Il “Manuale contro la peste” del dottor Buonagrazia, medico della Misericordia

Riccardo BeconciniRiccardo BeconciniIscritto alla Misericordia di Firenze dal marzo 1970. Nel luglio del 1993 è chiamato dal Corpo Generale ad assumere la carica di Capo di Guardia. In quegli anni ha ricoperto svariati incarichi: Economo, Responsabile automezzi e Cerimoniere. Dal 2016 è responsabile dell’Archivio Storico della Misericordia di Firenze, coadiuvato dalla dott.ssa Barbara Affolter e dalla dott.ssa Laura Rossi

 

 

Fra i protagonisti della Misericordia in prima linea nell’opera di soccorso sanitario spicca il nome di Girolamo Buonagrazia (1470-1541), medico di ruolo della Confraternita della Misericordia sin dal 1501. Come tale aveva l’obbligo di curare i fratelli e le sorelle della Compagnia e, più in generale, i “poveri” della città (Statuti del 1501, capitolo 3).

In cambio gli spettava una “provisione di lire ventiquattro piccoli et un’oca per Ognissancti, et una candela per la Candelaia et uno capretto per la Pasqua et non altro”.

In tempi di contagio, peste in primis, al personale sanitario della Misericordia la provvisione veniva raddoppiata, ma nonostante ciò molti preferivano rinunciare all’incarico ai primi segnali di “ammorbamento”. Non così il dottor Buonagrazia, sempre disponibile in ogni circostanza.

Nel 1522 la situazione sanitaria a Firenze si era fatta grave; da Roma giungevano notizie preoccupanti del dilagare di una terribile epidemia di peste altamente contagiosa.

I capitani della Misericordia reagirono immediatamente mettendo in campo uomini e risorse materiali per combattere la difficile battaglia. Contemporaneamente chiesero al Buonagrazia di contattare “sei fra i più dotti e anziani medici della città, valenti sia nell’arte medica sia in campo naturalistico e chirurgico” per riunirli nella sede della Confraternita ed elaborare con loro le più avanzate strategie atte, da un lato, a preservare dalla malattia gli operatori sanitari in servizio e, dall’altro, a dare sollievo agli infettati. Risultato del consulto doveva essere un “Manuale contro la peste” da distribuire ai 72 responsabili della Compagnia della Misericordia, i cosiddetti “Capi di guardia”.

Buonagrazia fece quanto richiestogli e consegnò in tempi record la sua Opera nuova della provisone et cura del morbo. Il trattato si presenta in due parti: una prima, di 28 pagine, scritta in latino di carattere “teorico-scientifico” e rivolta agli “esperti dall’arte medicinale”, e una seconda, molto più contenuta, di appena 10 pagine, scritta in volgare e destinata – lo spiega lo stesso Buonagrazia –, “a quelli che delle lettere non hanno cognitione, a’ quali non si repliecherà le cose theoricali [della parte latina] perché hanno di bisognio di cose breve, expeditie et utile.”

La parte latina si apre con un preambolo nel quale Girolamo Buonagrazia spiega che l’idea del trattato era nata dall’esigenza di disporre, da parte della Misericordia, di un manuale tecnico-pratico da utilizzare affinché “il contagio pestilenziale non si propaghi ulteriormente senza controllo tra un gran numero di persone” e “il morbo venisse eliminato totalmente, desiderando nel modo più efficace prendere precauzioni sagaci e caritatevoli nei confronti di tutti”. Segue un capitolo dedicato alla “Definizione della pestilenza” quale “malattia improvvisa, dai molteplici sintomi, che colpisce contemporaneamente un gran numero di persone.”

Seguono l’elencazione di una serie di tecniche di prevenzione della pestilenza partendo da specifiche “osservazioni” (evitare liquidi troppo densi, preferire zone areate e temperate, liberarsi ricorrendo a salassi ecc.) e la descrizione di medicinali quali erbe, pillole, elettuari, polveri ecc. Fra i rimedi anche i “pomi”, preparati fatti di erbe a forma sferica da accostare al naso per purificare l’aria; la loro composizione cambiava a seconda della classe economica dei malcapitati. Il Buonagrazia infatti propone “pomi per ricchi” con acqua di fiori d’arancio, di rose e altro, “pomi per il ceto medio” composti da viole, canfora, croco ecc. e, infine, “pomi per i poveri” ai quali consiglia di annusare più semplicemente maggiorana, ruta, santoregia o viola secondo la stagione!

La parte seconda, quella scritta in volgare, si apre con un suggerimento: “Consiglio guardarsi da ogni peccato; et quelli tanti che ne fussino, confessarsene diligentemente”; e non si dimentichi di “placare l’ira del Signore” con la preghiera e le buone opere. Seguono pagine di indicazioni di carattere pratico circa, ad esempio, la composizione della dieta, le situazioni da evitare (“superflua umidità”, aria cattiva ecc.), eventuali rimedi da adottare e altro ancora.

Particolare risalto viene dato all’“olio di scorpioni”, rimedio di riprovata efficacia “la cui descriptione è questa: recipe scorpioni di boschi di poggio, quando el sole è in leone, affoghinsi in quanta quantità di olio vecchio che basti e mettinsi in un vaso di vetro ben turato”.

Girolamo Buonagrazia si prende cura anche dell’“animo” dei suoi interlocutori: ricorda, infatti, che le malattie non vanno combattute solo operativamente ma anche sul piano psicologico: “Infra gli accidenti dell’animo, è la paura cattivissima: el sospecto è buono ma non la paura”. E termina, “debbensi in questo tempi vivere più lieto che nelli altri, cioè con più spassi” purché siano “leciti, cioè non di coito perché nocivo”.

Per l’edizione integrale del testo con saggi introduttivi, cfr. “De provisione et cura morborum pestilentialium. Hieronimi De Bonagratiis physici florentini”, a cura di Barbara Maria Affolter e Laura Rossi, introduzione Maurizio Naldini, contributi Donatella Lippi, Esther Diana, Domizia Weber, Firenze 2015.

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