scientifico Internazionale che ha lo scopo di fare ricerca clinica sul meccanismo secondo cui il movimento migliora i sintomi della malattia e di trovare sempre più aggiornate terapie per tale fine.
Il Centro di riferimento dell’Associazione è il Training Lab (www.traininglabfirenze.it) dove attualmente viene svolta questa attività.

Sono stati elaborati protocolli di lavoro per validare metodiche di intervento riproducibili e quantificabili.

Il protocollo prevede:

• Valutazione iniziale.

Le valutazioni sono di tre tipologie:

  • test up and go;
  • test di stabilità statica su pedana Kistler (Figura 1);
  • test di reattività visio-motoria con strumentazione Senaptec (Figura 2);

box parkinson 1

box parkinson 2

• Riscaldamento (10’).

In questa fase l’obiettivo è quello di preparare il paziente per la fase centrale della seduta. L’attività proposta si concentrerà quindi sull’aumentare gradualmente la temperatura corporea attraverso esercizi di deambulazione e di mobilità attiva, inoltre l’intensità ancora contenuta permette di inserire esercizi che richiamano i movimenti fondamentali. Allo stesso tempo è necessario iniziare ad attivare il paziente anche dal punto di vista cognitivo attraverso esercizi coordinativi sia a corpo libero che con piccoli attrezzi. Per collegare questa fase di attivazione con la successiva vengono utilizzati esercizi di reattività che prevedono l’utilizzo della tecnica di base della boxe, in modo da portare gradualmente il paziente dal movimento generale a quello più specifico. L’attrezzatura usata in tale fase è rappresentata da piccoli manubri, palle medicinali, Bosu, palline da tennis.

• Fase di lavoro specifico (40’).

In questa fase vengono scelti esercizi boxe specifici in coppia con l’istruttore o al sacco. L’obiettivo è quello di proporre un lavoro intermittente in cui il paziente, pur alternando le pause e i recuperi, riesca a mantenere un’elevata intensità. Generalmente sono presenti due blocchi da 15’ all’interno dei quali questa alternanza tra lavoro e recupero viene gestita con un rapporto 2:1. Gli esercizi che compongono ogni blocco sono scelti non solo in base all’intensità richiesta dalla seduta, ma anche agli obiettivi cognitivi su cui focalizzare il paziente. Quest’ultimo, infatti, potrà cimentarsi sia con un lavoro di programmazione motoria attraverso l’esecuzione di combinazioni di colpi predeterminate e di difficoltà crescente sia con attività che coinvolgono la coordinazione alternata dei segmenti corporei nello spazio o la ritmizzazione attraverso il lavoro al sacco o con l’istruttore che indossa i “colpitori”(Figura 3), oppure con esercizi che richiamano la capacità di reagire correttamente a stimoli di varia natura controllando la risposta motoria attraverso i meccanismi di feedback. Infine, se la seduta lo richiede, possono essere inseriti circuiti che permettono al paziente di cimentarsi con più compiti contemporaneamente.

box parkinson 3

• Defaticamento (10’).

La fase finale della seduta ha come obiettivo di riportare il paziente a uno stato di calma diminuendo gradualmente l’attivazione sia nervosa che muscolare. L’intensità e la difficoltà degli esercizi si abbasserà gradualmente passando dal controllo dinamico a quello statico, infine si sposterà alla mobilità e alla flessibilità. Vista la natura di questa fase, è possibile anche concentrarsi sul controllo della muscolatura profonda dell’addome e del diaframma attraverso esercizi di respirazione e vocalizzazione.

Il programma prevede, per avere una certa efficacia, almeno 2 sedute settimanali, per 3 mesi. Certamente, dato il carattere progressivo della malattia, questo programma andrebbe continuato per periodi più lunghi o quantomeno ripetuto periodicamente.

In autunno è iniziato uno studio su 20 pazienti che saranno trattati con i protocolli di riferimento per un periodo di 3 mesi e sedute bisettimanali. Lo studio sarà sotto la supervisione di specialisti neurologi di due Ospedali di Firenze che fanno parte del Comitato Scientifico dell’Associazione.

Lo studio sarà finanziato interamente dall’Associazione, pertanto sarà totalmente gratuito per i pazienti. Si tratterà del primo studio in Italia su questa metodica.

 

bertoni@traininglabfirenze.it