Umanizzazione delle cure in Terapia Intensiva: sensazioni e riflessioni al tempo del coronavirus

Rosario SpinaRosario Spina, Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Firenze, luglio 1990. Specializzato in Anestesia e Rianimazione e Terapia Intensiva presso l’Università agli Studi di Firenze, Facoltà di Medicina e Chirurgia, novembre 1994. Dirigente medico con incarico 15 septies a tempo determinato per la direzione della UOC Anestesia e Rianima-zione, Azienda USL 11 Empoli, da novembre 2012 a giugno 2015. Direttore del Dipartimento Emergenza-Urgenza, Azienda USL 11 Empoli, dall’1-03-2013 al 30-6-2016. Direttore della UOC Anestesia e Rianimazione USL-Centro, Pre-sidio di Empoli, dall’1-07-2015

 

Giuditta MartelliPsicologa presso la Clinica Ospedaliera di Empoli, Azienda USL Toscana-Centro

 

Il momento della condivisione delle informazioni e il colloquio dei medici con i parenti dei malati rappresentano momenti importanti in qualsiasi Reparto, a maggiore ragione in quelli di Terapia Intensiva. La pandemia anche in questo settore ha reso necessario modificare procedure, comportamenti e approccio complessivo alle cure. Ripor-tiamo l’esperienza della Rianimazione dell’Ospedale di Empoli.

 

Parole chiave: Covid-19, umanizzazione delle cure, rapporto medico-paziente, caregivers

 

Da alcuni anni il tema della comunicazione della diagnosi e della condivisione del processo medico-decisionale con il paziente ricoverato in Terapia Intensiva e con i suoi familiari rappresenta uno dei focus principali del processo di umanizzazione delle cure. Rassicurazione, vicinanza e coinvolgimento sono temi già cari alla Terapia Intensiva di Empoli, da anni attenta agli aspetti umani. Il paziente trae grande giovamento dal supporto dei familiari, perché l’apparente abbandono è un ulteriore fonte di sofferenza, e avere un aggancio con il mondo fuori è molto importante e terapeutico.

Da circa due anni nella Terapia Intensiva di Empoli è stata progettata e messa a punto, dopo una preliminare fase di riflessione teorica e sperimentazione pratica, una particolare prassi comunicativa e relazionale con i familiari dei pazienti, caratterizzata dalla compresenza al momento delle informazioni, di due figure sanitarie, una medica e una psicologica che pur mantenendo le competenze specifiche hanno acquisito perizia nell’integrarsi grazie a un preventivo lavoro di affiancamento operativo in reparto. L’analisi dell’outcome dei familiari e dei pazienti, misurato anche a distanza di tempo nel corso dei controlli effettuati a 3-6-12 mesi dalle dimissioni dalla Terapia Intensiva presso l’ambulatorio del follow-up, ha già mostrato un alto livello di soddisfazione correlato anche a un più alto benessere, avvalorando l’ipotesi che l’intervento in compresenza sia più efficace di quello solitario nella determinazione di un’alleanza tra l’équipe curante, i familiari e il paziente e quindi nel perseguimento dell’obiettivo dell’umanizzazione delle cure.

Con l’avvento della pandemia Covid, le limitazioni necessarie al contenimento della diffusione del virus hanno reso inevitabile l’interruzione degli incontri in presenza tra medico-psicologo-caregiver-paziente. Alla drammaticità dell’isolamento dei pazienti si è aggiunta l’altrettanto drammatica condizione dei familiari, costretti dalla situazione a vivere a distanza la malattia del proprio caro, relegati anch’essi, quindi, in un isolamento carico di angoscia e di senso di impotenza.

Se nella prima ondata pandemica, che ha travolto l’Italia dal febbraio 2020, i professionisti sanitari si erano concentrati principalmente sull’aspetto clinico e medico della cura, ritrovandosi a dover capire e affrontare una malattia del tutto nuova, adesso emerge in modo preponderante il bisogno di enfatizzare l’umanizzazione delle cure per cercare di sopperire alla mancanza del contatto e delle visite da parte dei familiari.

Come a marzo, anche in questa seconda ondata è stato adottato un protocollo specifico tramite videochiamata per comunicare ai caregiver gli aggiornamenti clinici, coinvolgerli nel processo decisionale, rassicurarli sulle cure prestate al loro caro e presentare l’équipe medico-infermieristica che assiste il malato, in modo da ridurre la distanza e restituire un volto umano alle cure intensive.

I ricoveri in Terapia Intensiva non hanno un orario prestabilito: i pazienti arrivano a qualsiasi ora del giorno, spesso in modo rocambolesco, perché le loro condizioni si sono aggravate e la degenza in un reparto ordinario non è più sufficiente. Oltre alle competenze cliniche, che diamo per scontate, è importante che i familiari sappiano, prima di tutto, che il nostro staff è fatto di uomini e donne che si prendono cura dei pazienti con umanità e passione e che in Terapia Intensiva non mancano gesti di affetto o attenzioni per i particolari, come fare la barba o mantenere in ordine i capelli, in modo da trasmettere al paziente l’amore che i suoi familiari gli darebbero se fossero presenti. Cerchiamo così di trasmettere ai parenti i principi della Terapia Intensiva aperta, rassicurandoli e coinvolgendoli.

Di fatto le parti che si incontrano nella stanza virtuale sono: il medico che si collega dal Reparto Covid e che con il tablet si porta vicino al letto del paziente; il paziente dal proprio letto; il caregiver dalla propria abitazione e lo psicologo dal proprio ambulatorio. A fronte di un iniziale scetticismo sull’efficacia terapeutica di un setting relazionale creato su base virtuale attraverso freddi mezzi tecnologici, quello che in realtà è stato possibile osservare e registrare è stato l’instaurarsi di un circuito relazionale molto efficace sul piano informativo e molto potente su quello emotivo per tutte le parti in gioco. Durante le videochiamate, l’attenzione è rivolta anche alla storia familiare e al benessere psicologico e ai vissuti emotivi dei caregiver.

Spesso i colloqui scoppiano in veri e propri cori di incitazioni da parte di tutta la famiglia, e a volte la presenza di lacrime per le forti emozioni non si riesce a nascondere nemmeno dietro le maschere e le visiere indossate. Questa fase è stata oltremodo utile e preparatoria all’ingresso del caregiver nella Terapia Intensiva covid, attuato recentemente. Nonché preparatoria anche “all’ultimo saluto”, che prevede la possibilità di fare visita al parente quando nemmeno le cure più all’avanguardia possono sconfiggere la morte.

Da un punto di vista psicologico, il dato sopraesposto conferma il fatto che la compresenza medico-psicologo genera, sul piano della relazione, uno spazio in grado di prescindere da quello fisico perché principalmente mentale e psichico, dove i familiari e i pazienti possono sentirsi visti, accolti e aiutati in un modo più completo e protettivo anche a distanza e dove i curanti stessi si sentono più efficaci e completi integrandosi tra di loro.

La comunicazione in compresenza fa riferimento a un modello di funzionamento terapeutico usato in psicologia so-prattutto nelle terapie di coppia o familiari. In tale modello, che abbiamo ripreso nel nostro progetto adattandolo alle esigenze reali, la compresenza di due figure curanti, diverse tra di loro ma complementari, ha proprio l’intento di operare una sorta di cura sia dei conflitti psichici che delle ferite fisiche attraverso una coppia genitoriale terapeutica.

È emerso con ancora maggiore chiarezza durante l’era Covid che l’affettività è indispensabile alla cura e che diventano terapeutiche le relazioni in cui l’emotività non viene negata ma anzi vissuta in prima persona dai curanti stessi, i quali, proprio perché la vivono su se stessi, possono riconoscerla anche negli altri e quindi accoglierla, rispettarla e farsene carico efficacemente.

Un processo reale di umanizzazione delle cure è possibile solo quando il curante per primo non trascura e cura la propria umanità. Le videochiamate funzionano perché i due curanti che formano la coppia terapeutica sono disponibili per primi a far circolare affettività tra di loro. Si passa allora dall’impulso all’affetto al sentimento. I pazienti e i loro familiari percepiscono anche a distanza questo clima emozionale, si sentono accuditi e si trovano avvolti in un’atmosfera relazionale emotivamente pacificata e rassicurante che è forma di cura perché consente speranza e fiducia.

 

rosario.spina@uslcentro.toscana.it