La luce del Paradiso e la medicina della luce

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Donatella LippiDonatella Lippi, Professore di Storia della Medicina e Medical Humanities, Università degli Studi di Firenze

 

 

  

Dal buio dell’Inferno, alle sfumature acquerellate del Purgatorio, alla luce del Paradiso: la terza Cantica può essere considerata un lungo inno alla luce, in tutte le sue sfumature concrete, nella pregnanza delle sue accezioni metaforiche, nella declinazione lessicale più attenta e raffinata. 

Il Dio della liturgia, sol salutis, che risplende sul fondo dorato della pittura e dei mosaici, illumina il Paradiso, concepibile proprio come la Cantica della luce, della gioia, della letizia. L’unico modo di cui Dante dispone per comunicare la sua straordinaria esperienza mistica e contemporaneamente per rappresentare ciò che in effetti non può essere rappresentato – il terzo regno – è, infatti, quello di utilizzare l’elemento luce, per dar forma alla sua poesia. E non a caso.

Nelle civiltà antiche, la luce solare rappresentava un elemento fondamentale dal punto di vista ambientale, influendo in modo determinante anche in una prospettiva teologica. Secondo molte culture, l’irradiarsi della luce a partire da un punto primordiale genera l’estensione della materia: questo punto primordiale è posto in alto, è una fonte che diffonde da sopra e che “investe, penetra e risplende”, perché in definitiva è il sole e/o proviene dal sole, perciò è un’influenza celeste. La luce è quindi qualcosa che appartiene alle alte sfere, è la manifestazione del divino, è insieme mezzo e sostanza di ciò che si rivela.

Dar luce è sinonimo di rigenerazione, di possibilità di salvezza: in questa prospettiva, torna il Fiat Lux della Genesi, che utilizza l’elemento luce sia come illuminazione/ordine, risoluzione del caos primordiale, sia come illuminazione/emanazione, vibrazione della materia, produzione della luce-vita.

E non è un caso che da sempre la luce sia stata considerata una risorsa terapeutica, impiegata nel trattamento di diverse patologie. L’esposizione ai raggi solari era prescritta dalla medicina classica e già nel II secolo d.C. il medico Sorano di Efeso (Gyn. 2, 16, 1-16) forniva una delle più antiche descrizioni del rachitismo, che Galeno imputava, indirettamente, alla mancata esposizione alla luce solare: l’aumento dell’urbanizzazione e l’abitudine di fasciare completamente i neonati, infatti, avevano privato del beneficio dei raggi solari. Nel corso del tempo, l’esposizione curativa alla luce solare fu compresa in un più ampio approccio naturalistico alla terapia, che poteva comprendere anche l’uso delle acque termali, di fanghi, di rimedi fitoterapici, per poi diffondersi largamente all’inizio del XIX e del XX secolo.

La storia di quella che venne chiamata Elioterapia, in una sua accezione moderna, risale al XIX secolo, quando iniziarono a circolare alcuni testi sull’efficacia dei bagni di mare e sull’importanza dell’esposizione solare: nel 1817, era stato tradotto e pubblicato a Pisa il Trattato sopra i bagni di mare dell’inglese Alexander Peter Buchan, che è considerato il primo del genere ad apparire in Italia. Il medico fiorentino Giuseppe Barellai costituì nel 1853, a Firenze, un Comitato per la realizzazione di un centro di cura per i bambini affetti da scrofola, concretizzatosi a Viareggio, nel cosiddetto Palazzo delle Muse, successivamente trasformato in colonia permanente. La luce solare era l’elemento-chiave per il trattamento della tubercolosi ossea e del rachitismo.

La vocazione turistica della centrale piazza Mazzini, dove si trovava l’ospizio di Barellai, determinò l’accendersi di violente critiche verso il suo operato, e i destinatari delle sue cure, “sciancati” e “gobbini”: Barellai raccolse lo scherno e definì “gobbinologia” la materia medica di cui si occupava e “gobbinologi” coloro che la studiavano e proponevano tali terapie. A queste colonie estive, negli anni del Ventennio fascista, venne affidato il compito di contribuire alla salute fisica e morale degli italiani, per poi lasciare spazio all’iniziativa privata e alle prime forme di turismo di massa.

Ma la luce solare poteva trovare anche altre applicazioni e, nel corso dell’Ottocento, mentre i medici igienisti facevano appello al binomio area-aria per la costruzione degli ospedali, la luce solare veniva analizzata e studiata in maniera approfondita. È in questo clima di sempre maggiore apertura verso l’uso dei raggi solari, che si colloca l’opera di N. Finsen, in Danimarca, che si servì della luce solare filtrata nel trattamento del lupus vulgaris, seguito da altri studiosi che dettero avvio all’uso di fonti di luce artificiali nel trattamento di patologie dermatologiche. Nel 1903, Finsen fu insignito del premio Nobel, avendo dimostrato i positivi effetti a lungo termine della fototerapia.

Nonostante le evidenze accumulate dai centri di ricerca in Europa, l’accettazione di queste terapie non sempre è stata lineare, tanto che, nel 1905, a Firenze, Celso Pellizzari, rievocando la storia dell’Istituto Fototerapico, esprimeva il proprio stupore per la realizzazione del progetto: “Allorché nei primi dell’anno decorso manifestammo l’idea di creare in Firenze un Istituto Fototerapico, poco mancò che fossimo tacciati di sognatori…”. La Fotodinamica e la Fotochemioterapia sono conquiste recenti, che confermano la vastità delle applicazioni terapeutiche della luce. Dall’apprezzamento della luce nel lontano passato, alla medicina di oggi.

Dall’Inferno, “luogo d’ogni luce muto”, attraverso il Purgatorio, il cammino di Dante si è configurato come un iter nel segno della luce, verso “il ciel che più della sua Luce prende” (Par. I, 4) e Dante così immaginerà la sede dell’Empireo, come la “sfera suprema” di luce (Par. XXIII, 208), luogo mistico e trascendente, immateriale e spirituale, un non luogo dove il Bene trionfa.

Per saperne di più: Dante Alighieri, La Divina Commedia, con note storico-mediche di Donatella Lippi, Fidenza: Mattioli 1885, 2009-2011

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