Allattamento

Pediatri per l’allattamento materno

MOnica PietrarelliMONICA PIERATTELLI, Pediatra di famiglia, Firenze. Componente Commissione Pari Opportunità, Commissione Problematiche dell’Età Evolutiva, Commissione Salute e Ambiente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Firenze

 

Pierluigi TucciPIER LUIGI TUCCIPediatra di famiglia, Firenze - SICuPP Regione Toscana

 

 

Gli autori presentano una riflessione stimolante sull’allattamento materno, partendo da una sintesi dell’articolo sviluppato dal Comitato per l’Uguaglianza e l’Inclusione di genere e diversità presso l’università statunitense del Michigan.

 

Parole chiave: allattamento materno, madri medico, the Affordable Care Act, uguaglianza e inclusione di genere


Come membro della commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Firenze mi è sembrato utile sottoporre a tutta la categoria di sanitari una sintesi dell’articolo sviluppato dal Comitato per l’Uguaglianza e l’Inclusione di genere e diversità presso l’università statunitense del Michigan, che invita alla riflessione come cittadine, donne medico e soprattutto come pediatre.

Pediatri che sostengono l’allattamento materno: cominciamo innanzitutto con il supporto alle nostre colleghe pediatre

Le donne medico hanno alcuni dei più alti tassi di inizio dell’allattamento al seno; tuttavia, i loro tassi di prosecuzione dell’allattamento a 12 mesi scendono sostanzialmente dal 97% al 34%.

Le principali barriere includono la difficoltà a trovare il tempo e un luogo in cui estrarre il proprio latte durante il lavoro, le esigenze di conciliazione lavoro/famiglia e la percezione della mancanza di sostegno da parte del “datore di lavoro”.

Meno di un terzo delle donne medico è in grado di raggiungere il proprio obiettivo personale di allattamento, oltre la metà afferma che avrebbe allattato più a lungo se il proprio “lavoro fosse stato più favorevole”.

La difficoltà di trovare il tempo per spremere il latte sul posto di lavoro porta a saltare le “pause della poppata”, il che può portare a un blocco dei dotti, favorire ingorgo e mastite e ridurre la produzione di latte fino all’esaurimento per stress e senso di inadeguatezza. Le donne medico avvertono un doppio carico di colpa se vogliono allattare. Le esigenze di cura del paziente e il non voler “deludere la squadra” rendono difficili le pause. Questo è particolarmente un problema per i settori in cui le madri medico sono coinvolte in sala operatoria e in compiti procedurali.

Una cultura lavorativa di supporto all’allattamento materno dovrebbe ridurre tutto questo e dare alle madri medico la possibilità di prendersi il tempo necessario per spremersi il latte.

The Affordable Care Act (una legge di riforma dell’assistenza sanitaria varata da Obama) impone che i datori di lavoro forniscano alle madri medico che allattano “un ragionevole periodo di pausa e uno spazio privato per spremere il latte”, tuttavia molti datori di lavoro, compresi i sistemi ospedalieri, non hanno esteso le loro politiche o implementato cultura per aumentare il supporto per i loro dipendenti.

I vantaggi di supportare le dottoresse che allattano si estendono oltre i benefici per i loro bambini e includono il benessere della donna medico. Ciò a sua volta si traduce in una migliore cura del paziente e contribuisce al benessere generale del luogo di lavoro. Le pediatre che hanno fornito con successo latte materno ai loro bambini hanno inoltre maggiori probabilità di sostenere l’allattamento prolungato nelle loro pazienti.

Fig1 Pierattelli

Ci sono anche benefici per il datore di lavoro. Le madri che si sentono supportate nell’allattamento al seno hanno meno giorni di malattia (per la migliore salute personale ma anche per le ricadute positive per il bambino), più produttività e meno burnout.

Da non sottovalutare che questo onere viene inoltre pagato dalle tirocinanti in misura ancora maggiore. Le studentesse e le specializzande sono particolarmente vulnerabili dato che hanno meno controllo sui loro programmi di studio e lavoro, lavorano più ore e sono lontane dai loro bambini per periodi di tempo più lunghi.

Diventa quindi necessario formalizzare una policy che renda l’allattamento prolungato fattibile, prevedendo:

un tempo dedicato per spremere il latte: dovrebbero essere previste disposizioni per identificare del tempo per l’estrazione del latte;

un posto dedicato per l’estrazione del latte: dovrebbero essere previste disposizioni per consentire alle donne che allattano l’accesso a un luogo privato, pulito (non il bagno!!!) per estrarre il latte;

un posto dedicato per conservare il latte: il latte materno è considerato un prodotto alimentare; pertanto, le donne medico che allattano dovrebbero essere supportate nella conservazione del latte in aree in cui è possibile conservare anche il cibo dei dipendenti.

Commento

Questo documento parla da solo.

Da anni siamo impegnati come pediatri a proteggere, promuovere e sostenere l’allattamento materno e tutte le Regioni italiane hanno investito risorse per questo obiettivo di salute, la Regione Toscana prima fra tante. Eppure questa indagine, unica nel suo genere e sviluppata in un’università statunitense, ci mostra che nelle sedi dove lavorano proprio le donne medico e soprattutto le pediatre è faticosissimo raggiungere quello che noi tutti chiediamo a gran voce: garantire, rendendolo facile, l’allattamento anche prolungato.

Infatti se l’obiettivo fondamentale è l’allattamento esclusivo per lo meno per i primi 6 mesi di vita del bambino, sono sempre più numerose le dimostrazioni sostenute scientificamente che l’allattamento materno andrebbe prolungato anche durante l’introduzione degli alimenti complementari e proseguito fino a che madre e bambino (aggiungiamo anche il padre) lo desiderano. Anche oltre l’anno di vita.

Questo è reso possibile solo mantenendo la produzione di latte anche dopo il sesto mese, ed estraendo il latte e conservandolo accuratamente durante il periodo lavorativo dopo il congedo di maternità, in maniera tale che possa essere somministrato al bambino anche in assenza della madre lavoratrice.

Se guardiamo la realtà italiana le cose non vanno certo meglio. Anche senza una ricerca ad hoc (sarebbe utile un questionario italiano per fotografare l’esistente) alcune testimonianze (che rimarranno anonime) pubblicate di seguito ci mostrano la nostra faccia della medaglia.

Quindi c’è ancora molta strada da fare. È necessario formalizzare una politica generale e una policy specifica per supportare le donne medico che vogliono proseguire l’allattamento, e così aggiungere un ulteriore tassello alla conquista della parità dei diritti di genere.

Testimonianze

“Col contratto libero professionale o l’incarico è un incubo. Notti e turni di 12 ore fino al 5° mese di gravidanza. Rientro dalla maternità ai 5 mesi compiuti del bambino per necessità di reparto, con un bambino allattato esclusivamente al seno e di nuovo vengo inclusa nei turni di 12 ore continuative. Allattavo il piccolo al seno alle 6 di mattina prima di andare a lavoro, lasciando per chi lo guardava durante la giornata le scorte di latte tirato il giorno prima. A lavoro l’unico posto a disposizione per tirarsi il latte era il bagno, dove dovevo tirarmi il latte in piedi. Se c’era un cesareo urgente mi bussavano alla porta e dovevo correre via, essendo l’unico medico di guardia, e lasciare lì il tiralatte col latte tirato. È stato molto brutto, piangevo sempre ed è stata dura proseguire l’allattamento, che comunque per mia grande volontà ho portato avanti fino ai 16 mesi del bambino” (incarico libero professionale per Neonatologia in un ospedale periferico).

“Le dipendenti possono utilizzare un periodo di riduzione dell’orario giornaliero per allattamento (5 ore), ma non ne ho mai usufruito perché per noi medici, che siamo spesso da soli in turno o comunque a personale ridotto, è difficile, se non impossibile, lasciare il posto di lavoro allo scadere di 5 ore precise. Sono potuta rientrare che la bambina aveva 9 mesi, quindi la allattavo la mattina prima di andare al lavoro e poi quando tornavo a casa. Non mi sono mai tirata il latte in reparto, non ho trovato posto per farlo e che io sappia nessuna delle mie colleghe l’ha fatto. Sono riuscita in totale ad allattarla per 15 mesi (assunzione di ruolo in ospedale periferico)”.

“Da specializzanda non hai diritto a un orario ridotto per l’allattamento e da quando torni al lavoro sei inclusa nei turni di guardia di 12 ore del fine settimana, mentre per le notti, per fortuna, si aspetta l’anno di vita compiuto del bambino. I giovani colleghi non fanno sconti sui cambi turno e a volte per “spezzare” le 12 ore ci siamo aiutate tra mamme. In ospedale esiste un posto dove tirarsi il latte (il Lactarium), ma è difficile giustificare di assentarsi dal reparto per andarci, dobbiamo precisare che non si tratta di una “pausa” e comunque dobbiamo terminare il giro visite oppure la riunione che c’è in quel momento. Io ho scelto di tornare al lavoro agli 8 mesi compiuti di vita del bambino. Difficile conciliare l’allattamento con gli orari da specializzanda (lavorando molte più ore di quelle stabilite da contratto), ma l’ho allattato fino a 20 mesi” (specializzanda in un ospedale di III livello).

 

monica.pierattelli@gmail.com