Purgatorio

La musica del Purgatorio

Donatella Lippidi Donatella Lippi

 

 

 

Purgatorio è il regno dello spirito che si riscuote dal male, si purifica, si salva.

Nel Purgatorio, i rumori e frastuoni dell’Inferno lasciano il posto alla musica, che risuona lungo tutte le cornici del secondo Regno: alle grida e ai pianti dell’Inferno, si sostituiscono i cori, espressione di quell’anima comune, che si manifesta nel canto. Così come la solitudine dell’odio aveva marcato la solitudine dell’individuo, così l’armonia e l’unità dell’amore uniscono le anime del Purgatorio e la musica e il canto si declinano in una ricca varietà di voci e di strumenti.

La musica del Purgatorio è umana, terrena, legata a momenti particolari della vita, ricca di una forte dimensione etica, ed è sempre riconoscibile e individuabile.

Il Purgatorio è, infatti, il regno della liturgia cantata: le anime cantano in coro salmi e inni, esprimono preghiere in relazione a cerimonie, occasioni rituali, stati d’animo, fasi della giornata: testo sacro e testo poetico si integrano in una simbiosi, attraverso la quale l’uno arricchisce l’altro, rafforzando un messaggio comune. La musica, nel Purgatorio, diventa un mezzo per avvicinarsi a Dio e assume una funzione che potremmo definire “terapeutica”.

In questo approccio, Dante fa tesoro delle suggestioni della Medicina: il potere medico-terapeutico della musica, infatti, era già stato rilevato dagli Antichi e nelle Practicae, nei Regimina e nei Consilia la musica venne considerata elemento terapeutico fondamentale nel quadro delle sex res non naturales, quelle condizioni, cioè, non determinate dal caso o dalla necessità ma sceglibili dall’individuo e vagamente articolata in cantus, melodia, vox remissa, diventò determinante nel trattamento delle passioni.

A partire da Casella, attraverso il Miserere e il Salve Regina, fino all’esecuzione di Matelda, la musica nel Purgatorio recupera il suo antico ruolo di compagna della persona sana e malata.

In anni molto recenti, sulla scorta di un generalizzato rinnovamento del concetto di salute, il rapporto tra Medicina e Musica è stato profondamente indagato, sia per quanto riguarda l’utilizzo di quest’ultima in determinate scelte terapeutiche, sia per quanto concerne la comprensione dei meccanismi neurologici coinvolti, proponendo, nello stesso tempo, nuovi quesiti formativi, identitari, scientifici.

Si parla di musicoterapia, così come vengono distinte due diverse professionalità, il musicoterapista e il musicoterapeuta, facendo riferimento a una tradizione che affonda le sue radici teoriche nel mondo classico, per poi raggiungere il Medioevo occidentale, arricchendosi di suggestioni derivate anche da culture lontane e declinandosi in una trattatistica che conosce il suo apogeo tra XVIII e XIX secolo.

Non a caso, Febo/Apollo, dio della Medicina e della Musica, era padre di Asclepio/Esculapio, detentore della scienza medica appresa dal centauro Chirone e, non a caso, già nel mondo antico, era stata formulata una casistica di espressioni musicali, connesse a circostanze diverse, in una simbiosi di poesia, canto e musica che si avvaleva di voce e strumenti.

Anche ognuna delle scale, con le articolazioni in modi e generi, si riteneva avesse la capacità di suscitare nell’ascoltatore distinte inclinazioni comportamentali ed etiche e questa convinzione sopravvisse nella cultura musicale occidentale fino a tutto il Rinascimento, perdurando poi nella riflessione romantica.

La musica, quindi, era considerata in grado di ristabilire l’equilibrio tra l’anima e le sue facoltà, in virtù del suo potere, che è fortemente emotivo, ma, nello stesso tempo, costruito e regolato da norme di natura matematica, quelle stesse norme che il mondo classico aveva variamente fissato e che avevano trovato nell’opera di Aristotele e Galeno una rispondenza con la teoria dell’anima e delle sue facoltà.

Queste osservazioni si intensificarono nel XVIII secolo, dando adito a una ricca serie di studi tesi a valutare gli effetti della musica su persone affette da diverse patologie: in molti casi, la musica fu considerata un modo per potenziare l’efficacia della terapia, ma, in altri, si pose sul filone del magnetismo animale e del mesmerismo.

Tramontato il vitalismo, sotto i colpi della nuova scienza positivista e in cerca di evidenze, il ruolo della musica è cambiato, per trascolorare, spesso, nell’ambito dell’appagamento spirituale.

La rivalutazione dell’elemento musicale in ambito terapeutico è stata effettuata recentemente, a partire dagli Stati Uniti, dove, negli anni delle due guerre mondiali, la musica è stata spesso utilizzata all’interno degli ospedali per il trattamento di traumi e ferite, attraverso un approccio attivo (suonando) e passivo (ascoltando).

Lo sviluppo di questi ultimi anni si è compiuto nel versante conoscitivo del rapporto tra la fisica del suono e il sistema psico-neuro-immuno-endocrinologico e in quello della metodologia d’uso, nei sistemi di valutazione dei risultati, nella ricerca scientifica e applicativa, nell’ambito di attività preventive, riabilitative e terapeutiche.

L’intervento della musica nel mondo della Medicina è, quindi, un ritorno, sostanziato – oggi – dalle evidenze scientifiche verso un nuovo concetto di salute, là dove le armonie, che risuonano nel Purgatorio, accompagnano il viaggio di Dante verso una salus che è obiettivo alto di salvezza.

Continua…

Per saperne di più: Dante Alighieri, La Divina Commedia, con note storico-mediche di Donatella Lippi, Fidenza: Mattioli 1885, 2009-2011