Sicurezza sul lavoro

Stress termico e rischio di infortunio nei luoghi di lavoro: frontiere di ricerca e intervento alla luce del cambiamento climatico

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Alessandro MarinaccioALESSANDRO MARINACCIOINAIL, Dipartimento di Medicina, Epidemiologia, Igiene del Lavoro e Ambientale. Responsabile del Laboratorio di Epidemiologia, Roma

 

 

MICHELA BONAFEDEINAIL, Dipartimento di Medicina, Epidemiologia, Igiene del Lavoro e Ambientale, Roma

Il tema dell’impatto del cambiamento climatico sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro è di prima rilevanza per la ricerca epidemiologica e la sanità pubblica. La misura della relazione fra eventi climatici estremi e rischio di infortunio e l’identificazione delle specifiche categorie di lavoratori a rischio possono consentire di definire le misure di prevenzione dei rischi.

 

Parole chiave: cambiamento climatico, infortuni sul lavoro, epidemiologia, prevenzione

 

La ricerca scientifica ha evidenziato come l’aumento dell’esposizione a temperature estreme sia causa di un significativo effetto sulla salute della popolazione, soprattutto per i soggetti più vulnerabili. L’associazione tra esposizione a temperature estreme, ondate di calore ed effetti sulla salute è stata ripetutamente studiata con strumenti di analisi epidemiologica e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato in 250.000 decessi per anno l’impatto dei cambiamenti climatici per il periodo 2030-2050.

Meno esplorato è il tema della relazione fra il cambiamento climatico e la salute e la sicurezza dei lavoratori. L’argomento è complesso e coinvolge lo stress occupazionale dovuto a temperature estreme, l’esposizione alle radiazioni solari, l’interazione fra inquinamento ed esposizione a cancerogeni occupazionali e ad allergeni biologici. Negli ultimi decenni, le agenzie internazionali e gli enti pubblici di tutela della salute occupazionale hanno pubblicato documenti e linee guida che promuovono programmi e indicazioni operative per la prevenzione dei rischi connessi alle temperature estreme rivolti a lavoratori e datori di lavoro (CDC, 2008; NIOSH, 2016; UNDP, 2016, http://www.salute.gov.it). Gli effetti delle temperature estreme sulla salute dei lavoratori sono caratterizzati dall’aumento della fatica percepita e dalla riduzione delle capacità di reazione. L’associazione fra esposizione occupazionale a temperature estreme e rischio di infortunio sul lavoro è di particolare importanza considerando come molte attività lavorative si svolgano all’aperto e spesso lavorazioni complesse e pesanti siano programmate d’estate. Gli orari di lavoro spesso comprendono le ore più calde della giornata a elevato rischio di stress termico (14:00 - 17:00) e molte attività professionali richiedono un intenso sforzo fisico. In situazioni in cui il carico termico totale supera le capacità del corpo di mantenere le normali funzioni corporee si verifica uno stress termico la cui intensità dipende anche dalla capacità di tolleranza al calore del lavoratore. Una recente review pubblicata dalla rivista Lancet, riprendendo un lavoro pubblicato da Kjellstrom e colleghi, stima in totale nel mondo 153 miliardi di ore di lavoro perse a causa dei cambiamenti climatici nel 2017, con un incremento di 62 miliardi rispetto al valore dell’anno 2000.

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Recentemente, nell’ambito del progetto BEEP (https://www.progettobeep.it/index.php), sviluppato in collaborazione fra INAIL, Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio e CNR, è stata sviluppata un’analisi epidemiologica che, utilizzando la disponibilità di serie storiche di temperature a elevata risoluzione spaziale disponibili sul territorio nazionale, ha messo in relazione le temperature estreme (caldo e freddo) con gli incidenti sul lavoro registrati da INAIL in 8.090 comuni italiani nel periodo 2006-2010. Lo studio ha rilevato effetti significativi sul rischio di infortunio occupazionale sia per il caldo (RR = 1,17 95% CI: 1,14-1,21 per temperature superiori al 75° percentile) che per il freddo (RR = 1,23 95% CI: 1,17-1,30 per temperature inferiori al 25° percentile) (Figura 1), consentendo di stimare, per temperature inferiori e superiori alla soglia (25° percentile per il freddo e 75° percentile per il caldo), circa 5.200 incidenti sul lavoro all’anno associati alle temperature. Lo stesso lavoro evidenzia una variabilità dei rischi in relazione all’età (maggiori nei lavoratori giovani per il caldo e per i lavoratori meno giovani per il freddo), al genere (le donne sono più suscettibili alle basse temperature, gli uomini alle alte), alla dimensione aziendale (maggiore l’effetto del caldo sugli occupati nelle piccole imprese, maggiore l’effetto del freddo per le grandi aziende). I lavoratori nel settore dell’edilizia sono risultati essere i più suscettibili alle elevate temperature, mentre un maggior effetto del freddo è stato riscontrato negli occupati nei settori della pesca e dei trasporti. Relativamente alla gravità dell’infortunio nei periodi caldi è emerso un rischio di infortunio meno grave (< di 15 giorni di durata) rispetto al periodo freddo (> di 60 giorni di durata). I risultati dello studio, identificando specifiche categorie di lavoratori particolarmente esposti al rischio di infortunio correlato all’esposizione a temperature estreme, possono contribuire a definire specifiche misure di prevenzione e protezione a livello strutturale, comportamentale e organizzativo.

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Alla luce degli scenari di cambiamento climatico è necessario considerare la protezione dei lavoratori dai rischi di infortunio connessi alle temperature come una priorità. L’efficacia dei meccanismi di tutela può trarre beneficio dall’emersione di fattori di rischio misconosciuti o sottovalutati e per questo obiettivo la ricerca epidemiologica ha un ruolo fondamentale e può avvalersi della banca dati dell’istituto assicuratore per l’individuazione degli appropriati outcome di salute.

Tra le prospettive di ricerca future sarà rilevante implementare un sistema di allerta caldo attraverso previsioni personalizzate degli effetti della temperatura sui lavoratori in un modello meteorologico previsionale deterministico a elevata risoluzione spaziale e temporale, dettagliando le previsioni di rischio in funzione del tipo di attività fisica, dell’ambiente di lavoro, dei dispositivi di protezione individuali, delle criticità organizzative. È inoltre in programma la conduzione di uno studio epidemiologico nazionale per valutare la dimensione dei costi connessi agli infortuni e alla perdita di produttività nello specifico contesto italiano e per determinati settori occupazionali (costruzioni, agricoltura, trasporti, turismo e manifatturiero).

 

a.marinaccio@inail.it



 

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