COVID-19: esperienza dal territorio. Infermieri in RSA al tempo dell’emergenza tra difficoltà, coscienza etica e solitudine degli ospiti

Leonardo TagliaferriLeonardo TagliaferriInfermiere dal 2001, per scelta restato nella realtà delle RSA, crede fermamente nell’importanza del fine vita e nel rendere dignitoso l’ultimo tratto di cammino dell’anziano prima di salutare la vita terrena, ama raccogliere la memoria storica tramite i racconti di un passato che segna l’Italia di oggi

 

Jessica MannariJessica MannariInfermiera dal 2013, assistente alla comunicazione della lingua dei segni, docente al master di infermieri pediatrici, referente osservatorio disabilità sensoriali, attiva nel trovare soluzioni per permettere alle persone sorde che accedono al SSN di non trovare barriere linguistiche e comprensive come succede purtroppo al giorno d’oggi. Dopo varie esperienze lavorative Coordinatrice presso RSA Villa Canova di Firenze dal maggio 2019

“Lavorare in RSA durante una pandemia è prima di tutto operare nella solitudine imposta dalle istituzioni”. Inizia così il racconto di Leonardo Tagliaferri e Jessica Mannari, infermieri di una residenza sanitaria assistenziale toscana. “Le realtà sanitarie territoriali sono emerse, almeno nell’opinione pubblica, in seconda battuta, quando i decessi erano troppi – spiega uno di loro –, quando i contagi erano ‘incontrollabili’, quando gli operatori stessi si sono ammalati.

La stessa opinione pubblica ci ha giudicati come posti dove abbandonare a una sorte certa i nostri anziani, realtà per lo più incapaci di reagire al virus. La realtà in cui lavoro, nello specifico, – prosegue – per fortuna e professionalità ha saputo reagire. I numeri sono dalla nostra parte. Zero contagi, zero positivi tra personale e assistiti”. Un racconto carico di esperienze di vita quello dell’infermiere.

“Le Rsa siamo ‘noi’ – sottolinea –, una sorta di famiglia che accompagna l’anziano e i suoi parenti attraverso un percorso dalla fine certa, ma non per questo povero di emozioni”. Uno dei problemi principali che domina nelle Rsa in questo periodo è la gestione della solitudine. “L’imposizione del lockdown fuori e dentro l’Rsa ha improvvisamente creato un vuoto difficilmente colmabile tra i nostri ospiti – racconta –. L’improvvisa assenza dei familiari ha comportato negli ospiti un inevitabile stato di smarrimento e abbandono, specie tra le figure più fragili. Vuoto colmabile solo con ciò che abbiamo sempre avuto: pazienza e umanità, unite alla tecnologia delle video chiamate”. La chiusura alle visite però è anche stata la salvezza per la struttura. Insieme ad altre misure. “Abbiamo applicato 12 ore di turno per settimana, al fine di fare entrare meno persone possibili in struttura e permettere, in caso di contagio del personale, di poterlo sostituire in toto. Il turno 7-19 e 19-7 per una settimana, seguito da circa 10 giorni di libero, per quanto impegnativo, è risultato essere vincente, insieme alla limitazione condivisa con tutti nelle attività extralavorative. Nello specifico – spiega l’infermiere –, la nostra struttura è divisa su tre piani: ogni turno è rimasto e rimane al piano assegnato per l’intera settimana limitando così il rischio di trasmissione. Inoltre, siamo attenti all’utilizzo dei Dpi senza spreco, all’isolamento di nuovi ingressi per due settimane in una stanza apposita, all’entrata degli operatori attraverso un percorso alternativo, alla scelta di mandare al Pronto Soccorso solo casi veramente gravi. Un’accurata scelta, frutto di una formazione idonea e di dialogo con il familiare o l’ospite stesso. E ancora – continua – sono state essenziali la nostra dedizione e passione. Donne, per lo più, che per un periodo hanno messo da parte la propria vita.

La pandemia di oggi non è la guerra vissuta dai nostri ospiti, il nemico non indossa una divisa e gli eroi di adesso non sono paragonabili a quelli di ieri. Credo che gli operatori sanitari, privati o statali, dal medico all’addetto alla sanificazione, non siano eroi ma persone che oggi, come a gennaio 2020, devono svolgere il proprio lavoro con quella dignità e umiltà proprie di chi ha scelto di assistere il prossimo. Nelle Rsa questa scelta lavorativa richiede a tutto il personale una coscienza etica diversa da altre realtà sanitarie”.

Il racconto dell’infermiere si chiude con un pensiero raccolto da un’ospite da lui assistita. “Durante la guerra avevo 16 anni e la Brigata Sinigallia mi scelse come staffetta per portare lettere – gli ha spiegato la donna –. Al Ponte di Mezzo, dove abitavo, un gruppo di tedeschi intuì il mio segreto e per mesi la notte non tornavo a casa ma andavo nei boschi di monte Morello a dormire insieme ad altre ragazze. Avevo paura, piangevo e mi mancava anche il mio moroso. Ma quello che sta succedendo oggi, con questo Coronavirus, mi fa ancora più paura. Temo per mia figlia, i miei nipoti. Non per me. Mi mancano. Almeno – conclude – durante la guerra ogni tanto, di nascosto, si scappava e ci si ritrovava a casa di qualcuno a festeggiare di essere insieme, di essere vivi”.

jessica.mannari@gmail.com