Esperienze, riflessioni e speranze per la Fase 2

di Teresita Mazzei

Letto sul web: “la Fase 2 è quella in cui dopo tre mesi potremo cominciare a toglierci il pigiama”. Ironia a parte, è senza dubbio legittimo pensare che se siamo entrati in una Fase genericamente definita 2 significa che, bene o male, abbiamo superato un periodo altrettanto genericamente definito 1. Appare pertanto lecito tornare ad apprezzare anche i piccoli gesti di quella che era la nostra vita di prima e notare con un certo stranito compiacimento che il traffico sotto casa è tornato ad aumentare e che possiamo finalmente programmare senza tanti patemi un appuntamento dal parrucchiere o dal gommista.

Come tutti, e inevitabilmente come medici in misura anche maggiore, abbiamo ancora negli occhi (e chissà per quanto tempo ancora queste immagini e sensazioni ci accompagneranno nella ripresa lenta della nostra attività!) i giorni della devastazione degli ospedali trasformati in inferni terrestri, il dolore per chi è morto in reparto con gli occhi fissi soltanto in quelli di chi gli portava assistenza dietro lo schermo facciale di protezione, le bare di coloro che non ce l’hanno fatta in giro per l’Italia sui camion dell’Esercito alla ricerca di un forno crematorio in grado di portare finalmente a termine il triste compito. Ancora, le stragi nelle RSA e i viaggi dei mezzi terrestri e aerei in giro per l’Italia e all’estero per trasferire pazienti in alto biocontenimento a sollievo dell’immenso carico di lavoro degli ospedali maggiormente colpiti. E poi il ricordo dei tanti colleghi e operatori sanitari vittime del COVID-19, involontari e sfortunati membri del plotone di “eroi” che in questo periodo hanno affollato giornali, televisioni e web.

Eppure la Fase 2 con tutto il suo carico di speranze di ripartenza è diventata realtà con, nel nostro campo, la gioia del personale alla dismissione dei Reparti Covid attrezzati in tutta fretta negli ospedali italiani, i faticosi tentativi di riaprire ambulatori e sale operatorie, i propositi e le idee per impiegare al meglio (speriamo!) le risorse messe a disposizione dal Governo per il nostro mondo.

Nel panorama di macerie della distruzione post-COVID-19 i medici (ai quali la definizione di “eroi”, credo, non sia mai effettivamente piaciuta) restano in attesa che qualcuno dei cambiamenti tanto decantati riesca davvero a diventare concreto, che il loro ruolo nella società civile trovi un risalto migliore, che si realizzino finalmente le condizioni per operare in ogni ambito al meglio delle proprie possibilità nell’antica azione di cura e di vicinanza ai malati.

La speranza di tutti è che queste legittime aspettative non vengano piano piano risucchiate in un passato che COVID-19 ha reso oggi drammaticamente lontano, anche se qualche segnale al momento non sembra proprio garantire una completa e soddisfacente rassicurazione. Un esempio per tutti: l’immondo sciacallaggio dei sempre più frequenti, sciagurati appelli a intraprendere azioni legali contro medici ritenuti a torto o a ragione coinvolti in qualche decesso di pazienti nei giorni caotici della pandemia.

Adesso che le tempeste sembrano almeno momentaneamente placate, abbiamo deciso di dedicare un intero numero di Toscana Medica a quello che è successo nella nostra Regione in questo periodo e a come il Servizio Sanitario Regionale sia stato in grado di gestire la situazione. Leggerete le testimonianze che descrivono in ambiti differenti lo sforzo di tanti professionisti alle prese con i mille problemi quotidiani del contrasto alla pandemia insieme al contributo dell’Assessore Saccardi: mi piace pensare che Toscana Medica 5/2020 rappresenti una sorta di “numero zero”, magari da conservare e rileggere con altra disposizione di animo quando potremo guardare con oggettivo disincanto al buio dei nostri giorni recenti.