C’è un nuovo malato: il nostro pianeta

Giuseppe CurciarelloGiuseppe CurciarelloSOS Ematologia Clinica e Oncoematologia USL-Centro Firenze. Membro del Collegio dei Sindaci della Società Italiana di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale. Auditor/Consulente per la Gestione del Rischio Clinico e Sicurezza delle Cure Regione Toscana. Membro del Consiglio Direttivo AMES (Associazione Medici Scandicci)

 

Franco BergesioCentro Riferimento Regionale per le Amiloidosi AOU Careggi, Firenze

Anna Maria CicianiNefrologa, Firenze

Marco LombardiNefrologia Ospedale del Mugello Borgo S. Lorenzo, Firenze

Santi Nigrelli, Nefrologo, Firenze

 

La mission medica non può solo limitarsi alle cure delle malattie, ma deve interessarsi anche alle condizioni che ne stanno alla base (i cosiddetti “determinanti della salute”). In questo editoriale viene proposta la lettura di un articolo pubblicato in una rivista nefrologica dove si invita la classe medica a osservare il paziente nel suo ambiente, la Terra, e non disgiungere la salute dell’uomo dalla cura del suo habitat.

 

Parole Chiave: salute, Covid-19, pianeta, cambiamento climatico, ambiente

 

Sensibili a problematiche ambientali, a fine 2019, in epoca pre-covid, un gruppo di medici, fra cui alcuni firmatari di questo editoriale, ha pubblicato un articolo dal titolo Aiutiamo il pianeta ad avere un futuro se vogliamo dare un futuro ai nostri pazienti sul n. 32 del Giornale di Clinica Nefrologica e Dialisi (GCND).

L’articolo in questione non è un case report né un trial clinico o una review e il titolo stesso incuriosisce in quanto apparentemente fuori luogo nella rivista che lo ospita, ma ha in realtà un profondo significato in quanto si occupa di medicina universale, con l’intento di dare un messaggio, una dritta al timone che governa interessi e competenze della Medicina che cura il malato, allargando lo sguardo al contesto ambientale in cui le patologie si sviluppano. Così è accaduto ormai da diversi decenni in diversi campi, inizialmente non strettamente medici: pensiamo al Rischio Clinico, branca divenuta basilare per tutte le specialistiche e che ha apportato notevoli progressi anche nel campo delle cure; e così la Robotica e la Telemedicina.

Le aree di interesse per il medico non possono essere solamente gli aggiornamenti sulle patologie trattate dalla branca specialistica a cui egli appartiene, ma alla base di queste, e delle conseguenti competenze, dobbiamo inserirne una di fondo, che tutte le permea e arricchisce. Questo nuovo interesse che dobbiamo stimolare è, in ultima analisi, una sorta di umanesimo della Medicina. Il progresso scientifico e medico è senza dubbio segnato dal progredire della tecnica ma la tecnica non è sufficiente a soddisfare le esigenze del genere umano e della complessità dell’uomo come individuo unico e irripetibile. Nell’articolo si evidenzia come stiamo vivendo una drammatica emergenza climatica.

Il lockdown per coronavirus ha determinato una riduzione dell’inquinamento che purtroppo non influirà sul riscaldamento globale del pianeta, per il quale i tempi sono lunghi.

I drammatici avvenimenti, di cui siamo stati dolorosamente testimoni e protagonisti in questi ultimi mesi, hanno sollevato nelle coscienze di molti quel velo di disinteresse e apatia che avvolgeva e permeava la nostra esistenza di cittadini in un mondo avanzato e tecnologico, cui non venivano posti limiti quanto a progresso e arricchimento. Eravamo incuranti di quanto avveniva attorno a noi, nel nostro mondo globalizzato, incuranti delle conseguenze dei nostri comportamenti singoli e di comunità.

Medici e Società scientifiche si sono prodigati da sempre per la ricerca eziologica, patogenetica delle malattie e per elaborare interventi terapeutici mirati, sempre più fini e quanto più possibile privi di effetti collaterali per il paziente. La pandemia Covid-19 ha però fatto segnare il passo al miglioramento continuo delle cure di molte patologie e gli stessi cittadini-pazienti hanno constatato come molto impiego di energie in diverse situazioni fisiopatologiche e chirurgiche potesse e dovesse trovare un momento di tregua davanti alla falcidie del coronavirus. In un battito di ali o poco più è cambiata la scala delle priorità. Ecco allora i Pronto Soccorso svuotati per paura di contrarre la nuova malattia. Crollo verticale dei molti, troppi, accessi impropri, interventi chirurgici rinviati a tempi migliori, senza rimostranze degli utenti.

Fatti su cui riflettere come cittadini e come medici: eravamo arrivati, in certi casi, a un eccesso di cure?

Quanto siamo in grado di accettare la malattia e la morte come parte della vita, senza vivere nella continua ansia di esserne colpiti?

I cambiamenti climatici, di gran parte dei quali il genere umano è responsabile, sono in maniera diretta o indiretta alla base dello sviluppo di numerose patologie anche attraverso variazioni di habitat di molte specie. Ricordiamo che negli ultimi 20 anni, prima del Covid-19, si sono susseguite le epidemie di SARS (2003), H1N1 (2009), MERS (2012) ed Ebola nel 2014.

Lungi dal voler trarre conclusioni che dovranno essere provate scientificamente con studi peraltro in corso, non si può certamente negare che il riscaldamento globale certamente influenza l’emergere di virus. Alcuni dati ci dicono che i picchi di SARS e influenza aviaria si sono verificati in corrispondenza di picchi di temperature di almeno 0,6 e 0,7°C oltre la media. Sarà interessante l’analisi dei dati nel caso della pandemia da coronavirus.

Oggi dunque, più di ieri, corre l’obbligo di verificare il proprio impegno professionale, oltre la diagnosi della malattia e la cura del malato. È necessario un approccio olistico che consideri il paziente da curare nell’ambiente in cui vive.

La mission medica non può solo limitarsi alle cure delle malattie, ma deve interessarsi anche alle condizioni che ne stanno alla base (i cosiddetti “determinanti della salute”), e dovrà farlo possibilmente con mezzi sostenibili.

Speriamo che il virus Sars-CoV-2 agisca da catalizzatore per innescare processi nuovi gettando i semi per la risoluzione della prossima crisi dell’umanità che, dopo il coronavirus, sarà il cambiamento climatico. Per far questo è necessaria una presa di coscienza globale al fine di intraprendere azioni forti e condivise a livello planetario.

Nell’articolo, dopo una premessa sul pianeta malato, vengono esternati spunti relativi alle ripercussioni sulla salute di eventi dovuti ai cambiamenti climatici. L’articolo però non vuole essere una disamina tecnico-scientifica di malattie, prevalenze, incidenze, meteorologia, climatologia eccetera (esistono per questo innumerevoli e acclarate fonti bibliografiche scientifiche), ma piuttosto uno stimolo alla classe medica perché si sforzi di osservare il paziente nel suo ambiente. Perché l’uomo non può mai essere separato dalla Terra, dal pianeta in cui vive. E ogni miglioramento alla salute dell’uomo non potrà mai essere disgiunto da una cura del suo habitat.

I medici, prosegue l’articolo, insieme alle loro Società Scientifiche, e l’intero mondo accademico “possono e devono dare il loro contributo per mitigare e aiutare a risolvere le problematiche legate al cambiamento climatico”.

Gli autori propongono due modalità di intervento: “La prima, diretta, non limitandosi a curare le malattie (compito tradizionale) ma indicando i possibili interventi per attenuare e/o risolvere i problemi di salute legati al cambiamento climatico” e vengono indicati alcuni esempi.

Un altro approccio indicato, sempre di tipo diretto, è “rivolto a ridurre al massimo l’utilizzo di materiali da smaltire e/o a privilegiare materiali e strumenti meno inquinanti e possibilmente riciclabili…”
La seconda modalità, indiretta, può concretizzarsi attraverso un convinto e crescente supporto a ogni utile iniziativa ambientale, sostenendo e incoraggiando i responsabili di istituzioni e governi a impegnarsi per applicare le politiche ambientali più efficaci.

Nell’elaborato si fa anche riferimento alla carta del S. Anna di Pisa, del luglio 2019 (che trovate a questo link: https://www.santannapisa.it/it/news/no-false-informazioni-sul-clima-piu-di-200-scienziati-e-intellettuali-aderiscono-alla-lettera), rivolta ai principali esponenti delle nostre istituzioni, incluso il presidente della Repubblica, in cui si chiede “che l’Italia segua l’esempio di molti Paesi Europei e decida di agire sui processi produttivi e il trasporto, trasformando l’economia in modo da raggiungere il traguardo di ‘zero emissioni nette di gas serra entro il 2050’…”. Viene proposto alle Società Scientifiche di aderire alla carta di Pisa e, “al più presto, promuovere e incoraggiare la nascita al loro interno di vere e proprie ‘task force’ dedicate ad affrontare i problemi legati al cambiamento climatico”, con l’obiettivo di costituire una rappresentanza nazionale in grado di promuovere e sostenere, presso le istituzioni e il governo, tutte quelle iniziative utili a mitigare, se non eliminare, le cause alla base del cambiamento climatico.

Il patrocinio medico ha, in effetti, una lunga storia.

L’impegno a migliorare la salute delle popolazioni ha spesso portato i medici a supportare programmi etici e politici radicali. “La medicina è una scienza sociale”, scriveva Rudolf Virchow nel 1848, e “la politica non è nient’altro che una medicina su larga scala”.

La richiesta di questa attenzione, inusuale in campo medico, non deve sorprenderci se già nel 1961 un gruppo di medici a Boston, preoccupati per la salute pubblica a causa delle sperimentazioni e dei depositi di armi nucleari, fondarono “Medici per la responsabilità sociale”.

Ricordiamo anche che nel 1985 il Premio Nobel per la Pace fu conferito alla neonata Associazione Internazionale “Medici per la prevenzione della guerra nucleare” fondata da due cardiologi Bernard Lown e Yevgeniy Chazov, il primo statunitense e l’altro sovietico. Perché il medico deve salvaguardare, oltre alla salute individuale, anche quella collettiva.

William Osler (1849-1919) considerato il fondatore della Medicina Clinica a Oxford, nel suo ultimo discorso pubblico nel maggio 1919, manifestava la speranza che i dettami ippocratici di filantropia e amore per l’ars medica fossero non disgiunti da un’umana saggezza filosofica in modo che la Scienza fosse forza per il bene piuttosto che per il male. Ed è in questa Scienza che dobbiamo credere per preservare l’equilibrio del nostro Pianeta diventato ormai così fragile (Bryan CS, Podolssky SH. Sir William Osler - the uses of history and the singular beneficence of medicine. N Engl J Med 2019;381:2194-6).ento climatico deve essere in testa nell’agenda politica e i potenti della terra vengono redarguiti da una ragazzina che li rimprovera di togliere il futuro alle prossime generazioni. New England Journal of Medicine e Lancet ammoniscono circa i molti rischi sanitari del riscaldamento globale, creando rubriche dedicate”.

Di seguito il link dell’articolo con i riferimenti bibliografici e il link del breve questionario che il lettore potrà compilare per esprimere suggerimenti, perché, in qualunque modo la pensiamo su queste tematiche, non dobbiamo essere catalogati fra gli indifferenti stigmatizzati da Piero Calamandrei.

Link articolo Aiutiamo il pianeta ad avere un futuro se vogliamo dare un futuro ai nostri pazienti n. 32 del Giornale di Clinica Nefrologica e Dialisi (GCND):

https://journals.aboutscience.eu/index.php/gcnd/article/view/1183

Link breve questionario Partecipa alla survey:

https://aboutscience.mailmnta.com/gcnd_manifestoecologico

giuseppe.curciarello@uslcentro.toscana.it