COVID-19: esperienza dall’ospedale. “Abbiamo gli stessi visi segnati dei colleghi cinesi”. La riflessione di un’infermiera dal cuore dell’emergenza

Lisa CiardiLisa CiardiGiornalista professionista, lavora dal 2000 per il quotidiano “La Nazione”, dopo aver collaborato con varie altre testate (“Metropoli”, “Corriere di Firenze”, “Mak Adnkronos”). Cura l’ufficio stampa di “Opi Firenze-Pistoia” e “Infermierinews.it”. Dirige infine la rivista “Edera - La cultura cresce ovunque”. Ha scritto vari libri dedicati alla storia locale e al territorio toscano, oltre a una raccolta di fiabe e filastrocche

 

 

Sono tante le storie di vita e professionali degli infermieri impegnati in prima linea sul fronte dell’emergenza Coronavirus. Dalla paura di contagiare i propri familiari al desiderio di salvare più vite possibili, fino alle spiegazioni e rassicurazioni da dare ai pazienti. Alcune di queste storie sono state raccolte grazie al Progetto Intensiva 2.0, che ha creato l’iniziativa “Scriviamo la storia”.

Il progetto punta a condividere pensieri ed emozioni degli operatori sanitari, creando al contempo un archivio di testimonianze. Le varie testimonianze sono consultabili sul sito https://vissuto.intensiva.it.

Come quella di una giovane infermiera in servizio in Toscana da poco più di tre mesi.

“Ho avuto la grande fortuna di iniziare a lavorare dopo pochi giorni dalla mia laurea in ospedale, prima in un reparto di chirurgia d’urgenza poi in medicina interna – racconta –. Al mondo del lavoro non ti prepara nessuno, soprattutto al forte impatto emotivo che affronterai nell’essere tu il ‘responsabile’. Ma col tempo ti abitui, impari a prendere le misure”.

La sua esperienza lavorativa, appena iniziata, viene travolta bruscamente a fine febbraio dall’emergenza Covid-19. “Fino a poco tempo prima ne sentivamo parlare ai telegiornali e continuavamo a vedere quelle immagini spettrali delle città cinesi semi deserte e di quei colleghi con i visi stanchi, segnati dalle mascherine, era tutto un po’ surreale e sembrava quasi impossibile che potesse arrivare fino a noi – prosegue –. E invece eccolo lì, con tutta la sua virulenza è arrivato. Anche noi, come i colleghi al Nord, in 24 ore ci siamo dovuti adattare e convertire in un vero e proprio reparto di malattie infettive, abbiamo dovuto imparare a vestirci e svestirci con quelle tute così comode che presto sono finite”.

Sono molti anche i suoi interrogativi, come quelli di tanti altri infermieri impegnati sul campo. “Basteranno i dispositivi a proteggerci? E se diventassi io il vettore di trasmissione? Il sentimento che fin da subito ci ha accomunati è stato l’istinto di protezione verso i propri cari – scrive l’infermiera –. Ma l’ansia si può tagliare col coltello: quando entri a lavorare percepisci la paura negli occhi dei colleghi, cerchi di sdrammatizzare e di smorzare le situazioni, ma non è sempre facile. Siamo professionisti, è vero, ma siamo anche persone, e la paura credo sia un sentimento più che lecito. Anche noi adesso abbiamo gli stessi visi dei colleghi cinesi, segnati dopo ore dentro quelle mascherine e visiere, che si spera ci proteggano. Le insicurezze di chi lavora da poco più di tre mesi, come me, vengono fuori moltiplicate all’ennesima potenza – continua –, perché a questo giro credo che nessuno ci possa preparare a tanto”.

Parole cariche di emozione quelle dell’infermiera. “E allora a casa ripensi ai tuoi pazienti, a quelli che forse non ce la faranno, a quelli che ti chiedono di figli e nipoti, a quelli che ti dicono ‘mi sento solo, non mi cerca nessuno’, e tu provi a spiegare loro che l’assenza dei parenti in reparto è pensata per la loro incolumità, provi a spiegare che i parenti sono informati sempre su tutto grazie ai nostri medici, ma non è facile, perché essere paziente ti aliena, essere paziente nei reparti ‘bolla’ non ti permette di capire cosa succede fuori da quella stanza. Vedi i tuoi compagni di stanza, con la tua stessa patologia, magari intubati proprio accanto a te, li vedi respirare male o andar via perché stanno meglio”.

Un racconto forte che comunque lascia spazio alla speranza.

“Non è facile, ma mai come adesso dobbiamo continuare a essere forti e professionali. Questa, per me giovane infermiera, per noi, è un’esperienza che ci segnerà per sempre. Ne usciremo più forti di prima, con qualche cicatrice in più nel cuore, ma ne usciremo. E – conclude – mai come oggi posso dire che, nonostante la paura, il mio resta il lavoro più bello del mondo”.

lisa@etaoin.it