La buona pratica e l’imprudenza esibita in pubblico

“Quanti contagi si sarebbero evitati se all’inizio non si fosse parlato d’influenza?” si chiede Oscar di Montigny in un articolo del 30 ottobre, qui a fondo pagina, sull’uso inadeguato delle parole nella gestione della pandemia.

È la stessa domanda che mi pongo, da mesi, pensando al messaggio “stonato” sul virus clinicamente morto. Zangrillo si è poi ripetuto quando, ad agosto in un programma tv su La7, ha dichiarato che “il contagiato non è un malato, non ha alcun interesse dal punto di vista clinico-sanitario”. Pensavo di aver capito male, ho dovuto rileggerlo, aveva proprio detto così, il contagiato non ha interesse dal punto di vista sanitario.

Oggi ne abbiamo la controprova ma fin da subito era evidente quanto potessero essere incaute e potenzialmente fuorvianti queste dichiarazioni pubbliche per chi le ascoltava. Difficile valutare il danno ma, a mio parere, c’è un filo che lega l’influenza un po’ più grave e la morte clinica del virus allo scetticismo e ai dubbi di molti verso la gravità e la presenza stessa del Covid, alle follie estive del dopo lockdown e al “ non ce n’è Coviddi” della signora sulla spiaggia di Palermo. In sostanza fin da subito era sembrata palese l’imprudenza di chi le aveva rilasciate.

Già, l’imprudenza: uno dei tre pilastri che configurano la colpa, che individuano la nostra responsabilità penale. Loro e i loro contrari sono la cruna dell’ago, il passaggio obbligato, la strettoia che la nostra pratica attraversa giorno dopo giorno, anno dopo anno dal primo all’ultimo giorno di lavoro. Nell’attraversarla inevitabilmente si deforma, si adatta fino a strutturarsi in posizione perennemente difensiva, fino a convivere, per sopravvivere, con quell’aberrazione mortificante che appunto è la medicina difensiva.

È facile sbatterci contro, a questi pilastri, e farsi male. Basta un niente. Non mi spiego quindi perché certe esternazioni pubbliche non abbiano avuto l’attenzione critica che avrebbero meritato, visto che i messaggi stonati oggi sono concessi a molti ma di sicuro non al medico e tanto meno in situazioni di calamità come questa. Non capisco, soprattutto, perché in quel momento e in quella situazione la FNOMCeO per quanto ci riguarda o il Ministero della Salute per altri aspetti più generali non si siano sentiti in dovere di farsi sentire, in una parola di schierarsi. Il silenzio nella pratica amministrativa è un assenso che sveltisce la burocrazia e semplifica la vita del cittadino, ma in altri settori è fonte di equivoci, può significare inadeguatezza, sudditanza, tutto quello che vi pare ma mai dissociazione.

E allora alla domanda iniziale si aggiunge un’altra domanda: quanti contagi si sarebbero evitati se fin dall’inizio gli Ordini, le varie associazioni di categoria fossero intervenuti per precisare, puntualizzare e invitare ufficialmente tutti gli iscritti alla cautela, alla prudenza, a ragionare solo sull’evidenza dei pochi dati via via disponibili senza straparlare a casaccio, a fare insomma tutto quello che di solito fanno i medici per evitare di finire sul giornale e dal giornale in tribunale?

Sandro Peli,
già anestesista-rianimatore presso l’OSMA
https://www.linkiesta.it/2020/10/linguaggio-uso-delle-parole-lessico-utilizzo-delle-parole-nel-corso-della-pandemia-corretta-informazione-parola-come-forma-vivente-comunicazione-e-gestione-della-pandemia