Quando un medico incontra due pandemie influenzali

Alberto Dolara

Alberto Dolara
Nato a Firenze nel 1932. Laurea in Medicina, Firenze 1957. Specializzazione in Cardiologia, 1961. Perfezionamenti: Ospedale Niguarda (Milano) 1968, Hammersmith Hospital (Londra) 1980, NIH (Bethesda, USA) 1983, 1987. Direttore Unità Cardiovascolare, S. Luca-Ospedale Careggi, Firenze, 1979-2002


Le pandemie influenzali – o moderne pestilenze – sono per fortuna degli eventi rari. Soltanto a chi è concessa una lunga vita è dato incontrarne più di una. La pandemia influenzale del 1957, cosiddetta “asiatica”, coincise con l’anno della mia laurea in Medicina e adesso, nel 2020, ho incontrato quella da COVID-19. Ritengo dunque che testimoniare la differenza tra i due eventi possa risultare utile.

Tra le pestilenze del passato e le precedenti pandemie influenzali la più citata è la cosiddetta “spagnola” del 1918, soprattutto per l’alto numero di decessi, valutati tra i 50 e i 100 milioni in tutto il mondo. La situazione sanitaria e sociale era tuttavia molto diversa da quella attuale. Per questo motivo, un confronto più interessante può essere fatto con la pandemia del 1957. La pandemia del 1968-1969, infatti, si esaurì in fretta e con poche conseguenze, mentre in quella del 1957-1958 il numero dei decessi fu valutato nel mondo tra i 2 e i 4 milioni: gli italiani contagiati furono 26 milioni e 20 mila circa furono i deceduti.

Dal 1955 frequentavo le corsie di medicina generale del grande ospedale di Careggi a Firenze, prima come studente, poi come laureato. L’organizzazione dell’ospedale era completamente diversa da quella che ho lasciato al mio pensionamento nel 2002. Pazienti con le più diverse affezioni morbose, dall’infarto miocardico acuto alle cirrosi epatiche, dalle nefropatie alle emopatie, erano ricoverati nelle divisioni di medicina generale, in assenza di reparti specialistici. Non esistevano reparti di rianimazione o di terapia intensiva e il lavoro degli anestesisti si svolgeva soprattutto nelle sale operatorie. Durante il periodo della pandemia non ricordo in realtà nelle corsie una particolare prevalenza di pazienti ricoverati con polmonite, broncopolmonite o insufficienza respiratoria acuta. La terapia per loro non differiva molto da quella attuale, ma la somministrazione di ossigeno era piuttosto rudimentale: non essendoci infatti una fornitura centralizzata, la bombola del gas veniva posizionata accanto al letto del paziente, al quale venivano applicate le cannule nasali o la mascherina. Quando il paziente si trovava in stato terminale, i familiari chiedevano spesso al medico di poterlo dimettere, in modo che la morte avvenisse a casa. La gran parte dei pazienti con sintomatologia influenzale veniva curata a domicilio. Ho contattato alcuni amici medici che si sono laureati proprio in quel periodo e che hanno scelto di lavorare sul territorio: essi ricordano ancora molto bene il numero enorme di visite domiciliari che dovevano effettuare.

Nel Paese non vi furono da parte delle autorità divieti di spostamento, di assembramento o chiusure delle attività, ma solo delle generiche indicazioni igieniche: in particolare quelle di evitare i luoghi affollati e di rimanere a casa in presenza di sintomatologia influenzale. La televisione iniziava allora le trasmissioni, gli interventi degli esperti erano molto rari e la pandemia veniva considerata generalmente con “benevolenza” dai mass media. La Stampa del 6 ottobre 1957 riportava: Tutto quello che viene dall’oriente ci incute un’inconsapevole paura. Il terrore per una gentile influenza è dovuto solo al nome: “asiatica”. Il clima generale era dunque quello di un Paese fiducioso, che percepiva l’avvicinarsi del “miracolo economico”.

Tuttavia, le profonde variazioni demografiche dei paesi industrializzati, avvenute nel corso del tempo, sono un fattore determinante per valutare la gravità attuale. In Italia infatti, nel 1957, su una popolazione totale di 47.515.737 milioni, le persone di età > 65 anni erano l’8,1% (3.888.868), mentre nel 2020 su una popolazione di 60.244.639 milioni la percentuale aveva raggiunto il 23,17% (13.946.354); tra questi gli ultraottantenni, categoria alla quale appartengo, erano rispettivamente lo 0,8% (393.500) e il 5,7% (3.473.028). Ho messo in evidenza le cifre all’interno delle parentesi perché permettono di percepire meglio l’ampiezza delle variazioni. Al di là delle differenze relative al tasso di letalità dei virus delle due pandemie – cosa ancora da verificare –, risulta evidente come il “materiale” umano che oggi il virus COVID-19 può colpire sia di gran lunga più numeroso di quello esposto al virus A/H2N2 dell’Asiatica del 1957. Al fattore predisponente della fragilità, inevitabile nell’età avanzata, si deve aggiungere inoltre la co-morbilità presente in questa specifica fascia. Riguardo a ciò i risultati del contagio attuale sono eloquenti: nel nostro Paese dal 21 febbraio al 23 ottobre 2020 i decessi dovuti al COVID-19 sono stati 37mila, di cui 33mila avevano più di 70 anni e circa il 60-70% era affetto da una o più patologie precedenti. Infine, è da tenere presente l’esposizione a un rischio maggiore anche da parte della popolazione più giovane, quella con patologie congenite o acquisite gravi, sottoposta a terapia immuno-soppressiva, ecc. I portatori di sindrome di Down, per esempio, hanno un rischio quattro volte più elevato di ammalarsi rispetto alla popolazione generale. Se uniamo a questi fattori l’accentramento delle prestazioni negli ospedali e nei pronto soccorso, in assenza di un’organizzazione sanitaria efficiente del territorio, si comprende facilmente quale sia il pericolo nel caso di una estensione del contagio. Domenico Arcuri, commissario straordinario per la pandemia, affermava il 20 ottobre 2020: “Se non si raffredda la curva dei contagi, nessun sistema sanitario sarà capace di reggere. Se anche l’1% dei contagiati ogni giorno finisse in terapia intensiva, e i contagiati quel giorno fossero 50.000, ci sarebbero quotidianamente 500 nuovi posti occupati”. E ancora: “non serve mandare nei nosocomi a titolo precauzionale chi ha un po’ di febbre e basta. Queste persone devono essere curate il più possibile nelle loro case per alleggerire la pressione sugli ospedali”.

Occorre quindi prendere atto della necessità di misure di prevenzione, anche se esse influenzano profondamente la vita civile ed economica del Paese. Le polemiche non servono e le agitazioni violente sono da contrastare con decisione.

Una nota confortante proviene dall’andamento della pandemia del 1957: dopo un massimo sviluppo nel primo periodo dell’anno, essa decrebbe l’anno successivo per poi esaurirsi, merito anche della somministrazione del vaccino, iniziata nei primi mesi del 1958.

La fine dell’attuale pandemia non è oggi facilmente prevedibile, ma non per questo deve mancare la certezza di una “ripartenza”, termine che proviene dall’attività sportiva, usato per indicare l’uscita difficoltosa di una squadra da una fase negativa. È necessario però chiarire quale tipo di “ripartenza” si voglia, se la nostra intenzione di cittadini sia quella di proseguire con l’eccessivo inquinamento dell’ambiente, con lo sfruttamento elevato delle risorse, con la messa in pericolo della vita dell’intero pianeta a causa del riscaldamento globale e con gli inevitabili riflessi negativi che tali azioni hanno sulla salute. Anche in ambito sanitario sarà opportuno evitare gli eccessi di “medicalizzazione” della popolazione, ripensare all’organizzazione della vita degli anziani, riesaminare la disastrosa esperienza delle residenze protette proponendo soluzioni alternative, rivedere la centralità eccessiva del sistema ospedaliero per evitare il conseguente ricorso esclusivo ai pronto soccorso, riorganizzare la medicina sul territorio, valutare l’importanza della casa come primo luogo di cura e, in tale prospettiva, il ruolo del medico di famiglia. La scelta stessa della modalità della morte dovrà essere esaminata di nuovo, per evitare il ripetersi delle lugubri visioni dei camion militari che trasportano i deceduti, senza che questi abbiano potuto avere vicini i loro cari.

Sono sicuro che i medici, come professionisti e come cittadini, daranno il loro contributo in questa direzione. Con molta probabilità non sarò testimone di una terza pandemia, ma spero comunque che i miei nipoti e le generazioni future riescano a evitarla.


elisa.dolara@tin.it


“In realtà la rapida crescita delle conoscenze rende lo medicina profondamente contraddittoria. Il peculiare statuto di scienza della natura e di scienza per l’uomo rende la medicina eterogenea. Due anime, tecnologica e antropologica, la percorrono, che ispirano due ideologie, armonizzate nel paradigma ippocratico, poi sempre più storicamente contrapposte; così l’antropologico si riduce al somatico e il sociale al mutualistico. Così il boom tecnologico della medicina contemporanea rischia di essere pagato con una crescente insoddisfazione degli utenti e in termini di benessere”
Giorgio Cosmacini, Editoriale sul Correre della Sera, aprile 1985


“Il morente è al centro di un dramma collettivo dove gli attori recitano a braccio … e la scienza parla, decide, agisce attraverso l’illustre luminare che ha la funzione neo sacerdotale di officiare il rito della medicalizzazione della morte”
Gianbattista Consolini, Janus, 2005, 20, 110