Tra un’epidemia e l’altra

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Esther Diana

Esther Diana
Architetto, si occupa di storia architettonica, patrimoniale e assistenziale degli ospedali tra XIV e XIX secolo. Ha curato mostre finalizzate alla valorizzazione del patrimonio artistico ospedaliero. Attualmente è referente Settore Biblioteca, Ricerca, Editoria presso Fondazione Santa Maria Nuova onlus - Firenze

 

Sfuggono loro belle parole ma un altro deve adattarle al caso concreto. Conoscono bene Galeno ma per nulla il malato
Michel de Montaigne, Essays I/XXV

Cito, longe, tarde: fuggi subito, lontano e torna tardi. Il consiglio dato ai medici durante la peste oggi si è trasformato nel contrario: un impegno etico che trasforma la medicina da mero aiuto nella sofferenza a colonna portante della società.


“Oggi, nonostante gli allarmismi e nella consapevolezza che bisogna tenere sempre alto il livello di attenzione, i decessi causati da malattie infettive sono decisamente diminuiti nei Paesi economicamente sviluppati, ma continuano a mietere milioni di vittime nel Sud del mondo”. Questa frase, ripresa da un sito qualunque dei molti che su Internet trattano delle malattie trasmissibili, è datata 2015 e ciò ne spiega anche il contenuto. Oggi, infatti, in questo periodo storico, sarebbe davvero assurdo confinare questo tema ad ambiti geografici “lontani” dal mondo occidentale, dal progresso medico-scientifico che ha conseguito, dal sistema di prevenzione che ha strutturato, dall’operatività tecnico-diagnostica-sanitaria e assistenziale d’eccellenza che ha realizzato.

L’infezione da COVID-19 ci ha insegnato molte cose, tra le quali almeno una con dei risvolti positivi poiché ha ridimensionato la nostra fallace presunzione: ci ha fatto comprendere, ad esempio, che nonostante il modificarsi della scena, il palinsesto su cui scorre la vita umana resta, per molti versi, invariato nel suo procedere. Oggi ci troviamo a parlare – e non per sentito dire o perché letto sui libri – di “contagio”, di “epidemia”, di “pandemia”, termini che proiettano sulla nostra generazione – e forse anche su quella immediatamente futura? – un solido ponte tra il passato e il presente.

A ben guardare, i responsabili delle malattie trasmissibili che maggiormente hanno condizionato lo scorrere della Storia sono relativamente pochi: un “pugno” di virus, batteri, bacilli che ha dominato la vita dell’uomo grazie a condizioni ambientali e comportamentali favorevoli e, nel caso di alcuni di essi, grazie alla capacità di mutazione genetica che ne ha assicurato la perdurabilità nel corso dei secoli.

È difficile assegnare una precisa località geografica all’insorgere dei primi focolai infettivi, dovendo basarci, il più delle volte, sulle testimonianze e sulle descrizioni di storici e cronachisti del periodo greco-romano, o qualora si debba procedere ancora più indietro, sulle analisi ossee e tomografiche compiute sui reperti umani.

Tuttavia, ipotizzando di disegnare una mappa delle principali epidemie/pandemie che hanno infierito – e ancora infieriscono – sui popoli a livello mondiale emergono dei fattori comuni: ad esempio i luoghi di probabile origine (di sovente il bacino asiatico) e i vettori di trasmissione, da ricercare soprattutto in quel mondo animale da sempre legato alla quotidianità dell’uomo, come le zanzare, i pidocchi, le pulci, i topi o gli scoiattoli (questi ultimi oggi più che mai guardati con sospetto, in quanto ritenuti responsabili di casi annuali di peste a New York, in California – Los Angeles, endemia del 2015 –, in Colorado, Wyoming e New Messico).

Studi recenti segnalano che il genere umano condivide con gli animali domestici molteplici malattie: 26 con i polli, 32 con i ratti e i topi, 35 con i cavalli, 42 con i maiali, 46 con le pecore e le capre, 50 con i bovini, 65 con i cani.

Fra le “presenze” più datate di virus zoonotici pare che il virus variola rappresenti uno tra i più antichi contagi interspecie, originato dal vaiolo del Gerbillo della Mongolia (un topo oggi specie protetta, spesso allevato in casa alla stregua di un criceto) e individuato dagli studiosi in prime forme endemiche intorno al 3000-4000 a.C. in India e, successivamente, nell’Africa settentrionale (Egitto, mummia “variolata” di Ramsess V, 1140 a.C.).

Pur non assumendo mai dei connotati pandemici, la malattia ebbe la sua massima virulenza a partire dal secolo XVI, divenendo nella metà del Settecento la principale causa di morte in Europa. Questa infezione è una delle poche che l’uomo ha del tutto debellato: l’ultimo caso è stato riconosciuto nel 1975 su una bambina bengalese.

In seguito, naturalmente, è comparsa la peste: senz’altro la malattia che più di altre – insieme alla lebbra – ha infierito non solo sul fisico, ma anche sull’immaginario collettivo come incarnazione della malattia dovuta a un castigo divino per un peccato commesso. Anche per la Yersinia pestis viene indicato come bacino di origine il mondo asiatico e la prima pandemia documentata dagli storici fu quella avvenuta a Costantinopoli sotto il regno di Giustiniano (541 d.C.), probabilmente veicolata dalle carovane commerciali provenienti dall’Asia settentrionale, dove il bacillo era già presente. Da questo momento la malattia non lascerà più i paesi del Mediterraneo, manifestandosi con cluster epidemici di differente virulenza, fino a quando varie cause – soprattutto le guerre intraprese nel secolo XIII dall’impero mongolo per sottomettere la Cina – provocheranno spostamenti di eserciti, di uomini e di merci che favoriranno una inevitabile – sebbene ancora non del tutto spiegata – e più incisiva commistione tra il vettore di trasmissione (topo/pulce) e l’uomo, con una accentuazione della contagiosità e della mortalità.

Inutile, perciò, indugiare sulla pandemia che, partendo nei primi decenni del 1300 dall’Asia settentrionale, giunse in Europa nel 1347. Da questo momento la peste diverrà un evento quasi routinario, infierendo con epidemie ricorrenti, spesso a pochi anni di distanza l’una dall’altra, almeno fino al secolo XVII, quando il contagio inizierà a rallentare. Le ultime epidemie rilevanti furono quelle di Londra (negli anni 1665-1666 con 75/100.000 decessi), di Marsiglia (nel 1720 con 40.000 decessi) e di Noja nelle Puglie (nel 1815 con 700 vittime su 5.000 abitanti), senza peraltro scomparire del tutto, come dimostrano gli attuali periodici focolai in Mongolia, in India e negli Stati Uniti.

Fra le patologie responsabili delle pandemie, un posto d’eccezione appartiene alla “febbre catarrale” o “catarro epidemico” (o “mal della zucca”, “del mattone”, e così via a seconda degli stati e regioni presi in esame), ovvero all’influenza da virus RNA della famiglia degli Orthomyxoviridae. Questa infezione deve il suo nome alla teoria miasmatica e, più in particolare, alla credenza di una “influenza” negativa degli astri che, accentuandosi durante i mesi invernali, provocava stati febbrili e tosse.

A causa della rapida evoluzione genetica del virus, essa è stata ed è ancora oggi una delle principali “presenze” che hanno accompagnato il percorso umano. Accertata fin dal V secolo a.C., dalla metà dell’Ottocento si è evoluta in contagiosità e virulenza attraverso ricorrenti episodi epidemici, fino a produrre la drammatica pandemia del 1918-1920 (sviluppatasi quasi in contemporanea in Francia, Stati Uniti e Sierra Leone) che comportò oltre 50 milioni di decessi. A metà del secolo scorso dalla Cina si originarono altre pandemie (1957-1958; 1968-1970; 1977-1978) e, tra quelle più recenti, vi fu quella del 2009-2010 (detta comunemente “influenza suina”), sviluppatasi in Messico. Tuttavia, pur interessando oltre 80 paesi, essa ebbe scarsa mortalità.

Tra le pandemie più moderne il colera potrebbe essere equiparato per gravità alla peste, se la medicina del secolo XIX fosse rimasta quella del Medioevo. Il colera comparve per la prima volta presumibilmente nel 1817 in India, nella regione del Bengala, e si diffuse con rapidità (di nuovo attraverso le rotte commerciali) nel sud-est asiatico, in Europa e nell’est dell’Africa. Il batterio responsabile (il vibrio cholerae), sviluppandosi nelle acque e nei cibi contaminati dagli escrementi dei malati, trovò l’habitat ideale nelle città densamente popolate e caotiche della rivoluzione industriale. Gli storici assegnano alla malattia almeno altri sei eventi epidemico/pandemici che, protraendosi nel tempo, arrivarono ad assumere carattere endemico: nel 1826-1837 in Nord America e in Europa; nel 1846-1860 nel Nord Africa e in Sud America; nel 1863-1875 in India, nell’Italia meridionale (specialmente Napoli) e in Spagna; nel 1881-1896 in India, in Europa, in Asia e nel Sud America; nel 1899-1823 sulle coste del Mediterraneo, in India, nelle Filippine, ma anche in Germania e ancora a Napoli (1910-1911).

Oltre alle pandemie/epidemie finora ricordate, il quadro sanitario umano ha dovuto fare i conti anche con altre crisi epidemiche non meno virulente, che, pur senza “colorare” in modo unitario il quadro mondiale, hanno interessato zone a macchia di leopardo in cui, ancora oggi, persistono in forma endemica. È questo il caso di una malattia fra le più antiche, senz’altro quella che maggiormente ha condizionato il rapporto uomo-società per i suoi effetti patologici, ovvero la lebbra, ancora persistente in molte aree asiatiche, africane e dell’America meridionale.

A questa si aggiunge il tifo petecchiale, cioè esantematico, le cui epidemie hanno decimato numerosi eserciti, da quelli delle Crociate a quelli delle guerre del Rinascimento, fino all’armata di Napoleone in Russia e a quelle della Seconda Guerra Mondiale, senza peraltro smettere mai di colpire qualsiasi luogo in cui regnino mancanza di igiene, pulci e pidocchi. Seguono la febbre gialla di origine africana, che si espanse attraverso il commercio degli schiavi nel corso del XVII secolo, divenendo tra Settecento e Ottocento una delle malattie infettive più pericolose, e la Dengue, veicolata da una zanzara e segnalata in Cina tra il 265 e il 420 d.C., la quale rivelò tutta la sua virulenza nella prima estesa epidemia del 1779, che colpì l’Africa, l’America settentrionale e gran parte dell’Asia. Le guerre del XX secolo fomentarono poi successivi episodi epidemici e oggi risulta ancora ben attestata in America meridionale e in Africa.

Per concludere, vi è infine l’ebola, di più recente individuazione (il virus è stato isolato nel 1976 nel Sudan), il cui vettore di trasmissione all’uomo si ritiene essere il pipistrello.

Topi, zanzare (entrambi considerati in tutta la loro infinità di specie), pipistrelli, scoiattoli, pulci e pidocchi: in sintesi, sono questi, i “nostri” nemici di ieri e di oggi, come la pandemia COVID-19 insegna.

Tuttavia, tra le patologie responsabili di epidemie/pandemie si devono ricordare almeno altre due malattie: la prima a trasmissione sessuale, la sifilide, e la seconda, l’AIDS, veicolata da rapporti sessuali e non solo.

Come è ben noto, la sifilide fece la sua comparsa in Europa alla fine del Quattrocento in seguito alle guerre di colonizzazione del Sud America e la sua presenza fu devastante. Nonostante ciò, ebbe il pregio di introdurre – grazie a Girolamo Fracastoro – una prima “idea” di contagio interumano. L’AIDS, invece, fa parte delle presenze patologiche più recenti. Trasmesso dagli scimpanzé, è stato infatti individuato in Congo solo nel 1959.

Da qui si è avuta una lenta propagazione in tutto il mondo, che ha creato una vera e propria pandemia tra il 1980 e il 2000.


dianadionisio@tiscali.it


“Da varie cose provengono germi,
come sopra già dissi, vitali per noi;
e molti anche invece ne volano
che devono morbo e morte recare
ed essi, quando si sono per caso riuniti
ed hanno corrotto il cielo, infettano l’aria”
Lucrezio, De Rerum natura, VI/1095


“Dio mandò il mal pestifero
A noi vermi vilissimi
E vermi superbissimi
Per giusti fini, e ottimi,
ma fini impenetrabili.
Tolse ogni lume ai medici
E a quei che dirigevano”
Enea Gaetano Milani,
La peste di Messina del 1741
in versi sdruccioli

Fig riempimento finale Diana

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