AFT: il buono e il cattivo di una tempesta

Alessandro Frati

Alessandro Frati
Laurea in Medicina e Chirurgia (1983). Specializzazione in Urologia (1987). Medico di Medicina Generale dal 1992. Coordinatore della AFT 22 Campi Bisenzio dall’ottobre 2019. Membro del Direttivo Asiam

 

Bruno Rimoldi

Bruno Rimoldi
Laurea in Medicina (1983). Specializzazione in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (1989).
Medico di Medicina Generale, AFT Campi Bisenzio. Redattore capo di “Toscana Medica” (1988-2017)

 

“E della catasta di moduli che ne facciamo? Un falò attorno a cui si scaldano i pionieri di un nuovo modello di fiducia in medicina, decisi ad abbandonare il modello burocratico difensivistico e a immaginare una diversa ‘normalità’ in futuro”

Sandro Spinsanti, Immaginare un nuovo rapporto di fiducia(Reg Proc Med 2021;112)


“Cari colleghi Coordinatori AFT, visto il susseguirsi di notizie riguardanti il rischio di diffusione dell’infezione da coronavirus attualmente in corso in Cina, su indicazione della Direzione Sanitaria Aziendale si ritiene necessaria e urgente una riunione per condividere le notizie più recenti”.

Con questa e-mail, arrivata il 28 gennaio 2020 e con la riunione urgente indetta per il 31 gennaio è iniziata una tempesta per la Medicina Generale. Ciò in conseguenza di una serie di eventi iniziati il 31 dicembre 2019 quando la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan (Cina) aveva segnalato all’OMS un cluster di casi di polmonite a eziologia ignota nella provincia cinese di Hubei.

Il 9 gennaio 2020, il CDC cinese aveva riferito che era stato identificato come agente causale un nuovo coronavirus (2019-nCoV), rendendone pubblica la sequenza genomica. Data la sua rapida diffusione in altre aree della Cina e le segnalazioni di casi anche in Thailandia, Giappone e Corea del Sud, l’OMS convocò una riunione per valutare se l’epidemia rappresentasse un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.

Il 22 gennaio 2020 un comunicato della Direzione generale della prevenzione sanitaria Ministero della Salute Ufficio 05 - prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale diceva fra l’altro: Attualmente il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) stima che il rischio di introduzione dell’infezione in Europa, attraverso casi importati, sia moderato.

Abbiamo proprio in quel momento percepito la vera differenza esistente fra territorio e ospedale, la mancanza del concetto di sistema sanitario inteso come scambio di informazioni tra i vari attori, la carenza di rispetto reciproco e la crisi del servizio sanitario inteso come distributore di servizi.

Come medici di medicina generale (MMG) abbiamo iniziato a lanciare appelli per essere riforniti di adeguati DPI, una vera urgenza questa, anche in considerazione del fatto che i nostri ambulatori, pur se meno frequentati e più ordinati per modalità di accesso, erano e sono stati sempre aperti e che dovevamo pur sempre effettuare le visite domiciliari.

Siamo stati inondati di circolari in cui, se da una parte si raccomandava di ridurre il più possibile l’accesso in ospedale, dall’altra si diceva chiaramente ai medici di famiglia che se non riscontravano sintomi febbrili dubbi nel paziente, essi avrebbero dovuto continuare la normale attività di visita.

È chiaro che a questo punto il territorio si sia organizzato utilizzando, almeno per la nostra esperienza, la propria Aggregazione Funzionale Territoriale (AFT) in maniera ottimale.

Alla sua istituzione l’obiettivo generale dell’AFT era stato proprio di migliorare il percorso di presa in carico del paziente, l’appropriatezza e l’equità di trattamento degli assistiti, diminuendo la variabilità di comportamento tra i medici di medicina generale.

Gruppi che fanno gruppo

Un elemento a nostro avviso fondamentale in questa organizzazione è stato quello di fare gruppo e nella nostra AFT crediamo di esserci pienamente riusciti.

Fra colleghi ci siamo scambiati giornalmente via chat, e-mail e telefonate le impressioni sull’evoluzione della pandemia, cercando di risolvere insieme i problemi che si presentavano ogni giorno, dalla carenza dei DPI, alle modalità di assistenza e di organizzazione dei vari ambulatori, alle problematiche inerenti le rinnovate autocertificazioni, alle difficoltà di avvalersi del supporto specialistico ospedaliero, all’utilizzo delle USCA territoriali, con le quali abbiamo instaurato rapporti di stretta collaborazione.

Anche per questo motivo la seconda ondata, ben più consistente della prima, è stata gestita in maniera diversa, diremmo più territoriale e periferica, nella logica che, da che mondo è mondo, le pandemie sono gestite dal territorio.

Vecchi ritornelli

Nel clima di tormentata ricerca di soluzioni che abbiamo vissuto soprattutto nei primi mesi (e non solo), non sono mancate le stagioni del déjà vu all’italiana, ed è qui che anche il medico di medicina generale ha avuto le sue belle difficoltà. Dalle delibere che si susseguivano incessantemente ai diversi numeri di telefono dedicati (e a volte fantasmatici) per aiutare il cittadino, alle regole freneticamente modificate su tamponi e test sierologici, alle disposizioni che uffici sanitari e datori di lavoro davano all’utente in modo spesso diverso per velocizzare le diagnosi e garantire le certificazioni, ai vaccini via via presentati prima dai media, poi dagli specialisti in tv e solo in ultima analisi dalla classe medica, le AFT sono state costrette a correre spesso ai ripari per dare una traccia operativa comune ai colleghi nel rispondere alle domande sempre più pressanti degli impazienti pazienti.

Le linee guida per preparare i primi vaccini giunti negli ambulatori, pur chiare nella loro presentazione scritta o videoguidata, hanno riportato alla luce interrogativi storici sui collegamenti fra direzione e territorio, improvvisamente risuscitati dopo lunghi periodi di ombre e silenzi. Il medico di medicina generale ha bene accolto il fatto di essere coinvolto in un’impresa cui non era più abituato, ma gli intoppi iniziali hanno fatto nascere in molti una certa dose di scoraggiamento.

Nuovi collegamenti

Se per definizione una bufera porta con sé sconquasso, detriti e distruzione, la leopardiana quiete che ne deriva (e non sempre alla fine) può essere però anche spunto di riflessione e soprattutto di cambiamento. È stato un po’ così anche stavolta: per certi aspetti, e nel totale rispetto della sofferenza e del dolore di tante famiglie, possiamo dire che la pandemia da COVID-19 ha permesso di risolvere (speriamo in modo definitivo) l’annoso problema dell’affollamento degli ambulatori, in cui prima molti cittadini andavano a trascorrere alcune ore di attesa anche per semplici problemi. La novità è stata rappresentata da regole più strette da parte dei medici con la mediazione delle segretarie, il tutto con l’aggiunta di uno stile appena un po’ più inglese, fatto di rispetto per il silenzio, igiene delle mani, misurazione della temperatura corporea e forse una miglior concezione del ruolo del medico, non più servitore passivo, ma promotore della salute del suo paziente. La tecnologia, cui pian piano si sono adeguati anche i cittadini meno giovani, ha permesso di migliorare i contatti col medico e il suo ambulatorio: i servizi sono stati migliorati anche grazie al computer (e-mail), al cellulare (whatsapp, telegram, SMS) e a schede da compilare e da imbucare in apposite cassette all’esterno dell’“ex” sala di aspetto. Certamente dovremo pur recuperare in modo totale il momento indispensabile del rapporto medico-paziente, quello della visita in presenza, che però se il virus lo permetterà potrà ritornare in pieno e al meglio.

Meno netto, ma sicuramente rinnovato è stato il rapporto con le istituzioni: gli interlocutori del medico di medicina generale, dal medico ospedaliero al portavoce dell’ufficio per i tamponi, al responsabile del laboratorio, al dirigente Asl, al giovane medico dell’USCA, hanno in questi mesi accolto le nostre chiamate in modo più nobile e meno frettoloso di prima, con maggiore considerazione del nostro ruolo e con l’identificazione del nostro nome (prima facevamo fatica a farci considerare semplicemente “il curante”).

La stessa visita domiciliare non è stata più vissuta come mera esecuzione di un ordine da parte del malato, ma è divenuta un chiaro scambio di informazioni e di collaborazioni fra professionisti per far capire all’utente che si stava lavorando per prenderlo in carico al meglio delle nostre possibilità.

Un plauso sicuramente a tutti i medici di medicina generale per il lavoro improbo fatto di centinaia di telefonate al giorno, per aver mantenuto sempre gli ambulatori aperti, per la disponibilità a fare i tamponi e oggi nel gestire le vaccinazioni più complicate. Anche se non siamo stati ricoperti di fiorini d’oro, abbiamo riscoperto la riconoscenza più importante, quella dei nostri pazienti, i quali si aspettano però maggiori omogeneità e conferme nel servizio, oltre a una risposta puntuale alle loro domande.

In fondo, molti di noi auspicano di ritornare a essere una corporazione, i cui obiettivi siano sempre più comuni fra i colleghi e il cui riconoscimento sia sempre più ampio, tanto dal lato dei nostri assistiti, quanto dei politici che ci rappresentano. Per alcuni di questi aspetti siamo ancora in attesa.

alessandro.frati57@gmail.com
rimoldibru@gmail.com