Covid-19 e la fuga dei medici dagli ospedali

 

Toscana Medica dedica due numeri all’ambizioso progetto di individuare, con uno sguardo d’insieme, i molteplici e complessi problemi sollevati dalla pandemia da Covid-19. Questioni scientifiche, sociali, politiche, economiche e professionali: tutti siamo partecipi di un evento immane, una prova sociale e scientifica che rimarrà nella storia. Avremo raggiunto lo scopo se, al termine di questo excursus, i colleghi avranno potuto riflettere più consapevolmente sui profondi e inarrestabili cambiamenti che la pandemia ha portato e porterà alla professione, tra innovazioni tecnologiche e trasformazioni sociali. Una sfida tra speranze nella scienza e timori per il futuro che investe il ruolo dei medici oggi.

Antonio Panti

 

Pietro Claudio Dattolo
Pietro Claudio Dattolo
Presidente Omceo Firenze

 

Chiara Somma

 

Chiara Somma
Nefrologa, Firenze

 

 Durante la pandemia da Sars-Cov-2 l’antica sofferenza dei medici ospedalieri per i carichi di lavoro e le sempre maggiori richieste assistenziali è diventata insostenibile.

Secondo lo studio ANAAO-ASSOMED, la stragrande maggioranza degli ospedalieri (75%) ritiene che il proprio lavoro non sia valorizzato a dovere. E questo indipendentemente dalla pandemia. Sempre secondo lo stesso studio, più della metà dei medici ospedalieri sta pensando di abbandonare l’ospedale nei prossimi due anni.

Matteo è un giovane medico iscritto al IV anno della scuola di specializzazione in Nefrologia. Frequenta da sei mesi il reparto di Dialisi, che è stato profondamente modificato dalla pandemia in corso. Gli viene offerta la possibilità di un “contratto Covid” della durata di 12 mesi per curare i malati. Lui non ci pensa due volte e accetta. È un bravissimo medico, entusiasta del suo lavoro, lo ama profondamente e pensa che sia l’occasione giusta per sentirsi utile mettendosi al servizio di chi in questo momento ha più bisogno. La sera torna a casa sfinito ma non si lamenta mai, neanche quando è costretto a fare turni di 16 ore.

Cinzia è un medico di 60 anni. Lavora in Medicina Interna con una specializzazione alle spalle in Pneumologia. Anche lei ama il suo lavoro, lo svolge da sempre con passione e non ha esitato a rimettersi in gioco buttandosi a capofitto nell’inferno Covid. La sua esperienza e il suo sapere sono preziosi per le nuove generazioni di medici e contribuiscono tutti i giorni, in modo sostanziale, a curare le persone malate.

I nostri ospedali sono pieni di medici come Matteo e Cinzia. Ma allora perché alcuni vogliono abbandonare gli ospedali? Perché allontanarsi dal luogo che li spinge a diventare medici? I motivi sono diversi. Cercheremo di analizzarne qualcuno.

Le radici affondano sicuramente nella fallimentare programmazione universitaria specialistica. I tagli pregressi e le imponenti carenze dei fabbisogni specialistici del decennio passato hanno determinato scadenti condizioni di lavoro, che mettono a rischio la qualità e la sicurezza delle cure erogate nelle strutture ospedaliere e nei servizi territoriali. A questo si aggiungono l’eccesso dei carichi di lavoro, legato a una carenza numerica persistente nonostante le recenti assunzioni (peraltro limitate e tutte in forme precarie), la rischiosità del lavoro, sotto il profilo sia biologico che medico-legale, e la sua cattiva organizzazione e, non ultimo, lo scarso coinvolgimento dei medici nelle decisioni che li riguardano. Tutte motivazioni riportate molte volte dai professionisti, anche nella survey ANAAO.

I medici ospedalieri si sentono schiacciati da una macchina che esige troppo e che non li ascolta, svalutati e frustrati da un’organizzazione del lavoro che non sembra avere tra le priorità i loro bisogni e le loro necessità, sia come lavoratori sia come persone.

Ma questo fenomeno non accade più soltanto in Italia: anche in Inghilterra, in Svezia e ora in Germania i medici lasciano sempre più gli ospedali. Forse anche lì, come in Italia, i professionisti sono spinti dall’istinto di sopravvivenza a lasciare il proprio posto di lavoro per cercare altrove un impiego più dignitoso e rispettoso del loro ruolo.

È ormai chiaro che il perseguimento della sola efficienza, misurata guardando ai bilanci e agli indicatori numerici e perseguita attraverso progressive riduzioni delle risorse disponibili, è un nemico del funzionamento del sistema nel suo insieme.

La politica ha la possibilità di intervenire sotto il profilo legislativo per cercare di invertire questa rotta e impedire la deriva del sistema, a partire da una nuova attribuzione giuridica che riconosca ai medici il peculiare ruolo di artefici dei modelli organizzativi e operativi.

È poi essenziale dare di nuovo motivazioni con adeguati riconoscimenti retributivi, sblocchi del turnover del personale, maggiore considerazione dei carichi di lavoro ma, soprattutto, ampia valorizzazione della dignità e del ruolo di chi cura all’interno del Sistema Sanitario Nazionale.

La strada è in salita, ma se non vogliamo perdere i nostri professionisti migliori e con essi la qualità delle cure erogate dobbiamo intervenire rapidamente e in modo efficace.

Cosa fanno ora Matteo e Cinzia? Dopo un anno di Covid, Matteo ha rinunciato a un’assunzione a tempo indeterminato. Lui è un idealista, un medico che non vuole rimanere intrappolato negli schemi. Si è iscritto alla specializzazione in Anestesia e Rianimazione perché vuole continuare a fare di più.

Cinzia invece è stata chiamata a dirigere un reparto di Medicina Sub-Intensiva non Covid. Il progetto è nuovo e ambizioso, ma lei è una che ama le sfide e che non si tira mai indietro. Dopotutto, è anche per questo che da ragazza ha scelto di diventare medico.

 

“Che il bacillo della Peste non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe un giorno in cui, sventura e insegnamento agli uomini, la Peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”
Albert Camus, La Peste

Vaccinarsi e vaccinare è un obbligo giuridico dei medici?
Secondo i costituzionalisti il Parlamento può emanare una legge. Può essere qualificato come idoneità alla mansione? Il Garante si è pronunciato positivamente. Tutto ciò non interessa la professione. Chi ha giurato di “tutelare la salute individuale e collettiva” e di “garantire la sicurezza del paziente” sente la vaccinazione come obbligo morale e l’Ordine non può che agire in conseguenza

Fig 1 editorialenuova