COVID: perché escludere per ora dalla vaccinazione i soggetti già infettati

Sergio Romagnani

 

di Sergio Romagnani
Già Professore di Immunologia Clinica e Medicina Interna dell’Università degli Studi di Firenze, attualmente Professore Emerito presso la stessa Università

 

I soggetti con pregressa infezione da SARS-CoV-2 asintomatica ma con positività al tampone oppure con malattia conclamata hanno già sviluppato titoli anticorpali elevati, pertanto non richiedono la somministrazione immediata del vaccino o, almeno, di più di una singola dose.

 

Parole chiave:

SARS-CoV-2, vaccinazione, fenomeno di Arthus, risparmio di dosi

Ho sempre pensato che fosse necessario valutare l’esistenza di una precedente infezione da SARS-CoV-2 prima di sottoporre tutti i soggetti in maniera indiscriminata alla vaccinazione. Questa mia considerazione si basava sia sulle mie conoscenze in materia immunologica, sia su un’esperienza personale. Le conoscenze immunologiche ci dicono infatti che indurre riposte immunologiche troppo marcate può essere non solo inutile ma anche dannoso. È noto da molti anni che l’introduzione nell’organismo di un antigene in un soggetto sensibilizzato, cioé che già possiede anticorpi circolanti di tipo precipitante verso tale antigene, può determinare una reazione infiammatoria (edema, eritema, emorragia, necrosi), nota come fenomeno di Arthus. La reazione di Arthus è causata da immunocomplessi fissanti il complemento, che precipitano nelle pareti vascolari, nei glomeruli renali e nel collagene. Provocano la liberazione di mediatori dell’infiammazione e di un fattore chemiotattico che attira i neutrofili. Il fenomeno di Arthus può essere localizzato (reazione edematosa ed eritematosa nella sede di iniezione dell’antigene) o anche essere caratterizzato da reazioni sistemiche, quali febbre, dolori muscolari e/o articolari e, sia pure molto raramente, gravi (malattia da siero, orticaria, glomerulonefrite).

Per quanto riguarda la mia esperienza personale, essa risale invece agli anni verdi della vita, quando cominciai a lavorare come ricercatore nel gruppo del grande maestro Mario Ricci, che fu tra i primi in Italia a comprendere la grande importanza dell’Immunologia. Poiché per le nostre ricerche usavamo ratti e cavie dove venivano studiate le risposte immunologiche in corso di tiroidite autoimmune sperimentale e accadeva di subire morsi e graffi da parte di questi animali, decisi per prudenza di fare un richiamo della vaccinazione anti-tetanica alla quale ero stato sottoposto durante l’infanzia. Il primo anno nel quale effettuai l’iniezione di richiamo non ebbi alcuna reazione, ma l’anno successivo soffrii per una reazione di Arthus locale molto intensa, caratterizzata da una grossa tumefazione rossa e dolorosa nella sede di iniezione sul braccio, anche accompagnata da interessamento dei linfonodi sotto-ascellari.

Sulla base di queste considerazioni, in uno dei miei ormai numerosi articoli scritti sul Corriere Fiorentino in materia di COVID, avevo suggerito già alcuni mesi fa di non utilizzare in maniera indiscriminata i vaccini anti-SARS-CoV-2, evitando di vaccinare almeno nella prima fase i soggetti che fossero già stati colpiti dall’infezione (sintomatica o a sintomatica, ma con tampone risultato positivo). Tuttavia ricordo che alcuni dei “Soloni” che imperversano ogni sera su tutti i canali televisivi spesso sproloquiando sulle diverse problematiche relative al virus, e forse anche un componente del CTS, di fronte alle domande dei giornalisti se si dovesse evitare la vaccinazione nei soggetti che avevano già avuto l’infezione, rispondevano in maniera categorica che occorreva vaccinare tutti.

Adesso abbiamo le prove che la vaccinazione indiscriminata che includa anche i soggetti che hanno già avuto l’infezione è un errore. Sono infatti stati pubblicati di recente due lavori molto significativi al proposito. Il primo, condotto negli Stati Uniti, ha dimostrato che le risposte anticorpali della classe IgG in 109 soggetti con o senza pre-esistente infezione sono molto diverse tra i 68 soggetti sieronegativi e i 41 sieropositivi, in quanto i primi mostravano bassi titoli anticorpali entro 9-12 giorni dalla vaccinazione, mentre i secondi sviluppavano elevati titoli di anticorpi anti-SARS-CoV-2 molto rapidamente dopo la vaccinazione (10-20 volte più elevati dopo la prima iniezione e ancora 10 volte più elevati dopo la seconda inoculazione). Inoltre, i soggetti sieropositivi sviluppavano in seguito alla vaccinazione una frequenza significativamente più elevata di effetti collaterali sistemici (astenia, cefalea, brividi, febbre, dolori muscolari e/o articolari) rispetto ai soggetti che non avevano avuto l’infezione. A questo proposito vorrei ricordare che secondo un rapporto di EudraSurveillance il numero delle reazioni avverse da vaccinazione anti-SARS-CoV-2 registrate in Italia risulta superiore di almeno 5 volte rispetto a quello registrato in Spagna e di ben 7 volte rispetto a quello registrato nel Regno Unito, in Olanda, Germania e Francia. Non credo che questa differenza straordinaria sia solamente dovuta alla vaccinazione indiscriminata condotta nel nostro Paese includendo anche i soggetti già infettati, ma certamente questo può essere uno dei motivi per spiegare una simile differenza. In un’ulteriore pubblicazione da parte di un gruppo immunologico italiano si è osservato che i soggetti già sieropositivi sviluppano una robusta risposta anticorpale già dopo la prima dose di vaccino e ciò suggerisce che una seconda dose potrebbe provocare addirittura la produzione di anticorpi a bassa affinità, un fenomeno già noto per altri tipi di virus, che potrebbe causare una antibody dependent enhancement (ADE) reaction in caso di successiva nuova esposizione all’infezione naturale. In una recente conferenza stampa, tenutasi a Palazzo Strozzi, il professor Gian Maria Rossolini, direttore del Laboratorio di Virologia e Microbiologia di Careggi (Firenze), ha riportato i dati ottenuti su 100 sanitari dell’area Vasta Centro, i quali dimostrano che la risposta anticorpale negli ex-malati di COVID è altissima sin dopo la prima inoculazione di vaccino Pfizer, tanto da assicurare una copertura completa.

In conclusione, appare ormai evidente che è necessario escludere dalla vaccinazione con Pfizer, almeno in questa fase, i soggetti che hanno già avuto l’infezione COVID per almeno tre diversi ordini di motivi: 1) perché questi soggetti sono già protetti; 2) perché l’induzione di una risposta anticorpale eccessiva potrebbe anche risultare dannosa; 3) perché ciò consentirebbe un risparmio delle dosi di questo vaccino così prezioso, in quanto decisamente protettivo nei confronti dello sviluppo non solo della malattia, ma anche dell’infezione. Tuttavia ritengo che quest’ultima considerazione comporti implicazioni così importanti da richiedere una trattazione specifica.

sergio.romagnani@unifi.it