COVID-19 e psiche: dagli effetti alle opportunità

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Serena CheccacciSerena CheccacciLaureata in Medicina e Chirurgia, specializzata in Malattie dell’Apparato Respiratorio e in Psicoterapia Sistemico-Relazionale presso il Centro Studi CSAPR di Prato. Ha lavorato in Fisiopatologia Respiratoria e nel Centro Antifumo dell’AOU Careggi. Lavora in libera professione come pneumologa e come psicoterapeuta per l’individuo (bambini, adolescenti, adulti, anziani), la coppia e la famiglia

 

 

La pandemia da Covid-19 ha un impatto significativo sulla psiche di tutti noi, cittadini, operatori sanitari, pazienti. Le emozioni negative e le reazioni comportamentali si possono leggere in chiave di biologia naturale. La crisi può essere occasione per imparare, (imparare) “è l’unica cosa che la mente non riesce mai a esaurire, da cui non si lascia mai torturare, […] di cui mai si pente”.

 

Parole chiave: Covid-19, emozioni, psicoterapia, neuroscienze, psicologia

 

La natura seleziona i meccanismi fisiologici più adattivi per la sopravvivenza: acquisire l’energia per i processi vitali, riconoscere una minaccia e mettersi al sicuro. Il sistema nervoso autonomo è deputato al riconoscimento della minaccia e della sicurezza e alla messa in atto delle risposte comportamentali.

Il sistema nervoso simpatico (SNS) riconosce e risponde alle minacce con la reazione di attacco o fuga, mediata da cortisolo, adrenalina, noradrenalina: un rumore mi sveglia, entro in uno stato di allerta, mi tiro su, tendo le orecchie, il cuore batte più forte, respiro più velocemente, mi preparo a reagire. Se ciò non è sufficiente a mettermi al sicuro si attiva una parte del sistema nervoso parasimpatico (SNP), il vagale dorsale, filogeneticamente molto antica (la condividiamo con i rettili), responsabile del congelamento: quando la gazzella si rende conto che il leone ha troppo vantaggio e che con la fuga non ha più chance di salvezza si finge morta. Il sistema nervoso parasimpatico vagale ventrale riconosce invece la sicurezza ed è attivo nel riposo, nel gioco, nel sesso, nelle interazioni di attaccamento. I suoi neurotrasmettitori sono serotonina, ossitocina, dopamina, oppioidi endogeni.

I due sistemi lavorano in modo gerarchico: se sto giocando in un prato con mio figlio e compare un cane che ringhia verso di noi il sistema nervoso simpatico prende il sopravvento per farmi mettere in salvo facendomi desistere immediatamente da ogni altra attività (Figura 1).

Fig1Checcacci

Ciò è funzionale alla gerarchizzazione dei bisogni che prevede che non si possa provvedere ai bisogni più apicali (relazioni, investimento professionale, bisogni spirituali) se non sono soddisfatti i bisogni di base: nutrimento e sicurezza.

Le risposte fisiologiche si accompagnano a emozioni. Se sono importunata da qualcuno la mia rabbia può indurlo ad allontanarsi. Se non è possibile ottenere il controllo con la rabbia, per esempio se ho un superiore che mi ha preso di mira ma non posso dirgliene quattro, l’ansia rende impossibile ignorare la minaccia. La depressione, percezione di essere sopraffatti senza appello, è una risposta di ultima istanza: riduce il proprio valore di minaccia per l’altro.

La pandemia da Covid-19 è una minaccia, si tratta di un’infezione potenzialmente fatale e la morte è in solitudine. Gli altri rappresentano una minaccia. È una minaccia per la stabilità economica e professionale. Oggi di automatico, cioè che non richiede una scelta, una valutazione, non c’è praticamente più niente. L’occidente tecnologico dove tutto è sotto controllo e i beni sono illimitati mostra la sua vulnerabilità: abbiamo avuto carenza di ventilatori per le Terapie Intensive, di DPI.

Viviamo nell’incertezza: come evolverà la pandemia? Avere avuto l’infezione conferisce immunità? Avremo un vaccino? Non abbiamo certezza dell’attendibilità dei test diagnostici.

Nell’ottica delle nostre reazioni fisiologiche alla minaccia si possono leggere le esperienze che facciamo in questi tempi: la rabbia espressa sui social media o per strada, stati di ansia anche molto intensa che con il protrarsi della emergenza può aver ceduto il passo a sintomi depressivi, la difficoltà a concentrarsi in attività intellettuali o piacevoli, i disturbi del sonno.

Il sovvertimento del nostro mondo dove non si può contare nemmeno sui servizi di accoglienza alla malattia perché se stai male non puoi andare dal dottore o in ospedale, sgretola l’intima convinzione di avere le spalle coperte, che esista una provvidenza che risolve tutto alla fine.

Entriamo così in contatto con verità che cerchiamo quotidianamente di negare con le nostre routine sovraffollate che dividono l’esistenza in lavoro e distrazione e in mezzo è il nulla. Questo nulla è in realtà abitato dalle nostre paure più profonde, che l’emergenza ci sbatte in faccia: la paura della morte e l’angoscia della solitudine esistenziale. Come si risponde a questa esperienza?

Qualcuno mette in atto o intensifica rituali di controllo, check continuo di situazioni o sensazioni fisiche, ascolto eccessivo di notiziari e bollettini. Alcuni prendono una scorciatoia: mi mangio una fetta di torta, bevo due birre; usare il cibo, il fumo, l’alcol dà un sollievo immediato ma, come uno strozzino, poi ti presenta il conto. Il danno maggiore consiste proprio in un’opportunità persa: se smetto di guardare all’ansia, alla depressione, alla rabbia come nemici da eliminare, esse possono diventare delle porte per conoscere meglio me stesso. Scegliere la via della consapevolezza e dell’accettazione della nostra condizione umana e sulla base di questi dati di realtà fare un riordino (così come abbiamo fatto nelle nostre case) nelle priorità della propria vita. Domandarci cosa conta davvero per noi (Figura 2).

Fig2Checcacci

Ciò può risultare molto difficile quando ci si trova in uno stato di disregolazione emotiva, al di fuori della “finestra di tolleranza” (Figura 3).

Fig3Checcacci

Durante la giornata il livello di attivazione neurofisiologica si sposta verso l’alto o verso il basso in risposta alle circostanze. Quando si esce dalla finestra si percepisce un senso di essere fuori controllo, troppo agitati o al contrario troppo apatici, ciò si accompagna a un profondo malessere da cui si cerca di uscire. Ognuno trova le proprie strategie di regolazione emotiva (strategie di mastery): quelle di I livello utilizzano il corpo, per esempio lo sport. Le strategie di II livello usano le interazioni interpersonali, una telefonata, una ricerca di contatto, quelle di III livello consentono alla persona di regolare la propria attivazione con un dialogo interiore finalizzato a trovare il significato del momento disregolativo. Questo è uno degli obiettivi di una psicoterapia, aumentare la nostra finestra di tolleranza (Figura 3).

Quando percepiamo le emozioni negative non cerchiamo di fuggirle, impegnandoci in altro o provando a eliminarle, ma fermiamoci, prendiamoci il tempo di ascoltarci. Affrontare le nostre paure fa sì che non siano esse a guidare le nostre scelte, cosa vogliamo davvero?


checcacci.serena@gmail.com

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