Il rapporto medico-paziente in carcere

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Francesco CeraudoFrancesco Ceraudo, Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Pisa. Specialista in Medicina Interna, Medicina del Lavoro. Perfe-zionato in Medicina Penitenziaria, Infettivologia e Psichiatria Penitenziaria

 

 

Il rapporto medico-paziente assume in ambito carcerario una valenza particolare. 

Il medico che lavora con pazienti detenuti deve avere caratteristiche e sensibilità che gli permettano di bene operare in un ambiente così peculiare.

 

Parole chiave: medicina penitenziaria, rapporto medico-paziente, empatia

 

Il detenuto, per natura, per costituzione acquisita, è diffidente nei confronti del medico penitenziario, innanzitut-to perché lo vede imposto dall’alto, se non addirittura come un collaboratore della stessa Autorità che lo ha con-dannato. Di conseguenza il medico dovrà farsi accettare.

La disponibilità del paziente-detenuto si instaura quanto più egli riesce a percepire la preparazione e la qualifica-zione del medico, la bontà delle attrezzature, la puntualità dei servizi.

Dunque per il medico penitenziario si delinea l’esigenza di aderire ai valori, alle aspettative e alla disponibilità del malato, un malato particolare, che ha già perso il bene prezioso della libertà.

Per un proficuo rapporto medico-paziente in carcere è indispensabile entri in gioco nel medico un sentimento di empatia, con la sua componente centrale di identificazione, nel senso che è prioritario per lui comprendere la situazione in cui viene a trovarsi l’altro, come se rivestisse i suoi panni.

Il problema centrale è l’esistenza di comunicabilità tra medico e detenuto.

Il rapporto medico-paziente non deve perdere la propria valenza terapeutica e si deve fondare soprattutto sulla capacità di ascolto da parte del medico stesso. È una comunicazione di gesti, parole, atteggiamenti, forme com-plesse.

Non è facile: i detenuti sono ripetitivi, con discorsi spesso insolubili. La pazienza non deve essere solo nell’ascoltare, ma anche nel rispondere, nel tranquillizzare.
Nel caso del medico penitenziario l’ascolto acquista una speciale valenza, costituendosi come un dovere preciso a maggior ragione se l’interlocutore non ha chi lo ascolti, non tanto sul piano giuridico o istituzionale, ma sul pia-no umano, perché il carcere è soprattutto solitudine.

La vita, la salute, il benessere possibile di ogni uomo sono beni preziosi la cui tutela merita tanta più attenzione e tanto più impegno quando si tratti, come nel caso dei detenuti, di persone affidate interamente alle nostre cure.

Il medico penitenziario deve avere il tempo per ascoltare in profondità il detenuto, non mutilando così la propria capacità di comprendere la reale natura dei suoi disturbi.

Il detenuto deve rappresentare per lui un uomo provato, molte volte cosciente, talora acriticamente inconsape-vole, con un comportamento asociale che lo ha portato a pagare una serie di errori commessi prima di tutto con-tro la propria persona, in quanto uomo fornito di raziocinio, e in seconda istanza contro altri uomini degni del ri-spetto che tutti siamo tenuti a esigere e a donare.

Al momento attuale la popolazione detenuta ha raggiunto numeri esorbitanti (oltre 60.000 con circa 700-800 nuovi ingressi al mese): una marea variegata di gente, uomini, donne e bambini che si muovono in spazi ridottis-simi come burattini, privi di ogni attributo di coscienza e vita e alla ricerca di una scintilla di illusione, alla stregua di vere ombre abitate.

Mancano circa 10.000 posti-letto. Un sovraffollamento inaccettabile che lede i diritti e la dignità. Un degrado strutturale che rende ancora più difficile la penosa esistenza quotidiana e che provoca ulteriore marginalizzazio-ne. Il sovraffollamento diventa a questo punto sinonimo di tortura ambientale.

In questo contesto complesso e problematico si inserisce in tutta la sua importanza il delicato rapporto medi-co-paziente.

Qualunque sia lo stato contingente, qualunque la vicenda umana, noi medici dobbiamo credere per primi che dietro qualsiasi maschera di circostanza si nasconde sempre il volto di un uomo.

L’uomo non è, non può essere una bestia da domare, un bersaglio eventuale da colpire e da abbattere.

In certi momenti dobbiamo anche essere la voce di chi voce non ha, in un silenzio, un deserto che dobbiamo re-gistrare per chi non esiste.

Sovente nel nostro lavoro abbiamo occasione di osservare detenuti dall’aspetto vacuo, amorfi, quasi spenti di impulsi di vita, capaci solo di uno stanco sorriso in risposta a una parola di amicizia e di incoraggiamento.

Il medico penitenziario deve essere dotato di grandi valori umani, di notevoli doti personali di intuito, di cultura non solo medica, di esperienza e soprattutto di profonda conoscenza dell’ambiente carcerario per poter tentare di risolvere i molteplici e complessi problemi che si presentano giorno dopo giorno.

Bisogna evitare di assumere atteggiamenti di distacco, modi di operare impersonali, mitizzando magari solo l’immagine e il tracciato. Risultano definitivamente tramontati il modello autoritario e quello paternalistico.

È necessario lasciarsi invece cogliere da ogni moto di pietà e da ogni impegno alla partecipazione. Capire il de-tenuto significa in definitiva potersi identificare con lui su un piano emotivo.

Bisogna evitare la tendenza a delegare e a smistare perché si rischia di perdere, ovviamente, la visione del ma-lato nel suo insieme.

La riforma della Medicina Penitenziaria delinea una medicina di iniziativa e di opportunità relegando in spazi as-solutamente marginali la cosiddetta medicina d’attesa e la medicina difensiva.

Il medico penitenziario deve assaporare il fascino di poter correttamente operare anche in carcere, realizzando un perfetto accordo tra immagine e diagnosi, tra medico e malato, tra l’empirico della medicina e la spiritualità della medicina.

È forte in ciascun medico penitenziario la dimensione della vocazione, del riconoscimento di sé in quelli che sof-frono quando dolore e paura giocano un ruolo predominante nella malattia del paziente: la riconosciamo nelle mani che stringono, nelle spalle che sostengono il peso delle responsabilità quando magari nessun altro si fa avanti.

 

ceraudo.f@gmail.com

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