Pandemia, diritto e deontologia

di Antonio Panti

Hanno dietro e dinanzi e d’ambo i lati notai, procuratori e advocati
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, XIV, 84

Tra i problemi che affliggono la post-pandemia si è già manifestato quello giuridico, sia sul piano risarcitorio (le famiglie degli anziani deceduti in RSA) sia su quello penale (le inchieste della magistratura).

La pandemia, infatti, è senz’altro una stimolante occasione per i cultori del diritto: le procure sono al lavoro e gli avvocati affilano le armi. Un importante giurista ha tacciato alcuni suoi colleghi, fin troppo affaccendati nel chiedere giustizia, di “accattonaggio legale”. Merita allora tentare un’analisi dei fatti, spinti dalla curiosità e dalla preoccupazione per la trasposizione della pandemia all’interno dei tribunali.

Questo evento eccezionale può essere stato affrontato con un certo ritardo: molte decisioni prese in estrema fretta possono aver trascurato il consenso, la carenza di risorse può aver posto tragici dilemmi, l’aspetto umano dell’assistenza può essere stato negletto e la scarsità di protezioni può aver penalizzato medici e infermieri. Sono inoltre mancati tempo e risorse per le cure palliative, gli anziani non sono stati protetti e i medici sono stati costretti a tentare strade terapeutiche sconosciute. Una realtà che nessuno può ignorare o sottovalutare. L’intero personale ha operato in condizioni del tutto inusuali. I medici hanno dovuto decidere senza il conforto di linee guida, condizionati da pressioni esterne enormi, quasi costretti, sotto gli occhi di tutti, a una sfida con la stessa scienza: un faticosissimo stress test.

In siffatte evenienze nascono recriminazioni, sospetti di negligenza, sentimenti di rabbia e di sconforto, una miscela esplosiva che chiede a gran voce giustizia morale e il risarcimento di presunti danni.

Vi è tuttavia come una sensazione di scarsa equanimità, che molti giuristi hanno percepito, ergendosi a difensori di chi si è esposto a dei rischi personali nel tentativo di salvare delle vite in situazioni caotiche, le quali rendevano di fatto arduo o quasi impossibile dar corso a quelle norme che ormai costellano la relazione tra medico e paziente.

La sanità, la deontologia e il diritto sono pensati per affrontare situazioni individuali in tempi normali – in tempo di pace, potremmo dire. Occorre adesso pensare a un diritto “in tempore belli”, che non lasci solo il medico di fronte a scelte tanto complesse.

Si parla di guerra e di eroi, si usano metafore belliche, si è perfino schierato l’esercito, ma di fronte all’aumento della domanda di cure e ai costi incrementali dell’innovazione la sanità vive costantemente in carenza di risorse e molte decisioni mediche sono influenzate dai condizionamenti esterni, spesso economici.

Scegliere all’interno di risorse limitate non è una novità portata dalla pandemia. L’intreccio tra l’aumento della domanda di salute, i costi dell’innovazione e i limiti di bilancio rende quindi necessario individuare dei criteri – non solo clinici – che sostengano la responsabilità di chi decide in condizioni di perenne scarsa disponibilità di risorse.

Occorre adattare la Bianco-Gelli a una situazione imprevista. Le scelte del medico non sono dettate soltanto dai criteri clinici e dal rispetto dell’autodeterminazione: in base al diritto vigente, che prevede la responsabilità professionale come figura potenzialmente penale, il Sistema Sanitario Nazionale dovrà affrontare una pandemia legale, frutto della mancanza di previsioni giuridiche sulle questioni inerenti alla salute della collettività. È necessario allora definire quali limitazioni ai diritti sono possibili nel rispetto della libertà della persona e quali sono i criteri etici, giuridici e deontologici per restituire serenità al medico. Tra questi, uno su tutti è abolire il valore penale della colpa professionale.

antonio.panti@tin.it

Il colossale evento che stiamo vivendo provoca enormi guasti: lo sconvolgimento sociale, il danno economico, il costo della tecnica, l’aumento delle disuguaglianze. Su tutto domina il ricordo dei tanti, troppi morti per l’attacco di un minuscolo essere quando ormai credevamo scomparse le malattie infettive e il dominio sulla natura esente da paure. Non ha senso la discussione sul quotidiano: occorre affrontare il futuro che dipende da come sapremo prepararci anzi prevenire altri disastri, considerando l’uomo parte e non padrone del pianeta. Le mutazioni della nostra specie non ci hanno difeso dai germi tuttavia la scienza ci consente di vincere e, contro ogni regola darwiniana, di salvare i più fragili e i più vecchi.
A. P.