Bambini contesi

Riccardo Lo ParrinoRiccardo Lo ParrinoNeuropsichiatra Infantile. Coordinatore del Servizio Territoriale per lo Scompenso Psichico in Ado-lescenza dell’Unità Funzionale Salute Mentale Infanzia e Adolescenza di Firenze, Azienda USL Toscana Centro

 

 

Anna Maria Brizzi, Dirigente Psicologo, UF Salute Mentale Infanzia e Adolescenza e Consultorio Valdelsa. Azienda USL Toscana Sud-Est

 

Conflitti insanabili fra i partner della coppia genitoriale che trovano il proprio epicentro nell’aspra contesa del figlio possono costituire per i bambini un’esperienza traumatica che si mantiene nel tempo. Da questa, in assenza di interventi appropriati sia dell’area della salute mentale che dell’ambito legale, possono derivare gravi rischi per lo sviluppo psicologico della persona in crescita.

 

Parole chiave: bambini, attaccamento, sviluppo traumatico, adolescenti, trauma psicologico

 

Un bambino è una persona. Quest’affermazione può sembrare ovvia. Ovvia probabilmente lo è, ma non scontata. Un bambino è una persona piccola, ancora piccola; certamente non una piccola persona, ossia insignificante. In quanto persone, i bambini, è bene ricordarlo, non sono neppure angeli, esseri che vedono verità che gli adulti non sono in grado di vedere (Il re è nudo!), “mandati o inviati dagli dei”, come “molte volte e in epoche diverse è stato detto”– l’espressione è dello sto-rico della filosofia Paolo Rossi, da lui riportata nel bel testo dal titolo Bambini, sogni, furori –.

In quanto persona piccola, il bambino è, questo sì, per sua natura, fragile, perché dipende, per i suoi bisogni, anche quelli primari, dalle figure accudenti, che sono in genere i genitori. Anche al-tre persone sono, per questo e altri motivi, fragili; i vecchi, ad esempio, sono per lo più persone fragili e così i malati e i disabili.

“Un bambino solo non esiste” diceva Donald Winnicott. D’altra parte, che siamo creature relazio-nali lo sappiamo da molti, moltissimi secoli. Ce lo ha insegnato la filosofia antica.

Il “sé” di ciascuno di noi è creato in parte all’interno di relazioni.

Se la spinta innata del bambino ad “attaccarsi” ai propri genitori trova l’adulto pronto a leggere i segnali che il bambino stesso gli invia e a rispondere a essi altrettanto prontamente, si svilupperà un modello di attaccamento che John Bowlby alla fine degli anni ’60 del secolo scorso ha definito “base sicura” per affrontare il mondo.

La mole di lavori scientifici che da allora sino ai nostri giorni è stata prodotta in tutto il mondo a conferma dell’originaria concettualizzazione di Bowlby è enorme.

Possiamo affermare quindi con sufficiente certezza che un bambino avrà buone possibilità di di-ventare un adulto che gode di buone condizioni di salute fisica e psichica se cresce in un am-biente in grado di riconoscerne i bisogni, materiali ed emotivi, e di rispondere a essi efficacemente.

Con altrettanta sicurezza possiamo dire che, quando ciò non accade, cioè quando i genitori non riescono a “sintonizzarsi” con la sfera emotiva dei loro figli, tali possibilità inevitabilmente si riducono.

A un livello estremo, un grave disconoscimento dei bisogni del bambino, o una risposta a questi disfunzionale, può configurarsi come un trauma d’attaccamento. È noto che anche esperienze relazionali avverse apparentemente poco rilevanti, ma reiterate nel tempo, in fasi precoci della vita possono avere conseguenze negative, anche gravi, sullo sviluppo del bambino. Si parla di ad-verse childhood experiences (Studio ACE).

Sappiamo che lo stress cronico produce livelli tossici di ormoni e neurotrasmettitori in grado di danneggiare il cervello ancora immaturo anatomicamente e funzionalmente, agendo in particola-re su ippocampo, corteccia prefrontale, soprattutto destra, e corpo calloso (Shin et al.).

Bisogna avere presente che anche la perdita di una figura d’attaccamento su cui il bambino faceva affidamento può assumere per lui una valenza traumatica.

Secondo la nostra esperienza di operatori di servizi pubblici di salute mentale dell’infanzia, forse in nessun altro ambito di lavoro clinico, come in quello con i bambini contesi, e i loro genitori, il ri-spetto prioritario dei bisogni del minore (favor minoris) viene da tutti tanto enfaticamente invocato.

Le accuse che per lo più i genitori si muovono reciprocamente ruotano attorno a questo asse cen-trale: il mancato rispetto dei bisogni del figlio, secondo la visione che ciascuno di loro ne ha.

Il conflitto genitoriale irrisolvibile, portato avanti in nome dei bisogni del bambino, determina una situazione in cui il soddisfacimento di tali bisogni è paradossalmente negato.

La circolarità positiva: riconoscimento genitoriale del segnale del figlio - pronta risposta del geni-tore - amplificazione di stati emozionali positivi e controllo di quelli negativi del bambino (descritta negli anni ’70 del Novecento da Mary Ainsworth nei bambini piccoli e da molti altri ricercatori dopo di lei) non può realizzarsi perché interrotta al suo nascere.

Vorremmo segnalare due conseguenze possibili di questa interruzione, che ci sembrano partico-larmente preoccupanti per lo sviluppo psicologico della persona in crescita. La prima di queste conseguenze è il freezing emozionale. Se le emozioni, dispiegandosi liberamente nello spazio relazionale, interpersonale, sono destinate a generare, in maniera reiterata, delusioni e sentimenti negativi in chi le prova, è possibile che prima o poi siano sottoposte a un processo di immobilizza-zione, di congelamento.

Il freezing (immobilità ipertonica), insieme alla lotta (fight), alla fuga (flight) e all’immobilità ipotoni-ca (faint), fa parte di un sistema di difesa comune a molte specie di mammiferi e certamente è presente in Homo sapiens (Porges e la teoria polivagale).

Quando niente cambia e tale processo persiste nel tempo, e soprattutto quando persiste in ma-niera rigida, può determinarsi una condizione per cui, il “sé interno privato” e il “sé esterno pub-blico e adattivo” (Daniel Siegel) non fanno più parte di un sistema integrato. Il “sé interno”, nasco-sto e impossibilitato a manifestarsi, soccombe al predominio del “sé pubblico e adattivo”.

In casi di particolare gravità, il bambino non solo non sa più esprimere liberamente all’esterno le emozioni autentiche, ma diventa anche incapace di riconoscerle.

Vediamo pazienti (ormai di questo si tratta) arrivati all’appuntamento con l’adolescenza ancora drammaticamente al centro di conflitti genitoriali irrisolti, dibattersi in crolli angoscianti e dagli esiti imprevedibili. Per lo più questi ragazzi/e esprimono penosi sentimenti di non sapere chi davvero sono e di essere privi di valore.

La seconda, rischiosa, conseguenza su cui vogliamo soffermarci riguarda l’assunzione di re-sponsabilità da parte del bambino rispetto a quanto di negativo accade, dentro e fuori da lui. Il di-fettoso collegamento con i caregivers interferisce pesantemente con l’affermarsi di una valida capacità del bambino di regolare le proprie emozioni. Sentirsi lui “quello che non va” gli consente di rendere più tollerabile il dolore derivante dal fallimento del rapporto con genitori in evidente dif-ficoltà e, allo stesso tempo, gli permette di organizzare, in qualche modo, una vita emotiva altri-menti pericolosamente minacciata dal caos.

Il prezzo da pagare per questa apparente tranquillità interiore, in precario e non si sa quanto du-raturo equilibrio, è dunque molto alto: accettare la propria colpevole insufficienza (sino al punto, in alcuni casi, di sentirsi “merce avariata”, per usare un’impietosa ma realistica espressione di Da-niel Siegel).

Atteggiamenti accudenti verso i propri genitori (parentification), chiara espressione di quella che molti autori (Kerig, Chase) chiamano boundary dissolution (di così frequente riscontro nelle storie relazionali dei bambini contesi) rimandano proprio a tale disfunzionale strategia difensiva.

L’adolescenza attende questi bambini come una turbolenta e pericolosa navigazione fra Scilla e Cariddi. D’altronde altri passaggi, per raggiungere l’età adulta, non ce ne sono. La recrudescenza pulsionale adolescenziale e il rimaneggiamento dei vecchi equilibri propri dell’infanzia riattivano la minaccia di una caoticità emotiva che può prendere il sopravvento e assumere forme franca-mente patologiche. Ad esempio, rabbia e odio (rabbia e odio punitivi) possono emergere, anche in maniera incontrollata, ed essere diretti verso sé o verso gli altri. Certo sempre la sofferenza è pro-fonda.

Solo una breve considerazione relativa al funzionamento genitoriale di persone le cui storie, indi-viduali e di coppia, sono per lo più assai complesse. Sono tali storie che costituiscono ostacoli gravosi alla capacità di modificazione dei genitori lungo quel tragitto che, con la nascita del figlio, dovrebbe portare la coppia coniugale a essere anche coppia parentale. È da tali storie irrisolte che, quando la coppia ha un figlio, prendono corpo dinamiche relazionali triangolari disfunziona-li, destinate a strutturarsi e inasprirsi durante e dopo la separazione.

Il processo d’integrazione delle vicende personali e relazionali complesse dei genitori con le esi-genze del figlio risulta ostacolato, quando non impossibile. La competenza genitoriale di adatta-mento viene meno e al suo posto compare allora un maladattamento (Di Blasio) per cui, parafra-sando ancora Siegel, il bambino “viene inghiottito dalle esigenze altrui”.

Quale aiuto ai bambini contesi? I percorsi di aiuto sono, lo sappiamo, complessi e articolati. Alla complessità e gravità in sé i servizi sono ben allenati. Certo è che nessun vero aiuto, con qualche speranza di riuscita, può essere dato ai bambini contesi senza uno sforzo congiunto di tutti i pro-fessionisti coinvolti, dell’ambito sia legale che della salute mentale, di un’autentica collaborazione.

 

riccardo.loparrino@uslcentro.toscana.it