Il Covid-19 e la peste di Atene

di Teresita Mazzei

Lo sconquasso planetario provocato dal diffondersi dell’infezione da Covid-19 inevitabilmente ha portato alla mente situazioni più o meno analoghe che nel passato hanno più volte funestato le umane vicende in molte parti del mondo.

Anche se in questo periodo la peste di manzoniana memoria o le vicende dei giovani protagonisti del Decame-rone probabilmente affiorano alla mente di tutti come paradigmi dell’atavica convivenza dell’uomo con la malattia, altrettanto presenti possono essere le vicende degli antichi eserciti che spargevano per l’Europa il “mal france-se” o il ricordo della vicenda di Gustav von Aschenbach nella Venezia ammalata del capolavoro di Mann.

Andiamo però ancora più a ritroso nel tempo ed ecco la descrizione che Lucrezio ci offre della pestilenza che colpì Atene nel 430 a.C.: i malati “dapprima avevano il capo in fiamme per il calore e soffusi di un luccichio ros-sastro ambedue gli occhi. La gola, inoltre, nell’interno nera, sudava sangue e occluso dalle ulcere il passaggio della voce si serrava e l’interprete dell’animo, la lingua, stillava gocce di sangue, infiacchita dal male, pesante al movimento, scabra al tatto”. Alla descrizione delle sofferenze degli ammalati, fa da tragico contraltare l’impotenza della medicina dell’epoca che, scrive ancora Lucrezio, “balbettava in un muto sgomento”.
Dalle testimonianze degli antichi Autori alle vicende odierne il divario è fortunatamente ben ampio, anche se con sgomento dobbiamo riconoscere che la paura del contagio colpisce oggi più o meno alla stessa stregua di quanto accadeva in passato.

La Medicina moderna permette oggi conquiste neppure immaginabili solo qualche tempo fa, eppure la tendenza a cercare e colpevolizzare l’“untore”, chiunque esso sia, anche in questi periodi si fa presente e certamente non contribuisce a migliorare la situazione complessiva.

I medici sono evidentemente al centro dell’attenzione, o almeno dovrebbero esserlo, visto che spesso il loro parere è stato, soprattutto nelle prime fasi della vicenda Covid-19, usato in maniera a dir poco discutibile da par-te di vari livelli della struttura politico-amministrativa e degli organi di stampa.

In uno scenario come quello attuale, dove la gente viene quotidianamente investita da valanghe di notizie spesso senza controllo riversate dai social, dove l’incertezza porta all’assalto degli scaffali dei supermercati, dove tutti si sentono in dovere di dare il proprio parere tecnico-scientifico, dove i telegiornali parlano sempre di più di emer-genza globale, l’unica voce alla quale dare veramente ascolto dovrebbe essere proprio quella degli specialisti in materia. La popolazione e la politica dovrebbero in pratica imparare a formare le proprie convinzioni e adattare i propri comportamenti solo dopo avere ascoltato epidemiologi, virologi, infettivologi e, più in generale, tutti coloro che, esclusivamente sulla scorta delle rilevanze scientifiche, realmente sanno di cosa si sta parlando.

Se agli scienziati spetta il compito importantissimo di fornire solide basi di scienza all’agire degli amministratori della cosa pubblica, non voglio però dimenticare i professionisti della salute che in questi giorni portano avanti le azioni di contrasto al progredire di Covid-19 in situazioni spesso di assoluta difficoltà, all’interno di un sistema sanitario già in assai precarie condizioni anche prima della mazzata inferta dal virus proveniente dalla Cina.

Mai come adesso appare in tutta la sua eccezionale valenza il giuramento che i medici fanno all’inizio della car-riera, quando probabilmente nessuno avrebbe immaginato di finire un giorno in una tenda di pre-triage davanti a un Pronto Soccorso, confinato in ospedale per giorni e giorni in attesa di un cambio, recluso in laboratorio a stu-diare sempre più a fondo il nemico da combattere, disponibile 24/7 a placare ansie e dissipare dubbi di pazienti ogni giorno più confusi e disorientati.
Tutti abbiamo giurato di “curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario”. E altresì ci siamo impegnati a “esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento, rifuggendo da ogni indebito condizionamento”.

Molto altro si legge nel Giuramento: usiamolo oggi come antidoto all’incertezza di questi giorni.