In tema di prevenzione e sanificazione

Esther Diana2

 Esther Diana Architetto, storico della Sanità

 

 

 

 

 

In questi mesi in cui abbiamo dovuto fare i conti con termini come lockdown, distanziamento sociale, quarantena, sanificazione ecc., più volte abbiamo letto contributi su come il tema salute del presente abbia attinto a piene mani dal passato.

Tuttavia, ci piace soffermarci ancora sull’argomento proprio per le correlazioni con quanto abbiamo vissuto in questo ultimo anno e mezzo di epidemia.

Fig 1 Diana

In quell’autunno del 1630, già “in sentore di peste” e forte dell’esperienza acquisita nel corso delle criticità che avevano infierito nel Cinquecento, il granduca emana subito bandi concernenti, in particolare, due punti. Il contenuto del primo è ovvio: interdizione dallo Stato di persone e di merci provenienti da luoghi infetti, o sospettati di esserlo, a cui segue tutta una serie di norme alle quali si devono attenere i funzionari a guardia di confini e città. Il secondo è più intrigante essendo costituito da un’Istruzione pei medici agli esamina degli ammalati mirata non tanto a organizzare il sistema medico-sanitario (come ci si aspetterebbe) quanto, piuttosto, a disciplinare il comportamento evidentemente non del tutto corretto che aveva caratterizzato l’agire di buona parte della classe medica nei confronti dell’appestato durante le pregresse criticità. Il documento, infatti, nel ribadire la precettazione, il divieto di celare malati e cadaveri nelle case serrate nelle quali gli stessi medici non potevano più entrare, sollecitava, per la prima volta, che la visita dovesse compiersi al capezzale dell’ammalato e non “alla lontana” come fino a quel momento era stata consuetudine. Dunque, non ci si doveva limitare a “tastare il polso” ma «guardando l’enfiato e con maturo giuditio dirà [il medico] il parer suo et in caso di dubbio chiamerà compagno».

La “frettolosità” della visita preoccupava perché comportava imperizie di diagnosi a loro volta foriere, spesso, di veri e propri “negozi” illeciti in quanto formulate per venire incontro alla classe sociale più derelitta che non aspettava altro che un familiare o conoscente venisse giudicato “ammorbato” per chiamare «li parenti d’altre case a vedere l’ammalato che sia per essere serrato in detta casa, per l’interesse di avere quel giulio al giorno per vivere». Questo era, infatti, l’indennizzo che lo Stato assicurava a coloro che fossero costretti a restare rinchiusi nelle proprie case.

Nei regolamenti successivi all’Istruzione si spronava anche a un rapporto fra medico e paziente meno formale: «Li detti medici o cerusici del quartiere o altri che faranno le dette visite siano tenuti ad ogni richiesta et anco senza esserne richiesti palesare alli habitatori se li detti mali siano di sospetto subito che li conosceranno e giudicheranno per tali […] sotto pena, alli detti medici e cerusici che mancheranno, dell’arbitrio del Magistrato loro».

L’Istruzione, soprattutto, puntava l’indice accusatore sulle «porcherie» che combinava la classe medica nell’intento di cercare di «trarre profitto dalle disgrazie degli altri».

Il fisico dottor Franzesi e il cerusico Jacopo da Massa nel marzo 1631 venivano contattati da due sorelle di una famiglia artigiana benestante serrate in casa per la morte di due bambini «per mal sospetto». Dopo alcuni giorni entrambe le donne si erano trovate l’una con tre enfiati all’interno della coscia e l’altra con uno. Allettati dal guadagno i due medici accettavano l’incarico di curare “privatamente” le malate e così, nottetempo, iniziavano a frequentare quella casa interdetta. Ma, come sempre avviene, “qualcuno” li vede entrare furtivamente in quella abitazione e li denuncia al Magistrato. Questi convocherà i medici i quali saranno costretti ad ammettere il fallo.

Entrarono «di nascosto da vicini di detta casa confitta e, visto esserci comodità di denari per lor paga, si risolvettero a curare le due donne di tali enfiati: et ordinorno una buona purga la quale fece lo speziale […] et a mezzo della purga il Franzesino dette una presa di polvere a detta donna Maria et in quattro giorni li fece tornare indietro li tre enfiati et Jacopo cerusico tirò innanzi l’enfiato di detta donna Lisabetta et in termine di dieci giorni rinsanirno le due donne». L’occulto denunciante inveiva sia perché quella casa era stata “riaperta” ma anche perché Maria e Lisabetta, con le ferite degli enfiati ancora non cicatrizzate, erano tornate a servire dietro al banco del negozio paterno.

La sorte del Franzesi è ulteriormente aggravata perché a causa di quella purga, Lisabetta, incinta, si era “sconciata”, evento questo che incriminava il medico anche di procurato aborto.

Questa vicenda di corruzione si rivelerà complessa perché le due donne si daranno un gran da fare per scagionare gli accusati mettendo a nudo un negozio tra parti dove nessuna era stata prevaricatrice dell’altra. Piuttosto, era incorso un “patto” sancito dal denaro finalizzato a garantire la salute, la ripresa della quotidianità, la salvaguardia della famiglia dall’accusa infamante di essere “portatrice di contagio” elemento, questo, che per la classe più benestante, quando non facoltosa, era sentito come un marchio infamante. In tale contesto di emotività e bisogni il punto saliente su cui dovrà emettere il giudizio il Magistrato diventa la domanda: perché mai il medico non avrebbe potuto venire incontro alla richiesta di assistenza delle due donne percependo la giusta mercede per il suo “incomodo”? Il processo indetto sarà lungo e contrastato ma, alla fine, la sentenza sarà incredibile: il Magistrato ammetterà come, in quei tempi, sia meglio avere un medico corrotto ma efficiente, piuttosto che uno onesto ma disattivo in prigione. Jacopo e il Franzesino, quindi, vengono scarcerati anche in virtù del fatto che avevano effettivamente guarito quelle pazienti e, pertanto, meritavano una ricompensa.

Fig 2 Diana

Da quanto finora detto si deve, dunque, ammettere un’inefficienza dello Stato? La sua incapacità nel far rispettare quella fitta maglia di regolamentazioni che, tuttavia, non riesce a farsi efficace? Certamente è così: il Granducato di fronte all’epidemia del 1630 e della recrudescenza del 1633 si presenta “sufficiente” – in alcuni ambiti, addirittura “molto sufficiente” – dal punto di vista legislativo anche considerando che “non” conosce affatto i termini del contagio e della propagazione della malattia. Tuttavia, resta preponderante elemento fragile – ma non potrebbe essere differente – la mancanza di una coscienza sociale. La legge – proprio per l’ignoranza sul tema – è facile che diventi “interpretabile”, legata alla soggettività caratteriale del singolo e alle opportunità, condizioni di vita del suo contesto.

Tuttavia, sarebbe un errore credere in una generale malversazione.

Molti funzionari, medici, guardie fino alle più basse categorie di subalterni ci hanno lasciato immagini di comportamenti corretti, a volte esemplari e, persino fin troppo ligi e pignoli. Ne è esempio quanto riportato di seguito.

Fra le prime disposizioni emanate dal granduca una riguardava la “sanificazione” di tutto ciò che di cartaceo poteva entrare nello Stato. In un periodo storico in cui le comunicazioni sia pubbliche che private avvenivano soprattutto attraverso epistole e missive inserite in plichi chiusi di cuoio o di ottone si stabiliva che venissero calati in una «buca piccola […] alta da terra 4 braccia» che immetteva in un gran vaso colmo di aceto. Trascorso un certo lasso di tempo, una persona deputata, apriva i plichi, estraendone le lettere. Quindi, bruciava tutti gli spaghi «e i sigilli d’ostia di cera et di poi tutte le lettere singole e semplici che saranno serrate con filo di rame e cera lacca non parendo necessità di aprirle altrimenti, deve mettere in forno caldo per rasciugarle et abbronzarle bene con altra purga di fuoco che le parrà per maggiore cautela». In particolare le missive dirette al granduca dopo questi procedimenti, venivano inviate al lazzaretto di S. Marco Vecchio per un’ulteriore “abbronzatura” «per sovrabbondante cautela».

Tuttavia, se questa prassi, in qualche modo, garantiva la sanificazione postale, ben altro discorso riguardava le merci in transito perché poteva accadere che sigilli e missive che accompagnavano tali mercanzie provenienti da Stati con epidemia in corso fossero accortamente “scambiati” o manipolati con altri di Paesi non infetti. Questa “fragilità” del sistema riguardava soprattutto le merci costituite da balle di lana, canapa, cotone e tela perché, pur non conoscendo il ruolo della pulce si intuiva, comunque, come tali merci potessero celare qualche deleterio, “infinitamente piccolo” ospite.

Nell’estate 1631 si presenta al rastrello della porta di Modigliana un uomo che tira un asino carico di balle di canapa. Asserisce di provenire da Cesena e mostra le fedi di sanità. I soldati seguono la prassi e «profumate […] conforme al solito con una canna le bullette» accertano il suo transito da Forlimpopoli, luogo infetto.

Il Capitano delle Guardie a questo punto interviene applicando all’uomo, mulo e merci la stessa normativa di sanificazione postale. Per prima cosa ordina ai soldati di accerchiare il mercante a lance tese e così scortato di rinchiuderlo in prigione. Lo stesso capitano scrive al Magistrato di Sanità come ha poi proceduto: «Tornai alla porta dove era la bestia carica, quivi feci spogliare nudo un huomo et pigliare per la cavezza la detta bestia e la feci condurre in una campagna dovè una casa diss’habitata in una vigna et quivi feci scaricare la detta canapa e levare alla bestia briglia e bardella. Feci poi condurre dal medesimo huomo nudo la suddetta bestia al fiume fuor dalla Terra e alla presenza di molto popolo lavare nell’acqua l’huomo e la bestia et poi usciti, nel fiume li feci di nuovo lavare con aceto forte […] all’ora l’homo si rivestì di panni […] et la bestia fu consegnata a’uno che avea stalletta!».

Il Magistrato si compiacerà dell’agire del capitano ma questa scenetta dovette restare protagonista delle chiacchere della gente per lungo tempo con quell’asino recalcitrante e quel poveraccio che, sebbene fosse agosto, si presume non dovesse sentirsi a suo agio tra gli schiamazzi dei fanciulli, i sorrisetti complici delle donne e le sghignazzate degli amici!

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