La sindrome hikikomori

Sabrina Masetti

Sabrina Masetti
Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Firenze,1997. Specializzazione in Psichiatria, Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università degli Studi Firenze, 2001. Socio Ordinario della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva. Direttore scientifico Centro Clinico “La Mongolfiera”, Firenze

 

Stefano Cosi
Psicologo psicoterapeuta, Direttore Centro Clinico “La Mongolfiera”, Firenze

 

Con il termine hikikomori si tende a descrivere una particolare sindrome che colpisce giovani e giovanissimi. “Stare in disparte, isolarsi” è il significato della parola hikikomori, termine giapponese che deriva dal verbo hiku (“tirare indietro”) e komoru (“ritirarsi”). Questo termine nasce per definire un fenomeno caratterizzato principalmente da ritiro sociale e volontaria reclusione dal mondo esterno. Il disturbo, descritto e osservato primariamente
 in Oriente, a oggi non è ancora una diagnosi ufficiale del DSM-5 anche se richiede l’intervento di uno psichiatra o altro specialista della salute mentale.

 

Parole chiave:

hikikomori, Giappone, psicoterapia, giovani, ritiro sociale

Con il termine hikikomori si definisce un fenomeno nato e sviluppatosi prevalentemente in Giappone, ma a oggi presente anche in Corea e Taiwan e in Europa, compresa l’Italia. A coniare il termine fu lo psichiatra giapponese Saito Tamaki, che combinò le parole giapponesi hiku (“tirare”) e komoru (“ritirarsi”), letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, quando all’inizio degli anni ’80 segnalò un numero sempre maggiore di giovani i quali, apparentemente per una forma di apatia scolastica, interrompevano le relazioni sociali e si ritiravano nella propria stanza rimanendovi rinchiusi anche per lunghi periodi (auto-reclusione).

Spesso chi è affetto da questa sindrome ha come unico collegamento con il mondo esterno internet. I livelli di gravità della patologia variano, fino ad arrivare a casi in cui i ragazzi non escono dalla loro camera neanche per mangiare. Si tratta di un fenomeno sociale molto preoccupante.

Nel nostro Paese, secondo Hikikomori Italia, alcune stime (non ufficiali) riportano almeno 100.000 casi. La maggior parte dei ragazzi ha tra i 15 e i 25 anni, ma non mancano casi più giovani o più adulti. Provengono da famiglie benestanti e spessissimo sono figli unici in quanto come tali subiscono maggiori aspettative genitoriali. In moltissimi casi si tratta di figli di genitori separati. Sono ragazzi molto intelligenti, con nessun problema a livello scolastico e poco in comune con i compagni di classe.

La sindrome hikikomori è diagnosticabile in presenza di manifestazioni di rifiuto verso la vita sociale e scolastica o lavorativa per un periodo di tempo prolungato di almeno 6 mesi e di una mancanza di relazioni intime ad eccezione di quelle con i familiari più stretti. I giovani hikikomori possono mostrare il loro disagio in vario modo: restare chiusi in casa tutto il giorno oppure uscire solo di notte o di prima mattina quando hanno la certezza di non incontrare conoscenti o ancora fingere di recarsi a scuola o a lavoro e invece girovagare senza meta per tutto il giorno. Il fenomeno è stato spesso associato all’internet addiction, ma gli studi mostrano che solo nel 10% dei casi è stato riscontrato anche questo tipo di dipendenza. In realtà al momento è emersa solo una correlazione tra i comportamenti di ritiro sociale e alcuni sintomi dell’internet addiction (Wong, 2015), ma ancora non è stato condotto uno studio che permetta di stabilire una relazione causale tra i due fattori.

Il sesso maschile sembra più colpito da questa condizione rispetto a quello femminile, anche se si valuta che il numero di casi sia sottostimato. La letteratura (in larga parte giapponese) spiega come l’identikit di un soggetto con sindrome hikikomori sia quello di figlio unico, di genitori entrambi laureati, con la figura paterna quasi sempre assente (a lavoro per gran parte della giornata), che ricopre un ruolo dirigenziale e scatena nel giovane hikikomori il timore di non essere all’altezza, di non essere abbastanza bravo come i suoi compagni di scuola o di non essere sufficientemente adeguato per poter raggiungere lo stesso prestigio del padre, mentre la madre casalinga si occupa, come impone la cultura nipponica, della gestione dei figli e della casa e risulta una figura fin troppo presente, iperprotettiva, unica deputata alla crescita e all’educazione dei figli, sui quali è facile proiettare ansie e attese (Moretti, 2010).
In alcuni casi il senso di inadeguatezza sfocia in reazioni di rabbia e violenza: buchi nei muri della stanza, azioni di violenza nei confronti dei familiari, in particolare verso la madre.

Il governo giapponese, vista la rilevanza sociale del fenomeno, ha individuato alcuni criteri diagnostici specifici per questo problema:
• ritiro completo dalla società per almeno sei mesi;
• presenza di rifiuto scolastico e/o lavorativo;
• al momento di insorgenza di hikikomori non erano stati diagnosticati schizofrenia, ritardo mentale o altre patologie psichiatriche rilevanti.

Tra i soggetti con ritiro oppure perdita di interesse rispetto alla scuola o al lavoro sono escluse le persone che continuano a mantenere relazioni sociali (Ministry of Health, Labour and Welfare, 2003).

L’isolamento sociale autoindotto in modo prolungato può essere accompagnato dalla presenza di ulteriori sintomi: antropofobia (paura della gente e dei contatti sociali), automisofobia (paura di essere sporchi), agorafobia (paura di ambienti non familiari e di spazi aperti), manie di persecuzione, disturbi ossessivo-compulsivi, comportamenti regressivi, evitamento sociale, apatia, letargia, umore depresso, pensieri di morte e tentato suicidio, inversione del ritmo circadiano di sonnoveglia, internet addiction disorder, comportamenti violenti contro la famiglia, in particolare verso la madre.

Il Ministero della Salute Giapponese, in uno studio del 2003, afferma con chiarezza che l’hikikomori non deve essere considerato una patologia, nel senso che non deve essere confuso con altre malattie come la schizofrenia. Su questo tema, in un’intervista, Saito Tamaki sostiene che non si tratti di un disturbo psicotico o di schizofrenia: “Se si ha a che fare con un paziente schizofrenico, c’è un’effettiva incapacità comunicativa. Magari non si riesce a capire i suoi discor-si o le parole e può anche essere che il paziente senta delle voci o abbia delle allucinazioni; i suoi processi cognitivi sono rovinati. Se invece si ha a che fare con degli hikikomori, non si riscontrano mai tali sintomi. Si tratta di persone molto intelligenti, che quando si rilassano sono assai comunicative e razionali. È questa la differenza principale”.

Dunque, quando si parla di hikikomori ci si riferisce a un soggetto sano (senza un’ulteriore diagnosi antecedente all’isolamento) che decide volontariamente e in modo consapevole di vivere in uno stato di isolamento. Con questo non si vuole sostenere che tale scelta non rappresenti una situazione di disagio o di malessere, ma semplicemente che la condizione non è determinata da forze esterne o da altre patologie preesistenti.

In conclusione, ulteriori studi sono necessari per individuare criteri specifici per questa sindrome, a partire dai quali poter sviluppare terapie mirate in aiuto dei giovani e delle famiglie che si trovano in questa condizione, sempre più diffusa, di disagio.

 io medico giuro

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