Il prof. Uccelli alle prese con il “brigante Guazzino”, condannato a morte per “assassini e altri delitti”

Barbara Maria AffolterBarbara Maria AffolterLaureata in Archivistica all’Università degli Studi di Firenze, lavora da anni su incarico della So-printendenza archivistica e bibliografica della Toscana; attualmente cura l’Archivio storico della Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze

 

 

È fatto comunemente noto che la Toscana fu una delle prime regioni al mondo ad avere abolito, nel 1786, la pena di morte. Va tuttavia ricordato che soli quattro anni più tardi, nel 1790, la stessa fu ripristinata per i cosiddetti “crimini eccezionali” come reazione alle inquietanti notizie prove-nienti dalla Francia e non solo.

Quando a Firenze, agli inizi dell’Ottocento, i magistrati del governo in carica pronunciarono le prime condanne capitali la municipalità si trovò in grave difficoltà. Come dare seguito, operativa-mente, alle condanne visto che, assieme all’abolizione della pena di morte, era stato smantellato anche l’interno “sistema” organizzativo? Esso prevedeva sia la presenza di un “carnefice” che l’operato di un’istituzione che aveva il compito di organizzare le ultime ore di vita del condannato, il “povero paziente” come veniva chiamato in gergo, e della sepoltura del suo corpo straziato.

La questione del boia fu risolta pragmaticamente con il conferimento di incarichi ad hoc a profes-sionisti operanti in altri contesti urbani.

Più complicata si rivelò l’identificazione dell’istituzione di supporto. Venne interpellata la Com-pagnia della Misericordia, una realtà cittadina autorevole da secoli protagonista nel settore delle “opere di carità” e delle sepolture, in particolare dei cadaveri dei “poveri abbandonati”. Il provvedi-tore dell’epoca, consigliato dai suoi fiduciari, accettò il gravoso incarico e sollecitò la stesura di uno specifico regolamento atto a disciplinare tutti i passaggi necessari della spinosa quesitone. Per poter sostenere le spese sia materiali (vitto, lumi, associazione della salma, seppellimento) che spirituali (preghiere e Messe di suffragio) venne creata un’apposita “questua nelle pubbliche vie” affidata a un gruppo di quaranta capi di guardia, vestiti di nero con il cappuccio calato sul volto, che nei giorni precedenti all’esecuzione della condanna avevano il compito di girare per le strade di Firenze per chiedere alla popolazione delle “elemosine” in merito alla questione. La cifra riscossa veniva poi rendicontata e la parte rimanente, tolte tutte le spese vive, consegnata a con-danna avvenuta direttamente alla famiglia del giustiziato o, in mancanza di questa, ai poveri della città.

Il sistema di esecuzione cambiava di volta in volta e poteva consistere nell’impiccagione o nel “ta-glio della testa”. Trattandosi di pene considerate oltre che punitive anche di effetto “deterrente” avvenivano di giorno in pubbliche vie o piazze, dalla “Porta alla Croce” (l’attuale piazza Cesare Beccaria) alla piazza di “Santa Maria Novella vecchia” (l’attuale piazza dell’Unità d’Italia).

Spesso veri propri spettacoli truci e cruenti, le esecuzioni suscitarono in città vivi dibattiti anche in ambito medico-scientifico. Nel 1817, ad esempio, in occasione della condanna capitale per im-piccagione del “brigante Guazzino” alla Misericordia venne recapitata una lettera da parte del “professore d’anatomia umana comparata e pittorica Filippo Uccelli dell’Università degli Studi di Pisa, residente a Firenze”. In essa l’esimio professore chiedeva alla Misericordia il trasferimento del corpo del giustiziando Antonio Guazzini dal patibolo al teatro anatomico del Regio Ospedale di Santa Maria Nuova “all’oggetto di indagare con tutta precisione quale fosse la causa della morte degli appiccati se, vale a dire, derivi essa dalla lussazione della prima vertebra del collo ovvero da apoplessia”, come pure “per servirsi di detto corpo per le lezioni di anatomia ai pittori dell’Imperiale Scuola delle Belle Arti di Firenze”.

La richiesta fu accolta e, come risulta dalla descrizione dei registri appositi, il servizio eseguito: “A dì 22 febbraio 1817. Guazzini Antonio del fu Pasquale della terra di Bettolle in Toscana, in età di anni 36 in origine contadino, condannato per assassini ed altri delitti alla forca da un boia fatto venire da Roma [il famoso Giovan Battista Bugatti, meglio conosciuto con il nome di “mastro Titta”]. La nostra Compagnia deputò quattro capi di guardia per assistere il paziente dall’epoca della sentenza di morte data al medesimo che seguì la mattina del suddetto dì 22 alle ore 9. Poi si partì il paziente dal Bargello al suono della campana, si fermò fuori di strada alla scalinata di Badia ove ricevuta la benedizione del ss. Sacramento dal curato della detta chiesa, si prese la via del Pala-gio fino al canto alli Aranci, via Fiesolana e Borgo di Pinti – si uscì fuori di questa Porta essendo quella della Croce impedita per il rifacimento di strade –, e si andò al patibolo. Avvisata la nostra Compagnia alle ore 10 di mattina della seguita esecuzione della morte del detto Guazzini, si por-tarono i nostri fratelli a prendere il di lui cadavere” che poi, come richiesto, fu trasportato allo Spe-dale di S. Maria Nuova per essere sezionato”.

Non conosciamo le deduzioni scientifiche del prof. Uccelli, sappiamo tuttavia che a pochi mesi di distanza, nel luglio dello stesso anno, la Segreteria di Stato fece pubblicamente notificare le “So-vrane determinazioni” che prevedevano che “nei casi di esecuzione della condanna a morte sia sostituito alla forca il taglio della testa” in quanto “questa specie di morte”, cioè quella del taglio della testa, era stata “riconosciuta fisicamente meno dolorosa”.

baffolter@misericordia.firenze.it