Il rilascio di documentazione medica (cartelle cliniche) a richiesta di congiunti del de cuius: rapporto tra il GDPR 679/2016 in materia di privacy e obbligo al segreto professionale

Leonardo Bianchini

Leonardo Bianchini
Iscritto all’Albo degli Avvocati di Firenze e delle Giurisdizioni Superiori, opera nell’ambito del diritto civile e amministrativo. Nel civile presta assistenza e consulenza in tema di responsabilità nell’esercizio delle attività professionali del settore sanitario. Nel diritto amministrativo presta assistenza e consulenza nelle procedure di appalti, concorsi pubblici, responsabilità contabile


Pubblichiamo la risposta al quesito posto dall’Ordine di Firenze su una questione di rilevante importanza. Quesito: “Quali siano i limiti e gli obblighi in capo a un medico di base a fronte nella richiesta formulata dai congiunti (nella fattispecie sorella) del de cuius (già proprio assistito) di ricevere copia delle cartelle cliniche e di tutta la documentazione medica riguardante il de cuius medesimo, assumendo la richiedente una propria necessità di azionare la miglior tutela in sede giudiziaria dei propri diritti successori”.

La cartella clinica cartacea o informatica o il fascicolo sanitario rappresentano un atto pubblico in cui sono raccolte tutte le informazioni sulle condizioni di salute del paziente in cura.

La legislazione corrente prevede che il fascicolo sanitario, la cartella clinica o la documentazione sanitaria di un paziente deceduto possano essere richiesti dai parenti che ne esercitano il diritto riconosciuto.

Trattandosi quindi di documentazione assimilabile alla forma di atto pubblico la regola generale prevede che il sanitario o la struttura sanitaria non possa omettere un atto ufficiale, reso nei limiti e nelle modalità consentite, e rifiutare quindi la consegna della suddetta documentazione relativa al de cuius senza giustificato motivo.

L’obbligo riguarda quindi, oltre che la struttura sanitaria (sia essa pubblica o privata), anche il medico di base poiché lo stesso, operando in regime di convenzione e quindi come incaricato di pubblico servizio, esegue una prestazione operando quale figura ausiliaria dell’ASL.

In tema di diritti di accesso alla cartella clinica del de cuius, quindi ai dati personali di persone decedute, il GDPR 679/2016 (art. 2-terdecies) prevede che gli stessi “possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione”.

Si tratta più precisamente dei diritti volti a ottenere conferma dell’esistenza o meno di dati personali presso un qualsiasi soggetto, la loro comunicazione in forma intelligibile, l’indicazione della loro origine, delle finalità e modalità di trattamento, di ottenerne l’aggiornamento, la rettifica, l’integrazione o la cancellazione e di opporsi al loro trattamento.

Occorre quindi analizzare le categorie di persone alle quali la normativa richiamata consente l’accesso alla “banca dati” del de cuius rappresentate da:

• “chi ha un interesse proprio”: si ritiene che rientrino in tale categoria sia i soggetti del tutto estranei all’interessato sia i soggetti che abbiano avuto con l’interessato un qualsiasi legame. L’aspetto che occorre tenere in considerazione è la rilevanza dell’interesse di cui tali soggetti sono portatori, secondo il bilanciamento degli interessi/diritti meritevoli di tutela (il cosiddetto criterio del “pari rango”) sul quale sarà necessario approfondire in seguito ai fini della soluzione al quesito;
• “chi agisce a tutela del defunto”: si tratta dell’ipotesi di soggetti che intraprendano azioni dirette a tutela di diritti di natura personale, ma anche patrimoniale, facenti capo al de cuius (onorabilità del defunto, diritti d’autore, proprietà industriali riferite al medesimo ecc.);
• “chi agisce per ragioni familiari meritevoli di protezione”: rientrano in tale categoria, peraltro di difficile definizione, tutte le persone che agiscono per un interesse non tanto e non solo riconducibile a loro stesse o al defunto, ma comunque considerato degno di tutela dall’ordinamento giuridico nell’ambito familiare. Ad esempio, con riferimento a tale previsione è stata ritenuta degna di accoglimento la richiesta di un familiare finalizzata alla soluzione di una controversia in ordine alla validità di un testamento olografo.

Quanto previsto dalla normativa di riferimento del nuovo codice privacy di cui al richiamato GDPR 679/2016 (già per altro fatto proprio dal D.lgs 196/2003) deve essere connesso e analizzato alla luce della condotta a cui deve pertanto attenersi il destinatario di un’istanza di accesso con la quale un terzo chieda di conoscere dati sulla salute oppure di accedere a documenti che li contengono.

In particolare occorre stabilire se il diritto, addotto come motivazione dell’accesso, vada considerato di “pari rango” rispetto a quello della riservatezza della persona cui i dati si riferiscono.

Preliminarmente si deve subito sottolineare che non è sufficiente un generico riferimento al “diritto di azione e di difesa” ma occorre utilizzare come parametro di raffronto il diritto sostanziale sottostante che il terzo intende far valere sulla base dei dati o documenti che chiede di conoscere.

Tale sottostante diritto, come puntualmente precisato dal Codice, può essere ritenuto di “pari rango” rispetto a quello dell’interessato, giustificando in tal modo l’accesso o la comunicazione dei dati, solo se fa parte della categoria dei diritti della personalità o è compreso tra gli altri diritti o libertà fondamentali.

Il principio che si evince è pertanto quello di non ritenersi accoglibili le richieste di terzi per l’accesso o la comunicazione di dati relativi alla salute dell’interessato, anche se tali dati o i documenti siano utili per tutelare un diritto soggettivo o un interesse legittimo, sia pure rilevante, ma comunque subvalente rispetto alla necessità di tutelare la riservatezza dell’interessato.

Nel caso di specie, però, il problema di una comparazione di interessi confliggenti non si pone in radice perché il diritto alla riservatezza, che appartiene alla categoria dei diritti della personalità, tradizionalmente configurati come inalienabili, intrasmissibili e imprescrittibili, si estingue con la morte del titolare.

Stando così le cose, la questione non è se la richiedente (sorella del de cuius) sia o meno titolare di un diritto “di rango pari a quello dell’interessato, ovvero consistente in un diritto della personalità o in un altro diritto o libertà fondamentale e inviolabile” ovvero se sia o meno erede del soggetto cui si riferiscono i dati, ma se abbia iure proprio il diritto all’accesso ai dati contenuti nella cartella clinica.

Si tratta di un’ipotesi non disciplinata direttamente dalla legge sulla privacy, che pertanto va risolta alla stregua dei principi generali desumibili dall’ordinamento giuridico.

Ora, con riferimento ai diritti della personalità, se è vero che essi si estinguono con la morte del titolare, è altrettanto vero che varie norme riconoscono ai congiunti superstiti, indipendentemente dalla qualità ereditaria dei medesimi e senza che ciò comporti alcuna successione, poteri che si connotano per essere una proiezione post mortem della situazione giuridica di cui godeva l’interessato (v. il potere di proporre querela per l’offesa alla memoria del defunto, che l’art. 597 comma 3 del Codice Penale riconosce ai prossimi congiunti, il potere di consentire o meno alla pubblicazione del ritratto e della corrispondenza del defunto, la protezione del diritto d’autore ecc.).

Peraltro, anche nella disciplina in materia di protezione dei dati personali di cui al GDPR è rinvenibile un’apposita norma che, con riferimento all’informativa e al consenso al trattamento dei dati personali, stabilisce che questa possa avvenire successivamente all’intervento dell’operatore sanitario, in caso di “impossibilità fisica, incapacità di agire o incapacità di intendere o di volere dell’interessato, quando non è possibile acquisire il consenso da chi esercita legalmente la potestà, ovvero da un prossimo congiunto, da un familiare, da un convivente o, in loro assenza, dal responsabile della struttura presso cui dimora l’interessato”.

Se ai congiunti è quindi riconosciuto il legittimo titolo a interloquire in questioni così rilevanti concernenti la conservazione della salute, allorché il familiare ancora in vita sia nell’impossibilità di provvedervi personalmente, a maggior ragione essi devono ritenersi legittimati dopo la sua morte ad acquisire le informazioni di carattere sanitario e ciò sulla scorta del principio “superiore” (ad esempio legato alla necessità di acquisire quelle informazioni di carattere preliminare necessarie per chiarire eventuali dubbi circa l’efficienza del servizio prestato e l’efficacia e delle cure prestate al loro congiunto – cfr. in tal senso Consiglio di Stato Sez. V - n. 8318 del 2007).

Si tratta a questo punto di comprendere se il legame parentale invocato dalla richiedente (sorella del de cuius) possa titolarla a ricevere la documentazione posto che, da una certa parte della dottrina, si tende erroneamente a confondere lo status di legittimario dallo status di legittimo.

I legittimari ai sensi dell’art. 536 del Codice Civile sono il coniuge, i figli (naturali o adottivi) e gli ascendenti (ad esempio i genitori). In caso di premorienza dei figli subentrano sempre nel medesimo status di legittimari i discendenti dei figli (per mezzo del cosiddetto istituto della rappresentazione ereditaria).

I legittimi sono invece quei soggetti indicati all’art. 565 del Codice Civile, ovvero (oltre che il coniuge, i discendenti, gli ascendenti) i collaterali, gli altri parenti e lo Stato (nell’ordine indicato).

Se nella categoria dei legittimari pertanto non rientra il grado di parentela assimilabile a “sorella del de cuius” (in quanto categoria di collaterale), sicuramente la richiedente rientra invece nella categoria dei legittimi.

La questione è risolvibile in senso “ampio” dovendosi pertanto ritenere, anche sulla scorta della giurisprudenza (v. Consiglio di Stato Sez. V - n. 8318 del 2007), che nella categoria dei titolari del diritto di accesso rientrino tutti i congiunti (quindi anche i legittimi e pertanto anche la “sorella del de cuius”) in quanto portatori di una situazione giuridica positiva di cui godeva il de cuius ante mortem ma, soprattutto, poiché il diritto di accesso viene riconosciuto sempre dalla giurisprudenza indipendentemente dalla qualifica dello status di eredi dei medesimi e senza che ciò comporti alcuna successione, di modo che, alla fine, il discrimine fra eredi legittimi e legittimari appare sostanzialmente irrilevante.

Un’ultima considerazione deve essere poi svolta in riferimento alla tutela del segreto professionale ex art. 622 del Codice Penale che notoriamente punisce colui che avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto.

Per inquadrare l’analisi di tale aspetto pare opportuno richiamare, nuovamente e con maggior fondatezza, la nozione di bilanciamento degli interessi di “pari rango”.

Laddove si è parlato di diritti di “pari rango”, con ciò intendendosi quelle situazioni giuridico-soggettive che poste a bilanciamento di un contraltare rappresentato da altra situazione giuridico-oggettiva debbono comunque considerarsi equamente o addirittura sub-valenti, si è appunto, incidentalmente, trattato anche il bilanciamento tra il diritto di accesso ai dati clinici e, appunto, il segreto professionale.

Infatti se la norma penale prevede espressamente la scriminante (quale causa di non punibilità) della sanzione in presenza di una “giusta causa”, è chiaro che sulla scorta di quanto sopra esposto il diritto di accesso rientra senza dubbio nel predetto concetto di “giusta causa”, rendendolo pertanto di “pari rango” rispetto all’interesse giuridicamente protetto dalla norma sul segreto professionale.

Discende pertanto che la consegna della cartella clinica richiesta da soggetti legittimati e con le modalità descritte non può in alcun modo considerarsi una condotta integrante la violazione dell’art. 622 del Codice Penale proprio perché attuata quale bilanciamento di diritto di pari rango e costituente pertanto giusta causa.

Una nota formale può semmai essere sollevata rispetto all’istanza con la quale, nel caso di specie, la richiesta è stata formulata.

Invero nella lettera anonimizzata ricevuta in visione, in assenza di altra documentazione pervenutami, si legge testualmente che la richiedente effettua la richiesta quale “sorella del de cuius”.

La rilevanza dello status parentale dichiarato dall’istante non è tuttavia accompagnata da un’autodichiarazione certificativa (resa ai sensi del DPR 445/2000) del grado di congiunta corredato da un documento di identità.
È da ritenersi pertanto legittimo rispondere alla suddetta istanza chiedendo un’integrazione della documentazione consistente, appunto:
nella autodichiarazione certificativa ex DPR 445/2000 dello status di congiunta del defunto;

in una copia del documento di identità allegato alla suddetta autodichiarazione.

A esito del completamento della documentazione per come sopra indicato, il sanitario dovrà dar corso alla consegna della cartella clinica.

io medico giuro 2

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