COVID-19: esperienze e riflessioni dall’Area dell’Emergenza Ospedaliera

Simone MagazziniSimone MagazziniNato a Firenze il 14/6/1964, laureato in Medicina e Chirurgia a Firenze nel 1990, Specialista in Medicina Interna. Ha lavorato presso il 118 di Firenze dal 1992 al 1998. Fino all’ottobre 2010 ha lavorato presso il DEA di Careggi. Dal 2010 è Direttore del DEA di Prato. Attualmente Direttore del Dipartimento di Emergenza e Area Critica della USL Toscana Centro

 

 

L’esperienza dell’outbreak del Covid-19 ha rappresentato un evento epocale per il DEA, ci siamo trovati a fronteggiare un’emergenza inedita e molto lontana dal vissuto di tutti noi.

Le sfide con cui ci confrontavamo abitualmente erano soprattutto le patologie tempo dipendenti, ivi compresa la sepsi, ma di fatto solo in occasione dei circoscritti e fugaci focolai di meningite da meningococco ci si era trovati a fronteggiare il tema del contagio.

Col COVID tutto questo è cambiato, a un tratto l’affluenza ai nostri Pronto Soccorso si è ridotta a meno della metà, ma abbiamo dovuto immediatamente rivedere l’intero percorso di cura, dal triage all’esito.

Le nuove parole d’ordine sono diventate: “separazione dei percorsi” e “protezione”. Il Pronto Soccorso è l’unico luogo dell’ospedale in cui non si può individuare un settore “COVID” e uno “no-COVID”, dobbiamo invece organizzare i flussi sulla base del sospetto, fin da prima dell’ingresso.

Le tende del pre-triage montate davanti agli ospedali sono fra le immagini simbolo della trasformazione del Sistema Sanitario Nazionale al tempo del Coronavirus, ma le novità continuano all’interno del Pronto Soccorso, dove si sono individuati percorsi per i sospetti COVID, all’interno dei quali si eseguono la stabilizzazione clinica e i primi esami e i professionisti sono costretti a rimanere vestiti con elevati standard di protezione.

Accanto a questi si sono individuati i percorsi a basso indice di sospetto, dove comunque gli operatori e gli utenti indossano le protezioni previste e dove non raramente si procede comunque allo screening per il Coronavirus.

In questi settori “puliti” gli standard di sicurezza, in particolare il distanziamento degli utenti e la protezione degli operatori, devono essere mantenuti con attenzione anche maggiore, perché non raramente abbiamo trovato pazienti positivi fra coloro che si presentano in Pronto Soccorso per motivi che al triage erano apparsi del tutto diversi (fratture di femore per caduta accidentale, deterioramento cognitivo nell’anziano, episodi presincopali, cefalee).

In questo periodo l’ambiente del Pronto Soccorso, da frenetico che era, è diventato quasi ovattato, la minore concentrazione di utenti ha determinato un silenzio a tratti surreale, i ritmi e i movimenti stessi degli operatori sono apparsi quasi rallentati dall’ingombro delle protezioni, dalle cautele necessarie, dalle continue interruzioni per sanificare i percorsi e gli strumenti.

In questo silenzio così poco abituale, la fatica, la tensione e lo stress sono stati altissimi, fin da subito, ma gli operatori hanno retto ed hanno svolto un grande lavoro, diciamolo subito.

I contatti con i familiari dei pazienti sono diventati esclusivamente telefonici. Ciò nonostante i rapporti con l’utenza sono stati cortesi, le quasi quotidiane aggressioni al personale sanitario dei Pronto Soccorso sono apparse lontane, uno sgradevole ricordo, anzi, a volte sono state sostituite da vassoi di pizze e messaggi di incoraggiamento. Anche su questo, come operatori sanitari e come comunità, dovremo riflettere.

Alla fine di questa prima fase posso dire che i medici, gli infermieri e gli OSS dei nostri DEA ce l’hanno fatta, hanno svolto un lavoro eccellente, di cui sono orgoglioso. Come lo sono del personale sanitario e volontario del 118 e degli operatori delle Terapie Intensive, settori dei quali in questa rassegna parlano altri colleghi, ma che da responsabile del Dipartimento voglio ringraziare per lo splendido lavoro svolto.

Per il futuro credo che in Pronto Soccorso dovremo introdurre i temi del distanziamento e dello screening COVID come temi di fondo, intorno ai quali ripensare il DEA, almeno finché non avremo acquisito un livello di immunità (naturale o vaccinale) che ci metta al sicuro.

In altre parole il DEA dovrà garantire il trattamento immediato dei pazienti che afferiscono ai percorsi tempo dipendenti e smaltire in maniera congrua la patologia urgente medico-chirurgica e traumatologica di minore impatto come ha sempre fatto, ma da ora in poi dovrà fare tutto questo in sicurezza per quel che riguarda il rischio del contagio.

È evidente che dovranno rimanere a lungo operativi il pre-triage, l’utilizzo di DPI, il distanziamento e i percorsi separati, magari presto potremo contare anche su test più rapidi per la ricerca del COVID, ma soprattutto, se vorremo sperare di farcela, il Pronto Soccorso dovrà essere utilizzato appropriatamente in modo da rendere adeguati gli spazi e mantenere sostenibile la pressione sugli operatori.

Questa è la chiave di volta della Fase 2, come lo straordinario impegno e lo spirito di sacrificio degli operatori sono stati quella del successo della Fase 1.

Dovranno sparire le immagini, ormai familiari, dei Pronto Soccorso ridotti a una specie di casbah, stipati di barelle con sopra persone anziane che aspettano un letto e di altri utenti che assiepano il triage e le sale visita per eseguire prestazioni che non trovano altrove.

È stato anche a causa di questa immagine che alcuni cittadini, nelle ultime settimane, hanno esitato a presentarsi e in alcuni casi hanno ritardato le cure per patologie severe; anche su questo nei prossimi mesi dovremo riflettere.

In futuro, se vogliamo dei DEA efficienti e sicuri, si dovrà anche riorganizzare l’ospedale, adeguandone i posti letto al reale fabbisogno e lavorandoci tutti quanti sette giorni su sette, come si addice a un contesto concepito “per acuti”.

Tutto questo non basterà, bisognerà agire sul territorio, negli ambulatori, al domicilio stesso dei pazienti o nelle strutture di ricovero low care o di residenza a carattere socio-sanitario, luoghi dove non si gestisce la fase acuta, ma dove si concentrano le cronicità e la fragilità.

Si tratta di sfide importanti, tutt’altro che semplici, ma necessarie e ineludibili, che, non ho dubbi, il nostro Paese e la nostra Regione possono affrontare e vincere.

simone.magazzini@uslcentro.toscana.it