Dalla zana alla lettiga. I primi mezzi di trasporto della Misericordia

Barbara Maria AffolterBarbara Maria AffolterLaureata in Archivistica all’Università degli Studi di Firenze, lavora da anni su incarico della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Toscana; attualmente cura l’Archivio storico della Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze

 

 

Uno dei servizi più antichi e noti della Confraternita della Misericordia di Firenze riguarda il servizio di trasporto sanitario. I primi “mezzi” utilizzati allo scopo furono le cosiddette “zane”, vale a dire ceste dotate di apposite cinghie e portate a mo’ di zaino sulle spalle.

Dette zane, chiamate anche “gerle”, erano fatte da vari materiali e potevano assumere forme e misure molto diverse fra loro. La parte più bassa consisteva in genere in una base di legno ovale per conferire alla cesta una certa robustezza alla quale, nella maggior parte dei casi, venivano applicati quattro “piedini” per renderla stabile nel momento del suo appoggio in terra.

Alcune zane al loro interno contenevano “un sedile dove sedeva il malato” per una sua maggiore comodità; altre erano provviste di una copertura, una sorta di coperchio o “arcuccio”, specialmente quando erano usate per trasportare corpi ormai senza vita, in particolare degli annegati, per celarli agli sguardi dei passanti. Anche l’allestimento interno poteva cambiare notevolmente da zana a zana; molte erano foderate di tessuto, spesso “incerato” e quindi impermeabile, altre ancora risultavano “foderate di fuori di pelle nera”. Le zane in generale, ma soprattutto quelle più ampie e allestite di tutto punto (copertura, materasso, guanciali), erano molto pesanti anche senza “carico” tanto che spesso il servizio doveva essere affidato a “uomini di fatica” di professione, i cosiddetti “porta”. Tuttavia, quando il peso risultava eccessivo anche per i più robusti, veniva usata una zana speciale dotata, nel suo fondo, di “una traversa di legno sorretta da due fratelli, uno a destra e l’altro a sinistra”.

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L’uso della zana è documentato attraverso le carte d’archivio storico della Misericordia dal Medioevo fino alla prima metà XIX secolo, quando altri mezzi presero definitivamente il sopravvento, anche perché nel frattempo la città era cresciuta notevolmente e con lei erano aumentate le distanze da dover affrontare con il bisognoso sul dorso. I primi divieti dell’uso della zana in ambito cittadino risalgono al 1810 quando, in una lettera indirizzata al Provveditore della Misericordia, la Direzione dell’Ospedale di S. Maria Nuova comunicava alla Confraternita che “l’uso della zana per recare i malati” all’Ospedale non era più consentito. Tuttavia, questo avvenne non per preservare la salute del “lavoratore”, ma per motivi di sicurezza e controllo sociale da parte della struttura sanitaria, cioè “per essere troppo facile l’accesso dei molti individui senza essere realmente malati” (!), essendo il trasportato nella zana non visibile – e quindi non controllabile – dagli addetti di turno.

L’uso della zana venne abolito definitamente soltanto intorno alla metà del XIX secolo.

Contemporaneamente alla zana, in epoche remote, i trasporti venivano effettuati anche con l’ausilio di rettangolari “tavole” di legno dotate di maniglie e apposite cinghie per fermare la persona trasportata. Con l’andare del tempo le semplici tavole vennero perfezionate; alle stanghe laterali, più o meno imbottite, per il trasporto “a mano” o “a spalla”, si aggiunsero materassi e guanciali per il malato, arcucci coperti da tessuti di vario genere e colore (nero, turchino, violaceo), staffe per l’appoggio a terra e altro ancora. Alcune avevano anche dei cassetti contenenti preparati erboristici vari, quali le “pasticche di San Tobia” o l’acqua antisterica, bicchieri con beccuccio, ausili di legno per steccare arti rotti e/o tutto il necessario per praticare salassi. Per quanto riguarda le modalità di trasporto era previsto che i fratelli si recassero a casa del bisognoso con il cataletto “a coppia con passo uniforme”.

In epoche più recenti alla Misericordia venne introdotto anche l’uso di “bussole” dette “a stanga” o “a ruote”. Si trattava di portantine lignee formate da una sorta di cassa allestita a mo’ di carrozza con un sedile interno al quale si accedeva da una apposita porta, il tutto supportato o da due lunghe stanghe laterali oppure montato su ruote. In entrambi i casi le bussole venivano movimentate, portate o trainate, “a mano”. Il vantaggio per il malato o ferito era indubbio vista la comoda posizione da seduto, però continuava la grande fatica per chi era in servizio!

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Un altro mezzo messo in campo per il trasporto di malati, feriti e defunti fu il carro. Questo poteva essere a due o quattro ruote e trainato da uomini oppure, in periodi di grande necessità, anche da muli o cavalli. Tuttavia, l’uso del carro – che in Misericordia veniva considerato poco “rispettoso” – entrava in gioco soltanto in momenti di estrema necessità come nei periodi della terribile epidemia di peste degli anni 1630-33. In tale occasione i corpi da trasportare verso i lazzaretti o, più tristemente, verso i luoghi di sepoltura erano così tanti, che risultava del tutto impensabile continuare il servizio di carità soltanto con zane e cataletti. Nella seconda metà dell’Ottocento, invece, a qualche anno di distanza dalla nefasta epidemia di colera che nel 1855 aveva messo in ginocchio l’intera città, un gruppo di “fratelli” propose alla dirigenza l’acquisto di un carro a traino, da allestire di tutto punto e tenere pronto per eventuali ulteriori epidemie. La proposta venne accolta, il carro attrezzato ma, a quanto ci è dato sapere, mai usato.

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L’uso di carri-lettiga trainati “a mano”, anche per il soccorso ordinario, venne istituito soltanto agli inizi del XXI secolo dopo una serie di lunghi e vivaci dibattiti fra i vari componenti della Misericordia, cioè fra chi continuava a considerare l’uso del carro qualcosa di “disdicevole” e chi, di contro, percepiva che i tempi erano definitivamente cambiati e che la Misericordia, qualora intendesse continuare a rispondere con prontezza alle quotidiane richieste di aiuto, doveva necessariamente introdurre nei suoi sistemi di servizio delle “novità”.

baffolter@misericordia.firenze.it