L’articolo 32 del Codice Deontologia Medica: l’equa condotta nel sottile confine tra segreto professionale e dovere di solidarietà

Leonardo Bianchini

Leonardo Bianchini
Avvocato, iscritto all’Albo degli Avvocati di Firenze e delle Giurisdizioni Superiori, opera nell’ambito del Diritto Civile e Amministrativo. Nel Civile presta assistenza e consulenza in tema di responsabilità nell’esercizio delle attività professionali del settore sanitario. Nel Diritto Amministrativo presta assistenza e consulenza nelle procedure di appalti, concorsi pubblici, responsabilità contabile

 


Già nell’articolo pubblicato su questa rivista il 7.9.2020 era stato affrontato il tema critico inerente al bilanciamento tra l’obbligo al segreto professionale comparato all’obbligo di denuncia, informativa e testimonianza del medico all’Autorità Giudiziaria.

In tal senso era stato offerto un panorama di riferimento normativo di natura codicistica procedurale e penale volto a circoscrivere un perimetro entro il quale il medico, quale esercente la funzione di pubblico ufficiale, di incaricato di pubblico servizio o professionista privato, poteva considerarsi legittimato a superare la prescrizione dell’articolo 622 del Codice Penale sul segreto professionale portando all’attenzione della Pubblica Autorità fattispecie di reati conclamati e oggettivamente accertati.

L’indagine odierna viene invece condotta sul contenuto e la ratio dell’articolo 32 del Codice Deontologico in forza del quale: Il medico tutela il minore, la vittima di qualsiasi abuso o violenza e la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita. Il medico segnala all’Autorità competente le condizioni di discriminazione, maltrattamento fisico o psichico, violenza o abuso sessuale.

Detta norma deontologica, per poter essere analizzata nel suo contesto esecutivo onde non ridurla a un semplice, quanto pleonastico, cardine di obbligo assistenziale del medico nei confronti dei soggetti più deboli, deve essere letta alla luce di un concreto ampliamento del dovere fondamentale che connota la professione medica al cospetto del suo fisiologico carattere solidaristico-sociale che non deve essere visto da una prospettiva esclusivamente professionale di tipo tecnico-medica, bensì deve essere esteso a tutti i comportamenti che possano andare anche oltre la competenza professionale specifica.

In altre parole nella norma in esame si rispecchia una concezione del ruolo del medico non ristretto al solo ambito della tutela della salute. Viene, infatti, delineata, nei confronti delle categorie più deboli, cioè dei minori, degli anziani e dei portatori di handicap, una funzione del medico di tutela ben più ampia, che abbraccia, oltre alla salute, le stesse condizioni di vita, allorché possano incidere negativamente sulla qualità e dignità dei soggetti su indicati.

Alla luce di tale illuminante presupposto il richiamo essenziale, in punto di diritto, che deve essere svolto al fine di rendere maggiormente comprensibile al professionista il proprio indefettibile ruolo, non sarà inutile richiamare il contenuto dell’articolo 32 della Carta Costituzionale nel suo primo periodo in forza del quale: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività [omissis].

In tal senso non potrà che riconoscersi al professionista medico il compito fondamentale, nell’esercizio della sua funzione, di rendersi il primo referente della tutela della salute come, appunto, diritto fondamentale dell’individuo.
Dinanzi a tale dichiarazione di principi allora è necessario partire per derubricare e rendere operativo il contenuto dell’articolo 32 del Codice Deontologico.

Il contesto sociale nel quale il medico professionista è inevitabilmente, bon gré mal gré, veicolato è naturalmente la famiglia e/o il nucleo parentale in cui si colloca il “soggetto debole”. Il medico, interfacciandosi con il paziente - soggetto debole, si reca spesso nel suo domicilio, piuttosto che riceverlo presso ambulatori dove, talvolta, verrà accompagnato da persone facenti parte del nucleo familiare.

L’occhio del bravo professionista medico sarà pertanto reiteratamente abituato, anche con l’acquisizione dell’esperienza lavorativa, a effettuare ogni volta una preliminarissima valutazione ictu oculi sullo stato di apparenza del soggetto debole non tanto e non solo legato alle condizioni di salute del medesimo, che rappresenta la parte tecnica del ruolo sanitario, quanto, piuttosto, alla condizione di oggettivo nutrimento, del vestiario, dell’igiene e financo del comportamento sensoriale del paziente (reazioni anomale a sollecitazioni normali quali semplici domande del quotidiano, stati di ansia e/o paure ingiustificate).

Tali indici di valutazione esterna sono spesso associabili nella scienza medica a disagi che traggono la loro origine da contesti di abbandono, maltrattamento o, nella migliore delle ipotesi, disinteresse verso le condizioni esistenziali del soggetto debole da parte del nucleo di origine.

Ulteriormente il professionista medico approfondirà la propria indagine personale sul soggetto debole in sede di visita dove, nel rispetto dei limiti della patologia riscontrata/riscontrabile, accede a parti del corpo del paziente esponendole alla propria vista.

L’esercizio professionale della medicina diventa pertanto, in questa prospettiva, l’occasione e lo strumento di rilevazione di situazioni familiari, sociali e/o ambientali in cui versano soggetti particolarmente deboli che, oltre a incidere negativamente sulla salute di costoro, ne compromettono la qualità e dignità di vita.

È proprio nel perimetro di tali ipotesi che il medico deve farsi attivo promotore di iniziative volte a rimuovere dette condizioni ottemperando oltre che al Codice Deontologico anche alla norma costituzionale di cui all’articolo 32 nella parte richiamata. Iniziative che, secondo la sua valutazione, dovranno coinvolgere la famiglia o nei casi più gravi anche organi pubblici di assistenza sociale o, in caso di maltrattamenti o violenza o di opposizione dei legali rappresentanti alle cure necessarie a minori e incapaci, anche l’autorità giudiziaria o di polizia.

Quello fissato nell’articolo in esame è pertanto un dovere ulteriore e diverso da quelli sanciti dalla legge nelle ipotesi in cui questa fissa per il medico obblighi di referto o di denuncia in coincidenza dei quali vi è un vero e proprio dovere imperativo che, se disatteso, espone il sanitario al reato di omissione di atti d’ufficio (articolo 328 del Codice Penale).

Va tuttavia sottolineato come la funzione attribuita al medico dalla lettura di questo articolo deontologico ponga lo stesso, quale rovescio della medaglia, nella delicata posizione di dover valutare quando la situazione in cui apparentemente versano determinati soggetti sia tale da richiedere, oltre che la violazione del segreto professionale e del principio di riservatezza, un intervento non limitato alla sfera della salute dei soggetti medesimi, ma diretto anche alle sfere più delicate dell’intimità familiare, con possibili gravi conseguenze d’ordine giuridico (querele per diffamazione ecc.); è questa una precisa scelta culturale e di civiltà secondo principi di attiva solidarietà cui l’esercizio della professione medica deve conformarsi a sostegno di chi è pressoché privo di difesa.

In tal senso appaiono quindi meritevoli di approfondimento le modalità di trasmissione della segnalazione agli organi e/o agli enti preposti in caso di sospetto grave pregiudizio che il medico può rinvenire nei confronti del soggetto debole.

In primo luogo preme sottolineare come la segnalazione debba essere inoltrata per iscritto e non possa in alcun modo essere fatta in forma anonima.

Nella segnalazione devono essere citati e descritti tutti gli elementi che hanno portato l’operatore a formulare l’ipotesi che il soggetto debole si trovi in una situazione di rischio o pregiudizio.

Quando il medico che rileva una situazione di disagio fa parte di un’istituzione o un’organizzazione pubblica o privata, la responsabilità della segnalazione non deve ricadere in via esclusiva sul singolo operatore, ma dovrà essere assunta in modo collegiale dal team e/o dall’istituzione stessa.

Quando viene inoltrata una segnalazione riguardante un minore è opportuno informare i genitori del medesimo dell’iniziativa assunta.

Principalmente la segnalazione potrà essere direzionata agli enti assistenziali (assistenti sociali) ma, nei casi più gravi accertati dal medico in maniera assimilabile a una potenziale e concreta esistenza di reati (ancorché non conclamati) può essere preferibile direzionare la segnalazione direttamente all’Autorità Giudiziaria (Procura della Repubblica, Tribunale dei Minori).

Residua da un punto di vista sostanziale chiarire come la segnalazione debba essere redatta al fine di non esporre il sanitario a responsabilità personali (civili e/o penali).

L’esposizione dei fatti oggetto di narrativa deve essere svolta in forma chiara e sintetica con gli elementi osservativi che hanno condotto il medico al sospetto pregiudizio cui la persona debole parrebbe esposta.

Non devono essere apportati approfondimenti soggettivi o giudizi personali circa la presunta veridicità delle eventuali affermazioni rese dal soggetto debole, o circa la colpevolezza di soggetti potenzialmente coinvolti nella vicenda.

La narrativa deve pertanto essere “asciutta” e priva di qualsivoglia commento personale volto a corroborare il sospetto poiché, si ricorda, che nel caso di specie ciò che rileva è la “sensazione di pregiudizio” che il sanitario, dall’alto della sua scienza e coscienza, ritiene probabile/possibile/attuale ma non assolutamente certo.

Può non apparire inutile rivolgersi all’Ordine di appartenenza che potrà essere in grado di fornire l’opportuno supporto anche legale al fine di contemperare al meglio la duplice esigenza di tutela dei soggetti deboli e del professionista medico.

 

l.bianchini@lslex.com