COVID-19, vaccini, comunicazione: perché abbiamo bisogno di decisioni ragionevoli

Paolo Bonanni

 

Paolo Bonanni
Professore Ordinario di Igiene, Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Firenze

 

La scienza medica finora ha eliminato con il vaccino solo il vaiolo, e forse potrà eliminare la polio, ma dopo decenni e decenni di vaccinazioni. Si potrà controllare il Covid-19 abbattendo la letalità, ma eradicarlo non sembra un progetto per ora proponibile. Altresì l’allarme dipende dal numero dei morti, quindi diminuendo la letalità si potrà ricondurre la pandemia in una sfera socialmente accettabile. Tutto ciò nella speranza che il virus, al contrario, non divenga addirittura più aggressivo. È una sfida tra le competenze della scienza moderna e le abilità della tecnica contro un minuscolo organismo a mala pena vivente.
A. P.

 

La confusione e il disorientamento regnano sovrani. Regnano tra la popolazione, che appare intontita da una comunicazione che si vuole “trasparente” (in teoria), ma che in realtà assomiglia sempre di più alle trenta pagine scritte fitte che ci propongono in banca ogni volta che apriamo un conto corrente, imbottita letteralmente di fiumi di dati interpretati in modi diametralmente opposti.

Regnano però anche tra i medici, alcuni dei quali non mancano di rilasciare dichiarazioni basate sul nulla scientifico, perché – va detto subito – in così poco tempo è impossibile in campo epidemiologico sia confermare, sia smentire con certezza che gli eventi avversi di cui tutti parlano (ovvero la trombosi venosa cerebrale nelle giovani donne, ad oggi 62 casi nel mondo di cui 44 in Europa, a fronte di decine di milioni di dosi somministrate) siano correlati da un rapporto di causa-effetto con un certo vaccino anti-COVID-19 (non con altri?).

Purtroppo, che ci piaccia o meno, queste sono le regole del gioco.

Vous avez à choisir… Tempi di guerra, decisioni di guerra.

Sembra passato un secolo – sono solo tre mesi – da quando siamo stati colti dall’entusiasmo per un vero e proprio miracolo scientifico: due, poi tre, e infine quattro (ma prossimamente molti di più) vaccini contro un nuovo virus mai circolato nella specie umana, resi disponibili in meno di un anno, con eccezionali dati di efficacia nei confronti della malattia (il 95% dopo due dosi per i vaccini a mRNA, meno per quello adenovirale, basato su adenovirus dello scimpanzé con DNA ingegnerizzato). Si scopre però in seguito che si è fatta un po’ di confusione, e che quando le due dosi previste vengono date non a un mese, ma a tre mesi di distanza, i dati risultano altrettanto importanti: il 100% di efficacia nel prevenire morti e ospedalizzazioni a partire da 22 giorni dopo la prima dose, il 76% di efficacia contro tutte le forme cliniche tra il ventunesimo giorno dopo la prima dose e il momento della seconda, in seguito alla quale la percentuale sale oltre l’80%, elevata produzione di titoli di anticorpi neutralizzanti dopo due dosi (importanti per l’immunità di gregge) e di cellule T già dopo la prima dose, senza differenze rilevanti nelle diverse fasce di età.

Tutto bene, dunque? Chi si occupava a tempo pieno di vaccini anche in periodo di pace lo sapeva già e lo aveva previsto: durante una strategia di vaccinazione di massa – e quella attuale è la più grande campagna di immunizzazione della storia umana – è inevitabile che alle vaccinazioni siano associati casi di patologie di incerta eziologia e di difficile spiegazione. La storia delle vaccinazioni ne è piena, anche in tempi recenti e con vaccini somministrati a un numero inferiore di persone. Possiamo fare tre esempi:

il caso epatite B in Francia, 1998. Nel Paese transalpino esplode l’entusiasmo per il vaccino anti-epatite B. Si immunizzano non solo i bambini, ma chiunque lo desideri: un terzo della popolazione (adulti inclusi) viene vaccinato a partire dalla metà degli anni Novanta. Iniziano però a fioccare segnalazioni di neurologi che affermano di avere diagnosticato per la prima volta casi di sclerosi multipla, soprattutto nelle giovani donne, da pochi giorni a poche settimane dopo la vaccinazione. Il risultato: la vaccinazione viene sospesa prima nelle scuole, poi abbandonata anche in età pediatrica. Negli anni successivi numerosi studi epidemiologici dimostrarono la totale inconsistenza della associazione causa-effetto tra la vaccinazione e la prima diagnosi o recrudescenza della sclerosi multipla. I casi di sclerosi multipla verificatisi furono gli stessi che si sarebbero verificati anche in assenza della vaccinazione, ma la coincidenza temporale fu inevitabile. Le conseguenze: mentre in Italia e nei paesi non francofoni la vaccinazione di infanti e adolescenti prosegue immodificata, permettendo la creazione di una popolazione immune all’epatite B (oggi da noi estesa dai neonati fino ai quarantenni), in Francia quindici generazioni di cittadini (si riparte infatti a vaccinare solo intorno alla metà della seconda decade del Duemila) rimangono privi di protezione, un fatto che determinerà in seguito migliaia di casi di cirrosi, epatocarcinomi primitivi e morti evitabili grazie alla vaccinazione (che non provocava la sclerosi multipla);

il caso Fluad in Italia, 2014. Dal 27 novembre al 3 dicembre 2014 vengono segnalati 13 effetti indesiderati gravi o fatali verificatisi in concomitanza con la somministrazione del vaccino antinfluenzale adiuvato Fluad. Dopo le prime 3 morti segnalate entro 48 ore dalla vaccinazione, il 27 novembre stesso l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sospende l’utilizzo di due lotti del vaccino a livello nazionale (senza comunicarlo preventivamente al Ministero della Salute). L’analisi delle prime 12 segnalazioni pervenute mette in evidenza che nel 67% di questi casi l’età era ≥ 80 anni e che in 8 di questi il decesso è avvenuto per cause cardiovascolari. L’esito delle analisi effettuate sui lotti interessati, condotte presso l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), e la valutazione del rischio effettuata dal Comitato di Farmacovigilanza (Pharmacovigilance Risk Assessment Committee, PRAC) dell’EMA (Agenzia Europea del Farmaco), non mettono in evidenza alcuna responsabilità del vaccino nei decessi segnalati. Il risultato: le coperture nei pazienti di età > 65 anni e nei gruppi a rischio crollano. Le conseguenze: nell’inverno 2014/2015 si registrano una stagione influenzale a medio-alto impatto, un numero rilevante di ospedalizzazioni e migliaia di morti correlate a influenza, che ogni inverno colpiscono soggetti non vaccinati proprio per paura del vaccino (in realtà innocente);

il caso vaccino HPV in Giappone e in Danimarca, 2013. Il 14 giugno 2013 il Ministero della Salute giapponese decide di ritirare la sua raccomandazione per la vaccinazione contro il papilloma virus, in seguito ad alcune centinaia di segnalazioni (a fronte di circa 3.3 milioni di ragazze vaccinate) di possibili reazioni avverse, tra cui la sindrome del dolore cronico, altrimenti definito “dolore a lungo termine”, e la sindrome da tachicardia posturale ortostatica. La crisi si estende ad alcuni paesi (come la Danimarca), ma non ad altri. Tutte le verifiche successive escludono qualsiasi rapporto tra il vaccino e le due sindromi di incerta definizione ed eziologia. Il risultato: mentre le coperture vengono recuperate qualche anno dopo in Danimarca, ancora oggi la vaccinazione anti-HPV universale non è ripartita in Giappone per l’estremismo e la pressione sul governo degli attivisti no vax. Le conseguenze: le ragazze nate in Giappone negli ultimi 8 anni continueranno nel prossimo futuro (20-30 anni) a soffrire e a morire di cancro cervicale, mentre le loro pari nei paesi con vaccinazione universale e alte coperture saranno salvate.

La situazione pandemica in cui il mondo si trova a vivere da oltre un anno ha causato quasi tre milioni di morti ufficiali (che sono certamente di più in termini reali), e continua a imperversare in molti paesi con gravi danni alla salute e all’economia. La nostra sola possibilità per non dover pagare un tributo enorme di ulteriori morti in attesa di raggiungere una protezione (immunità di gregge) per via naturale è vaccinare molto e rapidamente, in modo da evitare anche l’insorgenza di nuove varianti che potrebbero eludere l’immunità acquisita. L’impatto della vaccinazione di massa è inequivocabile. I dati di Israele parlano chiaro: il vaccino protegge dalla malattia con un’efficacia sul campo del 57% (prima dose) e del 94% (seconda dose); l’efficacia nei confronti dell’ospedalizzazione è pari al 74% (prima dose) e all’87% (seconda dose); la protezione contro la malattia grave è del 62% (prima dose) e del 92% (seconda dose); la prevenzione dei casi mortali è del 72% intorno ai 14-20 giorni dopo la prima dose. I risultati ottenuti sono simili per tutte le classi di età analizzate e solo leggermente inferiori nei pazienti con patologie e fattori di rischio multipli. L’efficacia del vaccino nel prevenire l’infezione asintomatica è precoce, con diminuzioni del 52% già dopo 2-3 settimane dalla prima dose, e addirittura del 90% a distanza di 7 o più giorni dalla seconda dose. L’80% delle infezioni in Israele erano dovute alla variante inglese B.1.1.7.

Si comprende, perciò, quanto sia assurdo non accettare il margine di incertezza che inevitabilmente esiste a così breve distanza dall’inizio della campagna vaccinale, basandosi su un ridotto numero di eventi avversi gravi, taluni mortali, la cui correlazione con uno dei vaccini oggi in uso è peraltro di incerta plausibilità biologica. E in questo la storia dei vaccini insegna. Dobbiamo usare tutti gli strumenti a nostra disposizione, efficaci e di elevata sicurezza, se vogliamo uscire presto dall’incubo. Facciamo ogni giorno decine di attività a rischio enormemente più elevato della vaccinazione anti-COVID-19 e senza neppure pensarci. Correre dei minimi rischi, di fatto ancora non confermati – e non confermabili o escludibili a breve – a fronte di un grande vantaggio individuale, che diventa enorme se pensato in termini di popolazione, è un dovere nei confronti di se stessi e della collettività. La pandemia, se riuscirà a smuovere l’individualismo sfrenato, per il quale non siamo più in grado né di confrontare i rischi con i benefici reali né di prendere decisioni ragionevoli che comportano un coraggio minimo e l’assunzione di responsabilità, forse non sarà passata invano.


paolo.bonanni@unifi.it


Infodemia

Da più di un anno si parla del virus con numerosissimi esperti e altrettanti dati; una confusione pazzesca: il cittadino ha capito poco e cerca certezze che nessuno può dargli. Quasi mai si è detto sull’infezione, sul virus, sui vaccini, sulle terapie la verità e cioè che non ne sappiamo abbastanza, la scienza è incertezza, quello che oggi sembra vero domani potrebbe non esserlo più. Lo scopo era lodevole: informare il più possibile. Ma come il cittadino interpreta i numeri e le notizie? E come reagisce alle informazioni contraddittorie? Mentre si sta vaccinando con AstraZeneca, il TG3 del lunedì di Pasqua diffonde notizie allarmistiche e intervista un esperto che conferma le perplessità. Le notizie sono corrette, ma i cittadini cosa penseranno? Chi è andato a vaccinarsi ha ricevuto 12 pagine di consenso informato da leggere e firmare, con lo spazio per esprimere il dissenso. L’informativa è ben fatta ma cosa avrà pensato il cittadino? Vogliono che io firmi perché c’è del marcio (commenti sentiti personalmente); semplicemente c’è incertezza che si cerca di scaricare sull’utente finale.

Fig box Bussotti

Alessandro Bussotti