Quarantacinque lugli fa: una storia della nascita di Alcolisti Anonimi

Allaman AllamaniAllaman Allamani, Consulente dell’Agenzia Sanitaria di Sanità Toscana (ARS), già coordinatore del Centro Alcologico dell’Azienda Sanitaria di Firenze

 

 

Nel luglio 1974 a Firenze sono stati presentati per la prima volta in Italia Alcolisti Anonimi, grazie alla passione di uno scrittore e del suo amico messicano, e la comprensione di alcuni medici del tempo. Si ricorda qui la nascita di quegli eventi che fanno parte della risposta che la società italiana e i professionisti iniziarono a dare all’emergere in quegli anni dei fenomeni della dipendenza.

 

Parole chiave: Alcolisti Anonimi, alcolismo, psichiatria, dipendenza alcolica, gruppo dei 12 passi

 

Paese meraviglioso, l’Italia è un paese vile perché è uno dei rarissimi paesi del pianeta che non sappia o non voglia affrontare il dramma dell’alcolismo”. Questo scriveva Carlo Còccioli nel 1973 nella prima edizione di Uomini in fuga (oggi edita da Guerini, 1998), testo fondamentale per far conoscere la grande avventura degli Alcolisti Anonimi (A.A.). Coccioli, scrittore e giornalista toscano di grande sensibilità, morto nel 2003, si era da tempo trasferito a Città del Messico, da dove inviava articoli per il quotidiano “La Nazione”, rientrando ogni tanto a Firenze. Quando avanzava proposte per la nascita di Alcolisti Anonimi in Italia, lo burlavano: “siete matti: qui siamo ‘gente per bene’ mica degli ubriaconi: non ci sono alcolisti, verranno solo degli americani”.

Oggi A.A. è una realtà di gruppi, che aiutano le persone a uscir dalla loro dipendenza dalla bevanda alcolica con un programma di passi e tradizioni. Hanno dato origine ad altri gruppi per persone con patologie di dipendenza, i quali vanno sotto la denominazione comune di “gruppi di 12 passi”.

Quarantacinque anni fa non c’era alcun gruppo. Fu Còccioli, mosso dal desiderio di aiutare un carissimo amico che era stato a lungo nel problema, che nel luglio del 1974 riuscì a realizzare a Firenze le prime due riunioni d’informazione pubblica fatte mai in Italia su A.A. È buona cosa ricordare oggi quegli inizi di 9 lustri fa, e lo faremo ricorrendo ad alcuni passi della raccolta prodotta dall’Agenzia Regionale di Sanità al convegno “Dipendere”, attuato proprio allo Stensen, il 19 gennaio 2019, per riportare la memoria e l’esempio di quegli alcolisti e di quei medici che ci furono pionieri (https://www.ars.toscana.it/images/eventi/2019/Dipendere_19gen2019/Quaderno_interventi_convegno_Dipendere.pdf).

Hector M.: l’alcolismo, i ricoveri, il recupero

Alle origini della storia vi sono i due ricoveri per alcolismo del 1967 nella clinica neuropsichiatrica di San Salvi a Firenze di Hector, giovane messicano abitante in città, amico di Còccioli. Vi era stato trasferito dall’accettazione psichiatrica del dottor Sacenti a Santa Maria Nuova, dove erano trasportati ubriachi e folli. A tutti, subito legati a letto, si somministravano sedativi e s’inseriva catetere uretrale a permanenza; gli ubriachi meno gravi venivano dimessi a sbornia cessata, gli altri erano trasferiti in clinica psichiatrica.

Il dottor Giuseppe Giannoni, allora frequentante il primo anno di specializzazione in malattie nervose e mentali, scomparso nel gennaio 2017, parlava così di Hector al suo primo ricovero: “Un bel ragazzo, riservato, dai modi gentili ed educati, molto triste. Camminava senza far rumore e consumava i pasti appartato. Parlai con lui perché incaricato di compilare l’anamnesi. Dopo la dimissione, andai a fargli visita nel suo negozio, piccolo ma coloratissimo. Stava lì pensieroso ed inquieto, e ora odiava quell’occupazione che gli rammentava la sua vita con l’alcol. Una notte, tornato preda di un’ebbrezza sfrenata, quasi sfasciò la casa, per poi tagliarsi le vene dei polsi”.

Durante il secondo ricovero Hector non ricevette visite; si alzava alle quattro del mattino per spazzare i corridoi del reparto.

Alla fine tornò in Messico, dove iniziò a frequentare A.A.; fu così capace di raggiungere la sobrietà, e superando depressione e sconforto, ottenne un lavoro stabile. Con gli altri alcolisti anonimi andava a trasmettere il messaggio di A.A. agli altri alcolisti ricoverati in psichiatria o in sanatorio.

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Arrivo di Hector e di Còccioli a Firenze

Hector tornò a Firenze anni dopo, con lo scopo di trasmettere il messaggio dei gruppi A.A. Così descrive quel ritorno: “Quando mi ripresentai a San Salvi al dottor Giannoni, e gli raccontai ciò che mi era accaduto in Messico, non mi credeva. Pensò che fossi lì per un nuovo ricovero, poi mi guardò e mi chiese se ero brillo, e gli dissi ‘no! Solo per oggi, no!’, e cercai di spiegargli come funziona A.A. Poi arrivarono altri medici con tante domande: ‘sei forse medico?’ ‘No, sono solo un alcolista’. ‘È propaganda americana?’ ‘No, il programma è nato negli USA, ma non è propaganda’. ‘Quanto costa A.A.?’ ‘Niente, ognuno di noi contribuisce con ciò che vuole nel gruppo’. ‘Allora è una setta religiosa?’ E così via tante domande, alle quali grazie a Dio potei rispondere. Alla fine chiesi al dottor Giannoni il favore di mettermi in contatto con gente come me, malata e rinchiusa in ospedale.”

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“Dopo due giorni mi comunicò che avevo il permesso. E un pomeriggio, in una stanza del manicomio, facemmo un gruppo con Gigliola, Edoardo e altri due ricoverati. Fu il primo gruppo istituzionale di A.A. in Italia – era il giugno 1974”.

In quel tempo, grazie al dottor Manfredo Baronti, Hector frequentò anche la clinica psichiatrica di Poggio Sereno a Fiesole, occupandosi di parlare coi ricoverati per alcolismo.

Dopo alcuni giorni arrivò Còccioli, che con Hector volle organizzare le riunioni pubbliche d’informazione su A.A. prima nel Palazzo Capponi, e poi all’Istituto Stensen.

Prima Pubblica Informazione a Firenze: 4 luglio 1974, Palazzo Capponi, ore 21

Su La Nazione uscì un articolo, che invitava la città a venire. Come racconta Hector, “La sala era bellissima, e non c’era quasi nessuno. Poi Coccioli raccontò quello che aveva vissuto con me seguendomi nei gruppi messicani”. Secondo Giannoni, che era presente, fu imbarazzante “un francese che si presentò con un fiaschetto di Chianti offrendone a tutti; poi tirò fuori dalla giacca una borraccia in argento di cognac, anche questo offerto in giro”. “Col passare del tempo” dice ancora Hector “arrivò più gente. I medici posero le loro domande, sembrava temessero che A.A. potesse rubar loro i malati. La riunione durò più di tre ore. Infine diedi il mio numero di telefono, perché chi avesse dubbi o vergogna a far domande, potesse telefonarmi”. “Tornai a casa stanco e sudato, e dopo un po’ chiamò con voce roca un uomo che voleva vedermi l’indomani. Mi dette appuntamento a un bar di Piazza Beccaria, alle 5 di sera. Silvano L. aveva il suo tavolino pieno di bicchieri, perché, come diceva, da 25 anni non poteva smetter di bere. Gli raccontai della mia storia, del mio arrivo al gruppo, delle 24 ore, insomma di tutto ciò che si deve dire a un nuovo che sta chiedendo aiuto. Avemmo poi altri appuntamenti”.

Seconda Pubblica Informazione a Firenze: 11 luglio 1974, Istituto Stensen, ore 21

Su La Nazione era uscito un secondo articolo. “In principio apparvero” riferisce Hector “gli alcolisti del gruppo A.A. di Roma: l’onorevole Carlo C. e Licia. Al tavolo dei relatori c’erano anche Còccioli e alcuni medici; io ero il coordinatore. Tutto questo cominciò a essere il miracolo. Parlò tra gli altri Jocelyn, una giovane inglese di Firenze, in attesa di un bambino, che con voce dolce e accento straniero raccontò la sua storia. Tra i molti presenti vi erano il dottor Baronti, e Malcolm, un A.A. americano di Fiesole. In fondo alla sala Silvano, avvolto in un impermeabile bianco, alzò la mano: ‘Voi medici mi conoscete quasi tutti. Mi avete disintossicato parecchie volte, mai mi avete detto come smetter di bere, e invece grazie a questo giovane messicano sono 7 giorni che non bevo’. Al fondo alla sala un’altra mano: ‘Sono il parroco della chiesa americana di via Rucellai; nel mio paese ci sono tanti gruppi di A.A.; se volete, da oggi potete far da me le vostre riunioni: ci sono sedie e tavoli, caffè, zucchero e tazze’. Così nacque il primo gruppo di A.A. a Firenze.

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Primo gruppo A.A. a Firenze in via Rucellai (luglio 1974)

Univa quelle persone una grande vicinanza tra loro. Silvano divenne il decano degli A.A. toscani. In quel tempo in Italia le riunioni si tenevano a Firenze, a Roma, e a Bolzano, ma presto A.A. si estese a Milano, e a tutte le principali città. I gruppi sono ora giunti al numero di 20 in Toscana e 450 in Italia, e collaborano con molti medici e strutture sanitarie.

 

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