La deontologia dopo il COVID

La Peste che il Tribunale della Sanità aveva temuto che potesse entrare con le bande alemanne nel milanese c’era entrata davvero, come è noto parimenti che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia
Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXI


La pandemia da SARS-CoV-2 ha segnato una cesura storica. Tragedie simili sono in realtà già accadute, con il loro strascico di crisi economiche e demografiche: l’ultima fu la “spagnola” che, sebbene comparsa in piena modernità, viene narrata ancora come la peste di Atene o quella del Manzoni.

Che cos’è allora che rende così diversa questa pandemia? Per la prima volta nella storia, il mondo si è affidato alla scienza medica e le conoscenze scientifiche hanno condizionato le scelte politiche ed economiche. Non solo i medici sono diventati gli eroi della “guerra alla pandemia”, ma gli scienziati si sono spesso sostituiti ai politici (talvolta ugualmente litigiosi ed esibizionisti). In un solo anno si è sequenziato il virus, si è posto ordine nelle terapie – fatto non da poco! la medicina protegge dagli imbrogli o dai pregiudizi – e in un tempo mai così breve si è trovato il vaccino.

Oggi la scienza e la tecnica hanno un potere che non riusciamo ancora a comprendere e a dominare. E tutto questo ha un ruolo nel determinare il disagio dei medici: è infatti profondamente cambiato il rapporto tra la medicina e la società.

Dal tempo degli antichi sciamani fino ai nostri giorni, il medico ha “protetto” il paziente e l’intera comunità. Il fulcro è, da sempre, la relazione con la persona: la medicina si pratica in una sorta di arena separata, quella dell’incontro tra il medico e il suo assistito. Tuttavia, dalla fine dell’Ottocento e più in particolare, con accelerazione sempre maggiore, dagli anni Cinquanta del secolo scorso, la sanità ha costituito uno dei settori più forti del sistema produttivo. Si parla oggi di white economy, cioè del complesso dei servizi medici, di ciò che serve per realizzarli – farmaci, dispositivi e quant’altro – e di tutti gli altri servizi collegati. Ne fanno parte non soltanto gli oneri del personale, ma i capitali di rischio investiti. Un mercato globale che presuppone anche una learning economy, ovvero un continuo rinnovamento delle competenze.

A tal proposito, paradigmatici sono i vaccini: un eccezionale avanzamento scientifico e un enorme capitale di rischio che vuole essere compensato. In questo quadro, che margine di scelta ha il medico tra vaccini differenti? I medici escono dalla pandemia con un rinnovato prestigio che, tuttavia, non è facile da mantenere, se non inserendosi nel dibattito post pandemico sulle basi politiche ed economiche della società. La nostra cultura sembra vacillare: la medicina, intesa come mero rapporto tra medico e paziente, deve ora fare i conti con altri valori e con altre forze economiche e sociali.

Oggi i servizi medici necessitano di costosissime e complicatissime organizzazioni, che implicano amministrazioni capaci e una forte ed esplicita base sociale e politica. Inoltre, i problemi dell’ambiente e della promozione della salute si intrecciano con quelli dei singoli. Il medico si trova ormai a dover affrontare una molteplicità di interlocutori. La medicina che esce dalla pandemia, infatti, ha necessità di una negoziazione non soltanto tra il medico e il paziente, ma almeno tra quattro figure diverse: i pazienti che vogliono tutto, i medici spesso vittime o complici del conflitto di interesse, gli amministratori che rispondono del budget e i produttori di tutti gli strumenti usati nella pratica, che aspirano a un solido profitto.

Insomma, dopo questo tsunami, il servizio è ancora sostenibile? Cosa si può fare per mantenerlo in vita? La pandemia ha portato in superficie problemi noti ma inascoltati, la cui soluzione non può essere dilazionata, poiché si produce spontaneamente sotto l’impulso dell’innovazione tecnologica e delle trasformazioni sociali. La sicurezza sanitaria – come discusso anche al G7 – è parte della sicurezza umana e non può non essere oggetto dell’attenzione delle grandi istituzioni sovranazionali, dall’Europa all’OMS.

Come ne esce la relazione tra il medico e il paziente? E qual è il rapporto corretto tra la scienza e il diritto? E tra i diritti individuali e gli interessi collettivi? E tra la medicina della persona e la medicina sociale? E tra le innovazioni e i finanziamenti? E tra questi e l’equità sociale? Domande che incombono, mentre la medicina digitale sta per sostituire la vecchia medicina, modificandone talmente tanto l’esercizio da influire sulla metodologia.

La cura e il prendersi cura sono uno dei più antichi miti delle culture umane. Il medico ne è l’intermediario (la professione medica ha infatti origini sacerdotali) e la visita ne è il rito. Tutto ciò resiste alla pandemia e diventa ancora più importante, perché la scienza ha vinto nonostante le indubbie delusioni.

Così come esiste un mercato globale, proponiamo quindi una deontologia sovranazionale, una carta dei diritti e dei doveri dei medici, né eroi né colpevoli, bensì garanti della sicurezza sanitaria.


Antonio Panti