Il ruolo dei medici per la difesa della salute del pianeta

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Giuseppe Curciarello

Giuseppe Curciarello
Ambulatorio specialistico di Ematologia Generale (Clinica e Laboratorio), Firenze.Membro del Collegio dei Sindaci della Società Italiana di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale. Auditor/Consulente per la Gestione del Rischio Clinico e Sicurezza delle Cure Regione Toscana.Membro del Consiglio Direttivo AMES (Associazione Medici Scandicci)

 

Franco Bergesio
Presidente ISDE Firenze

Roberto Romizi
Presidente ISDE Italia

 

Quando le generazioni future giudicheranno coloro che sono venuti prima di loro sulle questioni ambientali, potranno arrivare alla conclusione che questi “non sapevano”: accertiamoci di non passare alla storia come la generazione che sapeva, ma non si è preoccupata
Mikhail Sergeevich Gorbachev

L’emergenza COVID-19 ha mostrato l’importanza di un approccio sanitario globale, che comprenda anche le relazioni imprescindibili che il nostro mondo ha con quello animale e vegetale, ovvero con l’intera biosfera in cui siamo immersi. In questo articolo vogliamo fornire una spiegazione del termine One Health (OH), discutendo in particolare dell’opportunità, in questo tempo di pandemia, di sviluppare una visione sanitaria olistica, capace di riconoscere la stretta interconnessione fra la salute umana, animale e quella del nostro intero ecosistema. E chi potrebbe diffondere questo nuovo algoritmo di prevenzione, diagnosi e cura, se non proprio i medici, divenendo in prima persona educatori dei cittadini-pazienti a questa visione?

Fig 1 Cuciarello

OH è un modo multidisciplinare, fondato su solide basi scientifiche, di approcciarsi all’ineluttabilità del legame tra la salute degli esseri umani, quella degli animali e quella di tutto il mondo naturale. La diffusione della pandemia di COVID-19 ha mostrato, infatti, in modo estremamente chiaro l’importanza di questa nuova visione sanitaria, incentrata sull’interconnessione tra l’uomo e l’ambiente. Proprio questo legame dovrebbe divenire il minimo comune denominatore di qualunque progetto su “Ambiente e Salute” (che forse noi medici dovremmo meglio citare come “Salute e… Ambiente”), in modo da garantire un futuro sostenibile per tutti. Sono ormai acclarate da anni, su prestigiose riviste scientifiche internazionali, le ripercussioni del degrado ambientale e del cambiamento climatico sulla salute, unite alle pesantissime conseguenze in termini di biodiversità. Tuttavia, ai più sfuggono ancora i benefici che uno stato di salute ambientale potrebbe apportare allo stato di salute umano, inteso anche come benessere psicofisico. Ecco, dunque, l’importanza di declinare visioni e percorsi di salute OH. Questa transizione è davvero necessaria e ineludibile ed è l’unica in grado di consentire uno sviluppo realmente sostenibile.

OH nasce nel 2004 durante una conferenza indetta dalla Wild Conservation Society (Manhattan principles). Tale concezione è stata fino a oggi applicata principalmente alla salute animale, alla sicurezza degli alimenti, all’antibiotico-resistenza e alle epidemie zoonotiche, ma dovrebbe essere rivolta anche all’inquinamento ambientale, alla pianificazione dei territori (progettazione urbana e dei trasporti) e al danno alla biodiversità. Una definizione del Ministero della Salute afferma che con il termine OH “si riconosce che la salute degli esseri umani è legata alla salute degli animali e dell’ambiente nella sua accezione più ampia”. Questo approccio sta divenendo rapidamente essenziale e strategico e ha innescato un movimento internazionale basato su varie collaborazioni intersettoriali, essendo formalmente riconosciuto da moltissime istituzioni, come la Commissione Europea, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, i Centers for Diseases Control and Prevention (CDC), la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO), l’Organizzazione Mondiale per la Salute Animale (OIE), gli Istituti di ricerca di tutto il mondo, le Organizzazioni Non Governative (ONG) e altri enti e livelli decisionali sulle politiche sanitarie. Il termine OH identifica quindi un concetto olistico di salute delle persone, degli animali, degli ambienti di vita e di lavoro e degli ecosistemi. Promuove l’applicazione di un approccio multidisciplinare collaborativo, con l’intento di affrontare i rischi potenziali e concreti che hanno origine dall’interfaccia tra queste diverse realtà. Indipendentemente da quale definizione di OH venga utilizzata nei diversi continenti, il fattore comune è l’interazione di tutte le professionalità e dei saperi che hanno un impatto diretto o indiretto sulla salute. OH infatti promuove un approccio coordinato per fronteggiare i rischi derivanti da un eccessivo sviluppo della presenza umana a danno delle altre specie biologiche animali e vegetali.

La diffusione della pandemia, inoltre, ha dimostrato quanto sia fallace l’attuale modello di sviluppo. Dobbiamo, da subito, intraprendere percorsi nuovi e virtuosi, con dichiarati obiettivi di copertura sanitaria universale e di accesso equo a tutti i servizi sanitari e di prevenzione primaria. Tutto ciò in un generale contesto di consapevolezza del rapporto fra la salute umana e la salute ambientale e animale.

Già in epoca pre-COVID, nel 2019, nell’ambito dell’High-level Meeting on Universal Health Coverage (UHC), veniva affermato come si andassero “moltiplicando le minacce per la salute dell’umanità” e come si diffondessero “vecchie e nuove patologie, di fronte alle quali è necessario ripensare l’approccio al tema del benessere e studiare un vero e proprio cambiamento di paradigma”. Sono gli stessi concetti che vengono affermati nell’Agenda ONU 2030, attraverso 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. È necessario, perciò, avere ormai consapevolezza di un nuovo modo di intendere la salute. Le tematiche di Salute e Ambiente OH dovrebbero divenire uno specifico insegnamento nelle scuole di Medicina (dove manca questo strategico settore), per una visione sanitaria globale che consideri come un unicum tutte le forme di vita.

“Salute e non solo sanità. Come orientare gli investimenti in sanità in un’ottica di sviluppo sostenibile” è il TI Position Paper di ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) pubblicato all’inizio di ottobre 2020, in cui si prendono in esame gli obiettivi strategici da valorizzare alla luce della situazione odierna e alcune concrete proposte da portare avanti per la revisione dell’attuale modello di sviluppo. Queste proposte indicano 4 macro-aree intersettoriali di impatto della pandemia e 10 settori di investimento e ricostruzione. Le 4 macro-aree indicate sono: il modello di sviluppo socio-economico, da riorientare verso la costruzione di solidi e sostenibili strumenti di governo sovranazionale; la questione ambientale; l’area della comunicazione e dell’informazione, con i rischi emersi in termini di infodemia, disinformazione e viralità comunicativa; l’area della giustizia distributiva e dell’equità sociale, in particolare per quanto riguarda l’accesso al welfare e alla sanità. Tra i 10 settori di investimento e ricostruzione indicati da ASviS come prioritari figurano invece le strutture sanitarie residenziali e di emergenza (tecnologie, dispositivi, informatica e telematica), la sanità del territorio, con strutture intermedie tra ospedale e territorio stesso, la ricerca biomedica e sanitaria pubblica, l’ambiente, il clima, l’inquinamento e la prevenzione.

One Health come modello di salute circolare

Come è stato recentemente riportato in un articolo dalla giornalista Serena Ricci, il modello della salute circolare è in linea con il whole-of-society approach e con il whole-of-goverment approach, sostenuti dall’OMS nella strategia Salute 2020. Esso è finalizzato a coinvolgere differenti settori della società, favorendo la loro partecipazione nei processi decisionali relativi alle misure di salute pubblica, e ha dimostrato di essere una risposta efficiente all’attuale pandemia, oltre che un metodo necessario per evitarne di future. OH non deve però limitarsi a instaurare una sinergia tra medicina veterinaria, medicina umana ed ecologia, ma deve anche promuovere la collaborazione con le scienze sociali e umanistiche, con le scienze fisiche e con le scienze della vita, senza tralasciare l’utilizzo dei Big Data e dell’intelligenza artificiale (IA). I Big Data ci permettono, infatti, di monitorare costantemente la temperatura e l’umidità dell’ambiente (variabili fondamentali nella diffusione di malattie, quali la malaria e il dengue), il livello delle polveri sottili, l’indice UV, la presenza di pollini, la forza degli uragani, il riscaldamento del mare e lo scioglimento dei ghiacciai. I Big Data possono essere esaminati da sofisticati sistemi di analisi statistica e, con l’aiuto dei cosiddetti supercomputer, potranno essere molto utili nel processo di decision-making.

Ritornando al titolo del nostro articolo, la pandemia che stiamo affrontando dovrebbe diventare occasione per una riflessione comune sulla necessità di sviluppare una nuova cultura medica, che superi le settorialità specialistiche del passato. D’altra parte, OH non è poi una visione del tutto nuova: già nel XIX secolo, infatti, si iniziò a considerare la salute animale strettamente correlata con quella umana (Virchow-Osler). Più in particolare, il termine zoonosi fu coniato da Rudolf Virchow per indicare tutte le malattie infettive che potevano essere trasmesse all’uomo in modo diretto o indiretto (vettori o alimenti), mentre William Osler indicò per primo quanto la veterinaria fosse importante nella gestione della sanità pubblica. Oggi conosciamo tutti le zoonosi (febbre gialla, rickettsiosi, brucellosi, amebiasi, toxoplasmosi, leishmaniosi, teniasi, schistosomiasi ecc.) e sappiamo che almeno il 60% delle malattie che colpiscono gli esseri umani è causato da patogeni presenti in altri ospiti che migrano fra specie diverse (pensiamo alla SARS, all’AIDS, ma anche alla malaria o a molte febbri emorragiche). Molte delle infezioni cosiddette emergenti sono dovute proprio a questo passaggio: il 70% sono infatti zoonosi (trasmesse anche da vettori), favorite dai cambiamenti climatici e dall’aumentata promiscuità tra l’ambiente selvatico e le grandi comunità urbane.

Un esempio interessante di collaborazione è quello tra il CERN (Conseil européen pour la recherche nucléaire) e il Centro One Health della Florida, relativo all’analisi di una moltitudine di dati archiviati per la valutazione dei fattori inquinanti sulla gravità della malattia da COVID. La virologa Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, nel suo libro “Salute circolare. Una rivoluzione necessaria” fornisce la ricetta per non trovarsi di nuovo ad annaspare in una futura pandemia: “l’unica strada che abbiamo per non ricaderci mai più è la consapevolezza che viviamo all’interno di un sistema di cui fanno parte persone, animali, piante e in generale l’ambiente in cui viviamo”.

L’impegno dei medici nella difesa della salute del pianeta

Come è possibile che la classe medica non abbia compreso che la mancanza di una visione OH ha molto a che fare con questa pandemia e che, soprattutto, non riconosca il ruolo che può e dovrebbe avere sia nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema della salute e dell’ambiente, sia nell’indirizzare i politici verso le scelte giuste? I medici dovrebbero pretendere di sedere ai tavoli politici, dove verranno prese decisioni che condizioneranno la salute negli anni a venire. E dovrebbero esserci non solo e non tanto perché ci troviamo a vivere un momento storico particolare nella storia dell’umanità (un “epoca di cambiamento”, come dice Papa Francesco), ma per il loro ruolo unico di “ponti” autorevoli e carismatici tra la popolazione di cui sono chiamati a prendersi cura (i pazienti, che poi sono anche i “cittadini”) e le istituzioni.

Forse non siamo del tutto responsabili del disastro ambientale che ci circonda, ma i medici dovrebbero in ogni caso contribuire a dare una risposta e a orientarla nella direzione giusta, quella che consentirà di prevenire nei prossimi anni le possibili conseguenze patologiche derivanti dal cambiamento climatico e dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua e delle fonti alimentari. Forse è l’ora che il medico dica “la sua”, non solo su diagnosi e terapie, ma anche e soprattutto sulle cause e concause delle patologie che le determinano e dunque sulle iniziative da intraprendere per prevenirle.

Dobbiamo comprendere che la battaglia sanitaria e la sfida climatica sono due facce della stessa medaglia, un fatto che noi medici e tutto il comparto sanitario (inclusi i cittadini-pazienti) non possiamo più ignorare. È indubbio che le risposte a questa complessa e drammatica sfida ambientale dovranno giungere dai politici, ma spetta a noi il dovere etico e professionale di guidarle nella giusta direzione.

L’Associazione Medici per l’Ambiente ISDE Italia è nata e si è sviluppata proprio con l’obiettivo di tutelare il benessere collettivo attraverso la salvaguardia dell’ambiente e la prevenzione di tutte quelle condizioni ambientali capaci di provocare dei danni alla nostra salute.

Essa ha in programma di realizzare nel biennio 2021/2022 un progetto di sensibilizzazione, rivolto ai medici e agli studenti delle ultime classi degli Istituti Superiori della provincia di Firenze e di altre province sparse su tutto il territorio nazionale. Tale progetto ha l’obiettivo di trasmettere conoscenze sulla relazione tra la salute e l’ambiente, partendo dall’inquinamento atmosferico e dalle sue ricadute sulla nostra salute. La visione unitaria offerta dal modello OH è perciò quella corretta, ma è necessario anche fare in modo che i tanti progetti esistenti sulla carta si traducano in azioni concrete, in cambiamenti efficaci. Ecco allora che il coinvolgimento dei medici può rappresentare un elemento decisivo, affinché questa visione e i molti progetti in ponte possano trovare finalmente una realizzazione proficua. Significative le parole della giornalista inglese Jessica Powell sul British Medical Journal, la quale, in relazione alla crescente mobilitazione dei medici inglesi per ridurre l’impatto ecologico sull’attività medica quotidiana, ha sottolineato come i medici di famiglia possano a buon diritto essere considerati figure che meglio di altri possono guidare la risposta al cambiamento climatico.

“I pazienti credono in noi”, afferma dr. Sivarajasingam, “Come medici di famiglia noi siamo educatori. Ogni giorno ricordiamo ai pazienti l’importanza dell’esercizio fisico, della pressione arteriosa o della depressione. Perciò siamo già pronti anche per istruirli sul cambiamento climatico”.

isde@isde.it


“Un giorno ho mostrato i miei documentari su Cernobyl a dei bambini. Mi hanno posto le più svariate domane, ma una mi è rimasta impressa nella mente. Un ragazzo, evidentemente un tipo di solito timido e taciturno, balbettando e arrossendo, mi ha chiesto: “E non si potevano aiutare anche gli animali che sono rimasti laggiù?”. Questo era già un uomo del futuro. Non ho saputo cosa rispondergli … La nostra arte parla soltanto delle sofferenze e dell’amore degli esseri umani! Noi non ci abbassiamo a considerarli: animali, piante … Questo mondo separato … Ma con Cernobyl l’uomo ha alzato la mano su tutto”
Svetlana Aleksievic, Preghiera per Cernobyl Ed. E/O

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