Gli eroi sono stanchi

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Antonio Panti

In medicina i fatti sono incerti, i valori in conflitto, la posta in gioco alta, le decisioni urgenti

Funtowicz e Ravetz, Politeia, XVII/62

“Una morte che nessuno ha potuto attribuire a vaccino ha indotto il Magistrato a inviare un avviso di garanzia ai medici vaccinatori. Un atto dovuto. Dovuto a chi? Al buon senso, all’intelligenza, alla scienza? No di certo, dovuto a una legislazione disallineata coi tempi e all’incapacità dei Giudici di capire le procedure mediche. Unica a non pagare, in base ai contratti, la multinazionale che produce il vaccino! Occorre lo scudo penale per i medici anche per salvaguardare le finanze del Servizio Sanitario”

A. P.


L’undicesima edizione dell’International Classification of Diseases include anche il burnout professionale, una sindrome caratterizzata da esaurimento fisico e mentale, crescente distacco dal lavoro, ridotta efficienza. Dopo il bagno di eroismo dei primi mesi pandemici i medici, ormai oberati dalla stanchezza del superlavoro e dell’impegno psicologico enorme, hanno affrontato la massa di persone fatalmente trascurate, i cronici, i fragili, i pazienti forzatamente rinviati. Una doppia fatica che ha accentuato un disagio già presente e da tempo denunciato.

Zygmunt Bauman ha dato il nome di “retrotopia” a quella situazione in cui si percepisce il futuro come inaffidabile e la speranza svanisce nel timore dell’arretramento economico e sociale; allora si colora di nostalgia un passato rimpianto perché affidabile, mentre emerge la preoccupazione che la tecnologia possa avere gravi effetti negativi sul lavoro medico.

Recenti inchieste nel mondo anglosassone hanno chiarito le cause del burnout: la difficoltà della relazione per scarsità di tempo e la conflittualità col paziente, gli eccessi di burocrazia e di economicismo in sanità, la “centralità” del paziente che appanna l’antico ruolo dominante del medico.

Occorre aiutare i medici ad affrontare una realtà in così travolgente trasformazione. La cura che prestate ai malati, così impegnativa e coinvolgente, esige che ci si prenda cura anche di voi, sostiene Papa Francesco in un discorso del 17-05-19.

Insomma, i medici si sentono spogliati della loro competenza a curare in un’azienda sanitaria diventata commerciale, afferma Geraldine Strathdee, direttrice del NHS. I medici, conclude un’inchiesta del NEJM, debbono reclamare la loro posizione di leader della cura e su questa focalizzare il loro tempo. La relazione è tempo di cura, lo dice anche la L. 219/17.

Esiste ormai una “questione medica”, definita come percezione negativa dei limiti posti all’autonomia del medico, limiti amministrativi (il budget), giuridici (la colpa professionale), scientifici (le linee guida), etici (il consenso informato), sociali (il consumerismo imperante). Non è facile essere il curante della persona e il garante della tutela della salute della collettività. In conclusione non possiamo affrontare la questione medica senza tener conto di quel che accade nella scienza, nell’economia e nella politica.

Il medico soffre un disagio identitario nel quadro dei cambiamenti tecnologici e sociali, ed è ancora tutto da capire il trade off tra razionalizzazione manageriale della medicina ed empowerment del paziente, insomma la convivenza tra tecnocrazia e umanizzazione, efficacia, efficienza e utilità per il paziente. La struttura sanitaria è un “luogo morale” con una mission specifica e, in concreto, vi è una sostanziale inadeguatezza del “contenitore” rispetto alla complessità delle competenze tecnico-professionali del moderno esercizio della medicina.

La pandemia ha reso indispensabili alcune correzioni strutturali al servizio sanitario, si pensi al finanziamento, al regionalismo, alla governance, al territorio. Ma se non si risolverà la questione medica, la disaffezione del personale, il frequente burnout, nulla cambierà davvero. La chiave di volta del cambiamento è che i medici e tutto il personale possano operare in serenità e in sicurezza.

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