Smettetela di chiamarci eroi

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Sono una nefrologa dell’ospedale di Livorno. Lavoro in ospedale ormai da 15 anni, la maggior parte dei quali proprio nell’ospedale di Livorno che ormai è un po’ casa mia.

Conosco tutti e quasi tutti ormai conoscono me, anche se molti ancora mi chiamano “signorina”, e, ohimè, nemmeno più signorina ma “signora”, perché il tempo passa per il mio aspetto, ma non per i pregiudizi culturali. Scrivo questa lettera a titolo personale ma sapendo che parlo a nome di molti medici e infermieri.

Smettetela di chiamarci eroi. Smettetela di ringraziarci. Smettetela con i cartelli fuori dell’ospedale per noi. Smettetela con le iniziative vergognose e umilianti di chiederci di farci le foto in servizio con l’hashtag #CiPrendiamoCuraDiVoi.

Noi siamo sempre gli stessi.

Siamo quelli che fino a due mesi fa avete assalito, offeso, aggredito, umiliato.

Siamo sempre i soliti che ci facciamo in quattro.

Lo abbiamo fatto fino a ora: quando un collega si ammala copriamo il suo turno, se se ne ammalano due ne copriamo due, se se ne ammalano tre ne copriamo tre, senza straordinari, con le ore in più che ci tagliano ogni 4 mesi; siamo quelli che veniamo a lavorare malati, ingessati.

Gli infermieri fanno notti consecutive senza recuperare. Sapete cosa vuol dire passare una notte intera in piedi? Spesso con ricoveri, urgenze, ma anche se una notte è tranquilla (che tranquille tranquille non sono mai). Sapete cosa significa vivere tra i puzzi, tra la diarrea, nel vomito, tra le urla degli anziani che in ospedale si disorientano? Immaginatevene due di seguito. Da noi gli infermieri lo fanno se un collega è malato.

Non abbiamo sabati sera, domeniche, feste, ponti. Non ci possiamo sognare mai di unire due festività.

Devi baciare per terra se te ne tocca una. Veniamo in reperibilità, svegliati alle tre, alle quattro di notte, da sempre, senza mai fiatare, magari perché tizio è stato a una festa e ha esagerato e va dializzato d’urgenza. Non stacchiamo mai.

Ci telefoniamo sempre a casa fra colleghi: “avrò fatto bene? Mi sono dimenticato di vedere gli esami di tizio… controlla a che velocità ho messo questa flebo, c’era casino magari ho sbagliato”.

Ci telefoniamo, ci messaggiamo quando dovremmo stare tranquilli a casa con i nostri cari che, sapete, abbiamo anche noi. E anche loro si ammalano, anche loro muoiono. Anche noi ci separiamo. E noi continuiamo a venire a curarvi, a sentire i vostri sfoghi, a vedere le miserie umane e le bellezze umane, ogni giorno.

E quindi sì, anche noi sbagliamo. Sì, sbagliamo. Con una piccola differenza: che non possiamo permettercelo. Mai. E se lo facciamo (ma spesso anche se non lo facciamo) ci denunciate.

Siamo gli stessi che aggredite quando la mamma di 96 anni muore, e spesso ci fate causa, come se le persone non dovessero mai morire.
Siamo gli stessi che offendete in ambulatorio urlando perché non possiamo assicurarvi una visita in tempi brevi, come se fosse colpa nostra e non di chi l’intero popolo vota e accetta da sempre come pecore.

Siamo gli stessi che offendete perché il parente non reagisce a una terapia o perché ha sanguinato dopo un intervento o perché respira male magari dopo che ha fumato 40 sigarette al giorno per 40 anni.

Siamo gli stessi che aggredite in pronto soccorso dove andate anche solo perché vi s’è scheggiata un’unghia e pretendete tempi rapidi e soccorsi impeccabili, e soprattutto gratuiti.

Siamo gli stessi che minacciate IN CONTINUAZIONE di denunciare. Siamo gli stessi che denunciate in continuazione.

Siamo quelli a cui scaricate i vostri genitori anziani perché non vanno d’intestino e fate pagare alla comunità migliaia di euro di un ricovero perché col cavolo che pagate 30 euro un infermiere per fare un clistere a casa, perché voi avete diritto. Tutti hanno sempre diritto. Diritto a non pagare mai un euro di più, diritto a non aspettare, diritto a essere visti sempre dallo stesso medico, diritto ad avere infermieri perfetti, medici perfetti mai adirati, mai stanchi, non solo bravi ma anche gentili.

Siamo quelli di cui non vi fidate perché su internet c’è scritta un’altra cosa.

È vero, la mia categoria è a volte indifendibile. Ci sono gli avidi, i menefreghisti, i boriosi. Ma non sono tutti così. Lo zoccolo duro della categoria NON è COSì. La maggior parte dei medici che lavorano lo fanno per missione. Lo facciamo perché lo abbiamo scelto, perché ci piace la medicina, perché ci piace aiutare. Quelli sono i medici. Gli altri sono le mele marce come ne esistono in tutti i lavori, nessuno escluso.

Eppure ci avete tolto tutto, ci avete tolto i sussidi, le forze, il rispetto, ma soprattutto ci avete tolto l’entusiasmo, la passione, la trasparenza. Ci avete reso stanchi, cinici, abbrutiti. Certo è stata la politica, le nostre classi dirigenti, le nostre ineffabili direzioni, ma siete anche voi utenza. Perché tutto alla fine poi passa di lì. Quello scambio finale, quello tra medico e paziente è quello che alla fine ti fa ridere o piangere.

Per cui non chiamateci eroi per favore. Perché noi non siamo cambiati.

Noi siamo gli stessi di due mesi fa. Siete voi che negli anni siete cambiati.

da la Repubblica, 20 marzo 2020

Valentina Batini

Nefrologa, Livorno

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