“Mi sento morire!”: medici in soccorso dei “casi”

Barbara Maria Affolter Barbara Maria Affolter, Laureata in Archivistica all’Università degli Studi di Firenze, lavora da anni su incarico della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Toscana; attualmente cura l’Archivio storico della Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze.

 

 

Come accennato nello scorso contributo, uno dei servizi più antichi della Confraternita della Misericordia di Firenze consiste nel soccorso sanitario. Tanto esso è radicato che al passare di un’ambulanza i fiorentini usano dire “passa la Misericordia”. 

Ogni servizio, una volta espletato, viene descritto scrupolosamente in un apposito registro, un tempo cartaceo, oggi informatico.

In genere le informazioni riportate riguardano l’andamento dell’intero intervento di soccorso: data, ora e luogo dell’accadimento, le generalità del ferito o defunto (quando possibile), una prima descrizione del sinistro, il luogo di destinazione. In tempi passati, in alcuni casi, a queste informazioni operative venivano aggiunti altri dettagli di tipo più prettamente cronachistico, specialmente se durante il trasporto era avvenuto un evento fuori dall’ordinario.

Questo, ad esempio, il caso di un servizio del 25 marzo 1824, quando i fratelli erano stati chiamati a soccorrere “Del Granchio Caterina di S. Martino a Soffiano, di anni 70, caduta dalle case nove sul Prato nel popolo Santa Lucia mediante un colpo d’accidente. Avvisata la nostra Compagnia si portò a prenderla. Mentre i fratelli la portavano al cataletto, si accostò un certo Angelo Stoffi che per forza voleva vedere la malata. Ed essendogli caduta sul pastrano una favilla [scintilla] della torcia [fiaccola] portata dai fratelli, lo Stoffi si scagliò contro i fratelli, caricandoli di ingiurie e parole offensive e giunse perfino a minacciare il fratello che teneva la torcia con dirgli che, se non aveva la veste indosso, lo avrebbe cazzottato a morte [!]. Ma nessuno dei fratelli fece alcun moto, né rispose alle villanie che venivano scagliate da questo cattivo soggetto. Fattosi rapporto al nostro Provveditore, il medesimo fece ricorso al commissario di S. Maria Novella il quale, avendo fatto un breve processo camerale, fece arrestare il detto Angelo Stoffi e lo fece mettere in prigione.”

La serie dei Registri di caso è, quindi, un utilissimo strumento per la ricostruzione delle dinamiche di soccorso nei secoli effettuate principalmente da volontari, spesso affiancati dal personale dipendente specializzato (autisti, soccorritori professionisti).

In qualche caso, tuttavia, nei Registri troviamo anche la descrizione dell’operato di medici chiamati sul luogo dagli stessi soccorritori, una sorta di “servizio di primo soccorso medicalizzato” ante litteram.

Questo il caso di un servizio del 16 novembre 1779 quando, alle due del pomeriggio, i fratelli della Misericordia vengono chiamati a soccorrere “Maria Ferri del popolo di S. Lucia sul Prato di anni 23 essendo ammalata e gravida di sei mesi (…). Arrivati alla sua casa fu trovata la medesima che sedeva sopra il letto e disse poter venire da sé stessa fino al cataletto, come fece, sostenuta però da due nostri.” I “cataletti” usati in quel tempo erano delle barelle lignee portate “a mano” o “a spalla” e corredate da una struttura a forma di arco che, all’occasione, poteva essere coperta da un incerato per proteggere o celare il trasportato. I volontari in servizio, lo ricordiamo, indossavano delle vesti nere dotate di una “buffa”, una sorta di cappuccio calato sul volto con due fori all’altezza degli occhi; questo per garantire l’anonimato dei “fratelli”, che diventavano così disinteressati “strumenti della misericordia dell’Altissimo”. La Ferri, giunta al cataletto, “si mise a sedere nel medesimo; appena distesa disse: ‘mi alzino poiché mi sento affogare’. Fu allora subito dai nostri sollevata e, credendo poter star meglio, chiese dei guanciali. Gli furono portati e messi sotto le reni ma rinnuovò l’istanza chiedendo di essere di nuovo sollevata, come fu fatto. Ed a lì a tre minuti cominciò a gridare dicendo ‘mi sento morire’ e chiedendo con grande premura il curato. Sostenuta adunque e aiutata con tutto il calore ed impegno possibile dai nostri, sopraggiunse in quell’istante un grande affanno con tosse; e dopo aver fatto tre o quattro spurghi sanguigni, passò all’eternità, con essergli stata data l’assoluzione e fatta la raccomandazione dell’anima dal rev. padre sacerdote Giuseppe Picchi, uno dei capo di guardia, quale era andato a fare la carità. Furono subito dal detto capo di guardia spedite persone per cercare un professore (…). Dopo una mezz’ora incirca fu trovato il cerusico, il quale bravamente fece l’operazione e la creatura ricevé il battesimo e dopo se ne morì. Dopo tal operazione furono condotti e associati i due cadaveri nell’Oratorio della nostra Compagnia.”

Termina la descrizione del tragico “accidente” la nota dell’avvenuto pagamento al “cerusico Vincenzio Merlini” per essere intervenuto sulla “povera malata”.

Un altro caso di soccorso verso una donna in stato di gravidanza avvenne il 23 aprile 1843 nei confronti di Maria Cinelli di 29 anni dimorante in Valfonda e di “professione attendente agli affari domestici. La quale, essendo stata incinta nel nono mese ed essendo affetta da imponente emorragia, fu avvisata la Misericordia onde suonasse a caso e si portasse alla sua abitazione per quindi condurla col cataletto allo Spedale. Allorché i fratelli furono arrivati sulla Piazza Santa Maria Novella Vecchia [oggi piazza dell’Unità Italiana], la medesima spirò et immediatamente dal signor dott. Sestini e Ciofi le fu fatta l’operazione cesaria nel cataletto il quale lo avevano introdotto in una stanza terrena del Palazzo di abitazione del cav. Cerretani [oggi sede della Regione Toscana]. Alla medesima estinta le fu estratto di corpo due bellissimi figli i quali riceverono dal padre curato di S. Maria Novella il Santo Battesimo e furono portati a casa della levatrice. Ed il cadavere della disgraziata Cinelli fu associato in nostra Compagnia e la sera istessa fu portato [alla camera mortuaria] di Santa Caterina avendo dati gli ordini opportuni al custode di riservare il detto cadavere sino alla sera del 25 detto.”

Non sappiamo se i due “bellissimi figli” siano poi sopravvissuti, anche se purtroppo è poco probabile. Sappiamo, invece, che l’intervento dei cerusici è stato debitamente remunerato mentre ai “fratelli” volontari partecipanti al drammatico servizio è spettato – come da statuto e tradizione – un sentito “Iddio ve ne renda merito”.


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