Fragilità narcisistica e rischio suicidario in adolescenza

Riccardo Lo Parrino

 

di Riccardo Lo Parrino
Neuropsichiatra Infantile. Coordinatore del Servizio Territoriale per lo Scompenso Psichico in Adolescenza dell’Unità Funzionale Salute Mentale Infanzia e Adolescenza di Firenze, Azienda USL Toscana Centro

 

La cultura del narcisismo che ormai da tempo permea la nostra società costituisce un contesto particolarmente propizio all’esprimersi di forme di disagio adolescenziale (disagio del narcisismo) che, se non tempestivamente trattate, possono condurre verso condizioni di sofferenza estrema, sino alla ricerca della morte volontaria. Compito dei servizi di salute mentale dell’età evolutiva è organizzare nuovi modelli d’intervento in grado di intercettare e fornire le risposte più appropriate alle attuali espressioni della sofferenza psicologica giovanile.

 

Parole chiave:
adolescenti, suicidio, autolesionismo, narcisismo, tentato suicidio

Fantasie suicidali sono molto frequenti in adolescenza. Questo dato non deve stupire. Esse hanno infatti a che fare con eventi fondamentali propri di questa fase della vita – senza i quali non vi sarebbe crescita – con cui i ragazzi e le ragazze, forniti ora di un nuovo, ricco potenziale cognitivo, sono chiamati a confrontarsi. Potrebbe sembrare un paradosso che il percorso evolutivo – di individuazione/soggettivizzazione – che porta soggetti ancora immaturi alla piena maturità psicofisica (la mentalizzazione del corpo sessuato dei Laufer) debba passare attraverso sentimenti penosi di perdita e rinuncia. Eppure non vi è crescita possibile senza un autentico disimpegno dalle figure genitoriali, senza una percezione nitida della unidirezionalità dello scorrere del tempo e della realtà della morte, senza una rinuncia al narcisismo infantile e alle potenzialità illimitate a esso collegate. Senza tali rinunce non è consentito un godibile investimento su ciò che è possibile e sulla sua realizzazione.

L’uomo non può rimanere eternamente bambino, prima o poi deve avventurarsi nella “vita ostile”. Questa può venir chiamata l’“educazione alla realtà”, argomentava Freud al suo interlocutore in un passaggio dell’opera L’Avvenire di un’illusione (1927).

L’intensificazione adolescenziale delle pulsioni aggressive (oltre che di quelle libidiche) fa il resto.

Ed ecco farsi strada, nelle giovani menti adolescenti, fantasie riguardanti la propria morte, anche volontaria, non di rado a seguito di accadimenti del quotidiano di apparente scarsa importanza, se non di totale irrilevanza, agli occhi di un ossevatore esterno.

La maggior parte di queste fantasie resta tale, si dissolve o si trasforma.

Purtroppo non sempre è così.

Il suicidio, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (2018), è la seconda causa di morte negli adolescenti e nei giovani adulti nel mondo e le percentuali di suicidio sono costantemente aumentate negli ultimi dieci anni.

Alcuni autori nordamericani (Asarnow Joan Rosenbaum e colleghi) hanno coniato qualche anno fa il termine suicidal youths riferendosi a giovani e giovanissimi (15-29 anni) che presentano ideazione suicidaria o mettono in atto tentativi di suicidio o, ancora, agiscono condotte autolesive non suicidarie, con l’intento di sottolineare lo stretto rapporto esistente fra le diverse forme di condotte autolesive (self-harm) e la morte per suicidio. Le condotte autolesive costituiscono infatti uno dei più forti predittori di morte volontaria in adolescenza.

L’attenzione che gli operatori dei servizi di salute mentale dell’età evolutiva devono porre alle manifestazioni di attacco al corpo, nelle sue diverse espressioni – divenute di così frequente riscontro nella pratica clinica quotidiana – oltre che alla ideazione anticonservativa, anche se fugacemente accennata, non può che essere massima. Nessun segnale può essere trascurato.

Non esiste una cura per il suicidio. Esiste però la possibilità di prevenirlo, intercettando e accogliendo quanto più precocemente possibile il dolore di esistenze ancora molto giovani, talvolta così profondo da rendere il futuro impensabile e così drammaticamente lacerante da indurre a credere che soltanto la morte possa vincerlo.

Gli itinerari che conducono a tale sofferenza sono innumerevoli e complessi e spesso provengono da molto lontano. Nei servizi è frequente il confronto con storie segnate da esperienze traumatiche, o poli-traumatiche, reiterate nel tempo, come avviene in alcuni giovani migranti fuggiti dagli orrori della guerra o dalla povertà estrema, oppure in figli che, nel delicato passaggio dell’adolescenza, si trovano costretti a ricongiungersi con genitori che non conoscono, con cui non sono cresciuti e che hanno costruito nuove vite lontano e senza di loro, o ancora con ragazzi e ragazze con un passato pre-adottivo costellato di perdite, abbandoni, maltrattamenti. E con molto altro ancora.

Ma c’è una forma di sofferenza, nuova per certi aspetti e nel contempo antica, su cui desidero soffermarmi. È quella che nasce dal sentimento di una propria assoluta inadeguatezza per cui la persona si vive come penosamente impresentabile allo sguardo altrui.

È una sofferenza che investe in pieno un certo numero di adolescenti del nostro tempo, caratterizzato dall’importanza, pressante e opprimente, della visibilità e dello splendore, tanto nella vita reale quanto in quella virtuale dei social media. Tempo permeato da quella che, già nel 1979, lo storico e sociologo Christopher Lash, in un suo libro di successo, aveva analizzato e definito come la cultura del narcisismo. Cresciuti nell’illusione della propria assoluta infallibilità, come esseri speciali dalle potenzialità illimitate, a cui tutto è naturalmente dovuto perché al loro fascino nessuno può resistere, alcuni adolescenti non accedono a un narcisismo sano e maturo e restano intrappolati fra le maglie di un disagio del narcisismo (l’epressione è di Glen O. Gabbard) che li rende fragili e vulnerabili, incapaci di avventurarsi, appunto, con sicurezza e determinazione, nella vita ostile.

Un fallimento scolastico anche lieve, un rimprovero da parte di un insegnante, un dissapore fra amici, un insuccesso sentimentale costituiscono ferite (ferite narcisistiche) profonde, che possono sembrare irreparabili.

L’evoluzione di queste situazioni può essere precipitosa oppure delusione di sé, vergogna, suscettibilità, mortificazione possono lentamente farsi spazio nella mente dell’adolescente e aprire la strada a una depressione narcisistica in cui il dolore è acuto. Il ricordo dell’offesa subita e della vergogna provata sono incancellabili (“… Ahi, quelle risa, e quanto m’han ferito!” grida Aiace immaginando la risata di chi ha assistito al suo comportamento disonorevole, nel capolavoro sofocleo Aiace, in cui i temi dell’aspirazione alla perfezione, in questo caso di gloria, della disillusione e della vergogna a cui è possibile sottrarsi solo attraverso un destino di morte sono tutti tragicamente rappresentati).

È così che, nelle situazioni più gravi, l’idea della morte volontaria prende corpo con forza crescente, come soluzione unica utile ad annullare il dolore (solitario) e a placare un desiderio di punizione (un “colpevole” c’è sempre, di frequente è il corpo) che imperiosamente la ferita narcisistica suscita.

Aiutare giovani pazienti con le caratteristiche qui descritte è per gli operatori della salute mentale un compito assai difficile. Gli adolescenti più gravi vivono la propria sofferenza in solitudine, dibattendosi fra grandiosità e fragilità. Sono in fuga da tutto e da tutti, cercano di rendersi invisibili, sottraendosi allo sguardo, divenuto ormai insostenibile, degli altri, coetanei e adulti. Spesso interrompono percorsi scolastici virtuosi, carriere sportive gratificanti, amicizie di vecchia data.

Le vie ordinarie di accesso alle visite ambulatoriali il più delle volte sono impraticabili.

È sempre imprescindibile il lavoro con i genitori, non solo perché essi costituiscono un tramite fondamentale, di frequente l’unico, fra gli operatori e i ragazzi/e. Si tratta anche di accogliere e sostenere la loro angoscia, il loro disorientamento, il loro senso di impotenza per quanto sta accadendo, sotto i loro occhi, ai loro figli, ora così diversi, distanti, inafferrabili.

Nell’esperienza decennale del servizio dedicato alla gestione territoriale dello scompenso psichico in adolescenza dell’Unità Funzionale Complessa di Firenze, un ruolo chiave nell’accostarsi a adolescenti con tali difficoltà è stato assunto dalla figura dell’educatore professionale, che, operando in sinergia con gli altri operatori del gruppo multidisciplinare (medico, psicologo, infermiere), si muove verso di loro attivamente, ma nel rispetto delle difese da essi erette a difesa del fragile sé.

L’intervento si svolge per lo più a domicilio, poiché la casa, o addirittura la camera, è diventata fortezza protettiva e, allo stesso tempo, escludente.

Presenza discreta, quella dell’educatore, senza pretese, che non esercita pressioni, non fa richieste particolari, ma si mostra interessata a stabilire un contatto con una persona la cui crescita si è temporaneamente arrestata, accontentandosi di prendere, nelle fasi iniziali dell’intervento soltanto ciò che essa è in grado di portare.

E così, talvolta in tempi molto lunghi, l’adolescente, avuta la conferma di trovarsi in uno spazio relazionale sufficientemente sicuro, non controllante né giudicante, comincia a guardare il suo paziente ma tenace interlocutore con una certa curiosità, con occhi che ora vedono nell’altro non un potenziale pericolo, ma un essere umano con cui poter condividere qualcosa, magari il semplice interesse per un videogioco.

La cura sarà ancora lunga e faticosa, ma l’importante è che una breccia, anche se piccola, si sia aperta e la solitudine, sino ad allora abitata soltanto dal dolore, lasci spazio a una iniziale connessione interpersonale.


riccardo.loparrino@uslcentro.toscana.it