Al di sopra della mascherina, gli occhi

di Teresita Mazzei

Nei mesi scorsi, quando ancora COVID-19 più di adesso ci accompagnava con terrorizzante ubiquitarietà e molte preoccupazioni erano legate alla scarsa disponibilità di mascherine e altri dispositivi di protezione individuale, navigando sul web si potevano incontrare strani soggetti che, a modo loro, avevano forse cercato di rimediare alla situazione usando una generosa dose di umorismo e ironia, per inventare ridicole mascherine.

Chissà, però, forse in quei giorni si rideva, come si dice, per non piangere e ben pochi si ricordavano di quando benevolmente prendevamo in giro le comitive di turisti orientali che invadevano le nostre città, disciplinatamente in fila dietro la guida e con il viso rigorosamente coperto.

Adesso che la situazione generale sembra ritornare preoccupante e che le scuole, loro malgrado, sembrano per lo più trasformate in generatori di incertezze e angoscia, la mascherina è diventata uno dei simboli del deficit di comunicazione caratterizzante i mesi della pandemia, novello arbre magique vezzosamente appeso agli specchietti retrovisori delle automobili.

Abituati nostro malgrado a indossarle con sempre maggiore frequenza, ci siamo inevitabilmente abituati a parlare (e di conseguenza ad ascoltare) attraverso questi filtri dei più svariati materiali e abbiamo, forse con sorpresa, realizzato quante cose si possono dire e quante sensazioni si possono trasmettere anche solo con gli occhi.

Oggi dopo tanti mesi di coabitazione forzata con SARS COVID-19, nella fluidità giornaliera di avvenimenti che disegnano un quadro ancora a dir poco incerto a livello mondiale, nella quotidianità cambiata dalla pandemia, si potrebbe anche riconoscere che la questione “comunicazione” nel nostro recente passato non è stata forse affrontata nel migliore dei modi.

Indubbiamente quando le nostre conoscenze sul virus erano scarse o nulle, gli scienziati ben poco potevano fare per cercare di eliminare o almeno ridurre i dubbi e le paure della gente che inevitabilmente cercava risposte a una situazione ancora poco chiara ma già percepita in grado di condurre tristemente a qualcosa veramente di poco di buono.

Le schermaglie televisive tra esperti, i loro pareri contrastanti, gli interventi altalenanti dei politici, il caos alimentato dell’attivismo spesso scomposto del web hanno contribuito a rendere la comunicazione difficoltosa a molti livelli, quanto di peggio ci si potesse aspettare in un periodo di dubbio e di scarsissime certezze.

Mi sembra a questo proposito illuminante quello che un lettore ha scritto a un importante settimanale: “alzi la mano chi ha sentito in tutti questi mesi una sola dichiarazione su un singolo aspetto sul quale tutti gli esperti (o almeno la maggior parte) fossero d’accordo. Quindi è a questo che ci siamo ridotti? Dobbiamo scegliere, da profani, se seguire gli scienziati catastrofisti oppure quelli meno?”.

Come medici ovviamente anche noi abbiamo risentito della situazione complessiva, abbiamo avuto paura a fronteggiare un’insidia così poco conosciuta, abbiamo cercato di aiutare al meglio i nostri pazienti, seppure con tutte le limitazioni imposte dal COVID, siamo stati chiamati a dare risposte e consigli in una situazione di enorme incertezza facendo spesso ricorso soprattutto all’esperienza personale e al buon senso: in buona sostanza abbiamo cercato di continuare a tenere vivo il rapporto che da sempre ci lega ai nostri assistiti, magari rimodulandolo attraverso il ricorso al telefono e alla “nuova” modalità della videochiamata.

Adesso che la situazione si dimostra giorno per giorno purtroppo lontana da una seppure parziale parvenza di normalità, appare perciò ancora più importante sforzarsi di penetrare l’ostacolo materiale della mascherina, il diaframma che confonde frasi e ascolti, per continuare a spendere parole, a creare comunicazione e contatto, a esorcizzare l’ansia da solitudine di noi persone spesso sole.