Appunti sulla storia dell’abbigliamento del medico

di Esther Diana

Esther Diana

Esther Diana
Architetto, storico della Sanità

Il testo che vi propongo è una digressione rispetto al tema che mi è stato assegnato che è quello di parlare del “contagio storico” quale dejà-vu di quanto vissuto attualmente. Tuttavia, a ben guardare, questo argomento ben si inserisce nel complessivo contesto di cui mi occupo in quanto l’epidemia Covid ci ha abituati a una immagine del medico a cui, davvero, non eravamo preparati: un “medico astronauta” con tanto di tuta dalla foggia spaziale, casco e tubi vari per comunicare. Quante volte abbiamo irriso l’immagine settecentesca del medico “della peste” intabarrato in una tonaca nera e con il volto celato da una maschera dal becco appuntito? Eppure, oggi, con le debite differenze di tecnologia e di costume, proviamo lo stesso sconcerto davanti alla figura medica propostaci dal Covid – del tutto logica date le contingenze! – che svilisce, tuttavia, ieri come oggi, il primo elemento fondamentale nell’instaurarsi del rapporto con il paziente: quel “guardarsi” reciproco mirato a valutarsi. Il paziente “guarda” il medico per rispondersi a domande sul tipo “mi dà fiducia?, sarà competente?”; dal canto suo, il medico, osserva colui che ha davanti per capire se è un malato “vero” o solo “immaginario”.

Ancora oggi, dunque, il contagio torna a essere elemento perturbatore e poco importa che il medico astronauta sia relegato, per fortuna, solo all’ambito delle terapie intensive.
È in tale contesto che vi propongo di ripercorrere la storia del “vestire” del medico.

Dalla toga nera al camice bianco
Quando Johann Wolfang Goethe nella Teoria dei colori pubblicata a Tubinga nel 1810 asseriva che «Se i colori producono stati d’animo, d’altro lato si adattano a stati d’animo e condizioni di vita» non immaginava che questo suo enunciato relativo alla composizione della luce potesse appuntarsi anche sul ruolo giocato dal colore nell’abbigliamento e, in particolare, in quello del medico.

È indiscusso che, in qualsiasi momento storico, il medico, più di altri professionisti, abbia colpito l’immaginario collettivo anche attraverso la sua immagine, il suo “modo” di presentarsi. Pur senza scomodare la medicina magica dello sciamano (rigorosamente personaggio della tribù dall’abbigliamento più ricco di simboli, tatuaggi e colori), anche il medico occidentale si è avvalso, da sempre, di determinati richiami visivi destinati a trasmetterne serietà deontologica, professionalità, appartenenza a un ceto sociale privilegiato. In sintesi, a marcare la soggezione del malato nei suoi confronti.

Non esiste una data particolare in cui avviene la recusazione della veste nera a favore del camice bianco anche se questa “trasformazione” di immagine, a un giudizio affrettato, potrebbe apparire presupposto per una fisionomia del personaggio più “distensiva”. Il colore bianco è simbolo di purezza, di fiducia nel prossimo, di sollecito all’introspezione spirituale, di speranza nel futuro. In ambito sanitario, rimanda in particolare alla pulizia, all’igiene. In breve, il bianco è colore della luce in antitesi al nero che simboleggia l’assenza della vita.

Ebbene, ciò nonostante, il “camice bianco” non ha modificato l’intrinseco rapporto di apprensione, di inferiorità, ma anche – ammettiamolo – di timoroso romanticismo, che il paziente, ancora oggi continua ad avvertire davanti al medico. Alla stessa stregua della casacca e dei pantaloni dal rasserenante colore verde dei chirurghi che, similarmente, evocano tutt’altro che prati dolomitici e abetaie rilassanti. I colori che caratterizzano oggi l’abbigliamento dei sanitari – ad esempio, all’interno dell’ospedale – sono, come è noto, la veste bianca che rimanda ai medici, ai biologi, ai chimici e ai farmacisti; la verde ai chirurghi; quella gialla agli infermieri generici; quella azzurra al personale ausiliario, ecc.: una diversificazione cromatica che, grazie all’immediata percezione del livello funzionale, facilita il dialogo tra operatori sanitari di varie competenze e assistiti e/o frequentatori ma che, in sintesi, poco incide sul rapporto “stretto” tra medico e paziente perché il medico, qualunque sia il colore con cui sceglierà di abbigliarsi, resterà sempre colui da cui dipende buona parte della nostra salute e, dunque, il nostro destino.
Tra le prime raffigurazioni pittoriche del personaggio in Occidente, si colloca l’affresco ritrovato nella casa di Sirico a Pompei (seconda metà del I sec. d.C. - IV stile) raffigurante il medico Iapice che estrae una freccia dalla coscia di Enea. Il medico, inginocchiato, indossa una toga che, al di là del colore, per molto tempo rappresenterà lo status symbol del medico.

La veste lunga e poi il turbante dottrinale (fascia più volte annodata attorno al capo con fusciacca ricadente di lato), proposti da una prima iconografia essenzialmente nei colori del rosso o del nero, marcheranno nel personaggio l’autorevolezza e la distinzione sociale accrescendo negli altri timore e rispetto. Un timore che si accrescerà qualora il soggetto si intabarri nella nota veste nera abbottonata dal collo fino ai piedi adottata durante le crisi epidemiche – e pestose in particolare – con l’aggiunta di quei più sopra accennati copricapi a becco di uccello, ostacolo psicologico più che fisico da quel contagio invisibile.

La toga nell’iconografia non muta essenzialmente di foggia quantunque dal Trecento – con la proclamazione dei santi Cosma e Damiano a patroni delle categoria – si corredi di un ampio mantello mentre copricapi diversi si affiancheranno al turbante: la cuffia qualora il medico sia anche un religioso; la berretta rigida o il cappello floscio a falde appena accennate come sfoggia il medico rappresentato da Santi di Buglioni (1494-1576) nel ben noto fregio dell’ospedale del Ceppo di Pistoia (1526-29).

Una modificazione dell’uso della lunga tunica avviene nel corso del Cinquecento e, soprattutto, durante il secolo successivo in sintonia con la prima differenziazione sociale che avverrà in seno alla categoria medica entro la quale si inizierà a distinguere il professionista abbiente al soldo di famiglie nobili e altolocate, meglio se accademico, dal professionista “non arrivato” e dunque indicativamente povero.
Se il primo abbandonerà l’abbigliamento usuale per vesti più prestigiose assecondando la moda cortigiana del periodo, il secondo acquisirà un vestire più dimesso, tendenzialmente propenso al nero, colore che gli garantisce, comunque, dignità e distinzione negli ambienti dei conventi e monasteri in cui usualmente, in questo momento, sarà chiamato a operare.

Fig 1 Diana

Sarà il progresso degli studi anatomici a riportare la toga a emblema della categoria sebbene nel Cinquecento possa arricchirsi ancora di maniche di batista sbuffanti oppure di stole di raso o pelliccia nonostante l’atto dissettorio su cui attende chi la indossa, come raffigurato nel trattato di Realdo Colombo De Re Anatomia (Venezia, 1559) (Figura 1), o come è ritratto il medico (forse lo stesso Vesalio) nel frontespizio del De Humani Corporis Fabrica, pubblicato a Basilea nel 1543.

Tuttavia, la moda che contraddistingue un medico dichiaratamente cortigiano – per chi ha la fortuna di accedere nelle corti – ha breve vita. Infatti, proprio sull’attività anatomica (ormai settore ineludibile per quanti vogliano acquisire gradi accademici e correlati fama e onori) viene a codificarsi la divisa del medico che resterà – sebbene con fogge diverse – improntata sul colore nero.

Il medico rappresentato nell’iconografia del periodo è rigorosamente avvolto in voluminose toghe sbuffanti, impreziosite da colletti larghi a coprire le spalle o a ventaglio dai plurimi strati, o plissettati, o, ancora, da jabot di pizzo spesso completati da un cappello a tuba bassa con larghe falde. Un’iconografia vasta all’interno della quale ci piace ricordare, fra gli altri, il dipinto di Aert Pietersz (1550-1612) Lezione anatomica del Dr. Sebastiaen Egbertsz, 1601-03; il dipinto di Michiel Jansz van Miereveld (1566-1641) Lezione di anatomia del Dr. Willem van Der Meer, 1617 (Figura 2); fino al più famoso Lezione di anatomia del Dr. Nicholaes Tulp, 1632, di Rembrandt (1606-1669). La provenienza di questi artisti dai Paesi Bassi potrebbe indurre a ritenere questo abbigliamento attinente a quei contesti da sempre improntati a una rappresentazione severa di luoghi e personaggi; tuttavia, anche in ambito italiano il medico asseconda questa tendenza di estrema dignità come rappresentato nel Ritratto di medico, di Giovan Battista Naldini (1537-1591) della seconda metà del Cinquecento. E se si riscontra qualche difformità, questa attiene ad ambienti più sfarzosi e licenziosi come, ad esempio, la corte veneta fra Sei/Settecento: il medico raffigurato da Pietro Longhi (1701-1785), Medico che cura una cantante, 1701, sfoggia, infatti, una sontuosa toga di raso lucido di un vistoso colore giallo.

Fig 2 Diana

Ancora nero sarà l’abbigliamento del medico settecentesco che tuttavia, alla fine del secolo, in sintonia con la svolta epocale sul costume indotta dalla Rivoluzione francese, assume connotati “moderni”, adottando quel vestire che è diventato, in ambito maschile, un’affermazione del ceto borghese. E il medico asseconderà questo nuovo “gusto” riponendo toghe e tuniche per adottare pantaloni portati sotto il frack quando deve disquisire o visitare pazienti illustri, mentre nella pratica quotidiana la redingote e il gilet, affidando alla qualità dei tessuti in cui sono confezionati la differenziazione dello status economico del soggetto che li indossa. Un vestire, comunque, che si mantiene rigorosamente severo sia nel medico accademico che nel condotto di campagna.

Tuttavia, questa “moda” ancora identifica il personaggio nella classe sociale a cui appartiene non essendo predisposta alle diverse funzionalità che la professione reclama. In sintesi, con tali vesti, il medico esce di casa, visita il paziente, va in ospedale a effettuare un’anatomia (proteggendo le vesti, al massimo, con un grembiule), tiene lezione agli studenti, si reca in sala parto, per poi tornare tranquillamente a casa. La sconfitta delle febbri puerperali e la vittoria di quell’antisepsi per cui dalla metà dell’Ottocento si batterà strenuamente Ignac Semmelweis (1818-1865) hanno origine anche dal vestito del medico.

Quando, allora, compare un vestito “professionale”, cioè un vestito che il medico possa e debba indossare esclusivamente nell’ambulatorio o nella corsia?

Come più sopra accennato, non esiste una data a cui fare esplicito riferimento quantunque la ventata igienista resti tra i principali fautori accanto all’ampliarsi di alcune prerogative professionali del soggetto. Con l’incalzare dell’Ottocento, la storia del progresso e la codificazione delle branche specialistiche – pur datando da almeno un secolo – si avvalgono di nuove tecnologie per l’analisi e per la ricerca. Con l’avvento dei gabinetti batteriologici e dei laboratori di analisi si conferma al medico quel ruolo, del resto da sempre insito nella professione, di primo “scienziato”, di persona che può curare solo perché studia, indaga, conosce. In questo ambito la professione medica si fonde decisamente con la scienza conferendo al protagonista nuova autoconsiderazione: nuovi orizzonti gli si aprono davanti e, forse, in questo momento di incisiva riconsiderazione delle prassi mediche e terapeutiche, di modernizzazione di strutture, di ambienti, di conoscenza e di interrelazione con altre discipline, ecco che compare il camice bianco. Un “nuovo” emblema per un “nuovo” medico che, pur non ricusando il passato, è, proiettato all’affermazione di una assai più ampia ed esaustiva disciplina medica.

È il mondo statunitense a dover essere indicato quale probabile padre del camice bianco. Ed è un artista cileno di formazione francese ma legato all’ambiente dell’università della Pennsylvania di Filadelphia, Thomas Eakins (1844-1916), a fissare la cronologia in cui dovette avvenire la modifica, almeno in sala operatoria, dell’abbigliamento del medico perché l’adozione del camice bianco nell’ambulatorio sarà evento più lento e più soggettivo.

Nel 1875, Eakins dipinge The Clinic of Dr. Gross, in cui il medico è ritratto indossando l’usuale redingote nera ma, nel 1889, con The Agnew Clinic, ecco la “trasformazione”: non solo il Dr. Haies Agnew ma tutti i suoi assistenti vestono il camice bianco (Figura 3). Da questo rinnovamento esteriore – che, tuttavia, radica in una ben più incisiva riorganizzazione professionale – non rimane esclusa l’Europa. Nel 1890, Adalbert Franz Seligmann (1862-1945) dipinge il quadro Theodor Billroth operating, dove l’illustre medico viene raffigurato in una sala operatoria dell’Allgemeine Krankenhaus di Vienna con indosso un vistoso grembiule allacciato sopra un camice bianco.

Nel corso del Novecento, questa veste si avvia a divenire indiscussa divisa del medico che, a differenza degli abiti che lo hanno preceduto, non sarà, dunque, solo simbolo di una appartenenza sociale elitaria bensì esemplificazione dell’autorità scientifica e culturale che ha acquisito il soggetto.

Al camice si assegna il ruolo di “parlare” di ricerca, professionalità, nitore, antisepsi, prevenzione; in sintesi, di vita. E, con tali presupposti, nel 1993, due coniugi medici della Columbia University inaugurarono la festa – più che mai oggi in auge (Covid permettendo!) e non solo in ambiente statunitense – del White Coat Ceremony nella quale allo studente medico viene posto sulle spalle, dopo il pronunciamento del Giuramento di Ippocrate, un camice bianco, quale iniziazione verso una maturità interiore che, durante il percorso di studio, lo deve portare a “sentirsi” medico non perché “conosce” la disciplina, bensì perché “capisce” e “interpreta” i bisogni e le paure del paziente.

Fig 3 Diana

In realtà, caricare il camice bianco di un messaggio scientifico-antropologico così pregnante rappresenta, per molti, una “santificazione” addizionale del medico, con relativa, ulteriore, soggezione del paziente.

Al di là della veste con cui ci accoglie, non dimentichiamo che l’elemento essenziale tra “noi” pazienti e “lui” medico resta l’empatia per il cui insorgere sono necessari, in entrambi, pazienza, rispetto e professionalità.

dianadionisio@tiscali.it