Perché la legge Gelli-Bianco non ha risolto il problema della medicina difensiva


di Mauro Bilancetti, Francesco Bilancetti

 

Mauro Bilancetti

 

Mauro Bilancetti

Laurea in Giurisprudenza Università degli Studi di Firenze, avvocato in Arezzo, ex magistrato, già componente della commissione consultiva di cui al DM 26 marzo 2015

Francesco Bilancetti
Studio legale Bilancetti-Arezzo, laurea in Giurisprudenza Università degli Studi di Firenze e specializzazione postuniversitaria per professioni legali, cultore della materia, coautore con il padre dei manuali “La responsabilità penale e civile del medico” e “Le responsabilità delle strutture e dei professionisti sanitari”

 

Cosa si intende per medicina difensiva?
“Quando i medici eseguono extra-test o trattamenti principalmente per ridurre le accuse di malpractice, essi praticano la medicina difensiva positiva”.
“Quando essi evitano determinati pazienti o interventi, essi praticano la medicina difensiva negativa” (Fiori A, Rivista Italiana Medicina Legale 1996, p. 899).

Conseguenze pratiche della medicina difensiva secondo l’indagine dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Roma
Secondo un’indagine dell’Ordine di Roma, il 78,2% dei medici italiani ritiene di correre un maggior rischio di procedimenti giudiziari rispetto al passato per cui ritiene di subire una pressione indebita nella pratica clinica quotidiana a causa della possibilità di tali evenienze: “farmaci: circa il 53% dei medici dichiara di prescrivere farmaci per ragioni di medicina difensiva e, mediamente, tali prescrizioni sono il 13% circa di tutte le prescrizioni; visite specialistiche: il 73% e oltre dei medici dichiara di prescrivere visite specialistiche per ragioni di medicina difensiva e, mediamente, tali prescrizioni costituiscono il 21% di tutte le prescrizioni; esami di laboratorio: circa il 71% dei medici dichiara di prescrivere esami di laboratorio per ragioni di medicina difensiva e, mediamente, tali prescrizioni costituiscono il 21% circa di tutte le prescrizioni; esami strumentali: circa il 75,6% dei medici dichiara di prescrivere esami strumentali per ragioni di medicina difensiva e, mediamente, tali prescrizioni rappresentano il 22,6% circa di tutte le prescrizioni; ricoveri: circa il 49,9% dei medici dichiara di prescrivere ricoveri per ragioni di medicina difensiva e tali prescrizioni costituiscono l’11% circa di tutte le prescrizioni”.

Perché la medicina difensiva?
“[…] perché a questi straordinari risultati (che tra l’altro hanno circa raddoppiato la vita media nell’arco di poco più di un secolo) si affiancano ora migliaia di processi penali e civili contro i medici impegnati nella moderna Medicina?” (Introna F, Un paradosso: con il progresso della medicina aumentano i processi contro i medici, in: Rivista Italiana di Medicina Legale, 2001, p. 879.).

La Commissione ministeriale istituita con decreto ministeriale del 26 marzo 2015 aveva previsto due strumenti fondamentali a questo fine: l’azione diretta esercitabile da chi si assume danneggiato iatrogeno nei confronti dell’assicuratore lasciando estraneo il sanitario dalle relative vicende processuali e il superamento della pregressa giurisprudenza (fin da Cass. n. 589/1999) che aveva introdotto la responsabilità diretta attraverso il nuovo istituto della responsabilità da contatto sociale, ritornando alla precedente, e meno gravosa, disciplina della responsabilità extracontrattuale del personale sanitario cosiddetto strutturato.

L’azione diretta di chi si assume danneggiato nei confronti della compagnia di assicurazione
Con il primo si voleva ripetere l’esperienza positiva della RCA, stante gli inevitabili rischi impliciti, per cui chi riteneva di aver subito un danno in conseguenza dell’attività sanitaria, così come avviene per la circolazione stradale, poteva agire direttamente nei confronti dell’assicuratore stante il meccanismo di assicurazione obbligatoria e il Fondo di garanzia in caso di non operatività del contratto di assicurazione. In buona sostanza il personale sanitario sarebbe così potuto rimanere estraneo e indifferente al relativo contenzioso, evitando quelle infauste ricadute personali e professionali che sono proprio all’origine della medicina difensiva. L’azione diretta della persona danneggiata nei confronti dell’impresa di assicurazione, al comma VI dell’articolo 12 (Azione diretta del soggetto danneggiato), dispone però che la norma si applica “a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto […] con il quale sono determinati i requisiti minimi delle polizze assicurative per le strutture sanitarie e per gli esercenti le professioni sanitarie”. Purtroppo, così non è stato perché, nonostante fosse stato previsto che era “da emanare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge”, cioè decorrenti dal 1° aprile 2017, quando è entrata in vigore la legge, non sono state ancora emanate le norme di attuazione; plurime, e forse non casuali, sono le ragioni prospettabili che sottendono queste inerzie.

Non solo, ma si è voluto introdurre, un meccanismo perverso per cui il sanitario cosiddetto strutturato, cioè inserito in un contesto organizzativo, verrebbe comunque coinvolto nella sua progressione in carriera in conseguenza di un esito infausto di questa controversia: proprio l’opposto della logica preventiva del rischio che si voleva scongiurare. Anche a prescindere dalla circostanza notoria che si tratta di attività ove, in molti casi, il rischio è molto elevato perché la scienza medica non è una scienza esatta e tali eventi avversi hanno un indice di frequenza normalmente di gran lunga superiore ad altre attività professionali, è stato previsto un meccanismo sanzionatorio tanto complesso quanto inefficace: basti considerare che l’efficacia di tale sanzione opera quando è stato definito il processo nei rispettivi gradi di giudizio, quindi in tempi così lunghi che la sanzione viene irrogata quando la prospettiva preventiva di allontanare chi non è all’altezza dei suoi compiti diventa più teorica che pratica: “Per i tre anni successivi al passaggio in giudicato della decisione di accoglimento della domanda di risarcimento proposta dal danneggiato, l’esercente la professione sanitaria, nell’ambito delle strutture sanitarie o sociosanitarie pubbliche, non può essere preposto a incarichi professionali superiori rispetto a quelli ricoperti e il giudicato costituisce oggetto di specifica valutazione da parte dei commissari nei pubblici concorsi per incarichi superiori” (art. 9, comma V). Non si può infine non evidenziare l’anomalia dei meccanismi previsti in questo articolo che mal si attagliano a qualsiasi procedimento sanzionatorio che deve rifuggire da automatismi di questo genere: appare ovvio in questi casi che la professionalità del sanitario verrebbe valutata nelle sue attuali funzioni dai competenti organi superiori, in concreto e nell’immediato, senza necessità di una specifica previsione normativa che la renda obbligatoria, tardiva, complessa, con ingiusti automatismi sanzionatori.

La responsabilità da contatto sociale
Nel secondo profilo considerato la Commissione era stata chiara nell’esplicitare le ragioni che inducevano a superare l’istituto introdotto dalla giurisprudenza della responsabilità da contatto sociale che aveva appesantito sotto più profili la responsabilità personale del sanitario cosiddetto strutturato, soprattutto gravandolo di un onere probatorio prima non previsto.

La Commissione così motiva la sua posizione difforme dal consolidato orientamento della Cassazione: “il modello italiano, nella configurazione che era andata via via assumendo, differiva dalla gran parte degli altri modelli degli altri ordinamenti dei Paesi membri dell’Unione Europea.

Questi modelli distinguono in modo netto le posizioni della struttura sanitaria da quella dell’esercente la professione medica, perché tengono conto del fatto che la struttura sanitaria offre un servizio articolato, comprensivo di ospitalità, di servizi, della fornitura di farmaci e di strumenti medici, di terapie principali e collaterali, ed è, pubblica o privata che sia, un’impresa […] mentre l’esercente la professione sanitaria svolge un’attività intellettuale […] da qui l’opportunità di una correzione di rotta che le modifiche apportate dalla legge n. 189/2012 avrebbero voluto apportare […] la struttura sanitaria […] risponde ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del Codice Civile […] mentre l’esercente la professione sanitaria risponde ex articolo 2043 del Codice Civile”.

Si propone, in sostanza, il ritorno alla meno gravosa responsabilità extracontrattuale, ex articolo 2043 del Codice Civile rispetto a quella della responsabilità contrattuale ex articoli 1218 e 1228 del Codice Civile preferita negli ultimi anni dalla Cassazione.

L’articolo 7 della legge 8 marzo 2017 n. 24
Questo articolo ha recepito l’impostazione proposta dalla Commissione:
“I. La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del Codice Civile, delle loro condotte dolose e colpose”.

“III. L’esercente la professione sanitaria di cui ai commi I e II risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 del Codice Civile, salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente. Omissis…”.
Con questa riforma ci siamo anche uniformati al consensus europeo come auspicato dalla Corte di Strasburgo: il superamento dell’istituto del contatto sociale ne è un chiaro esempio se la stessa Cassazione affermava esplicitamente che si trattava di un “frutto esclusivo della elaborazione giurisdizionale italiana a fronte di una riconduzione per tutti gli altri stati […] della responsabilità del medico ospedaliero nell’ambito extracontrattuale o per tort” (Cass. n. 14320/2004).

Si vuole così spostare il baricentro della responsabilità dal singolo operatore, personalmente, all’organizzazione nella quale questi è inserito, non solo con rapporto di lavoro subordinato ma anche con un’ampia previsione di responsabilità ex articoli 1218 e 1228 del Codice Civile come specificato nell’articolo 7: “anche se scelti dal paziente o per prestazioni sanitarie svolte in regime di libera professione intramuraria ovvero nell’ambito di attività di sperimentazione e di ricerca clinica ovvero in regime di convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale nonché attraverso la telematica”.

La riforma, dunque, ha prefigurato un sistema definito del doppio binario con responsabilità autonome e diverse: mentre la responsabilità del professionista sanitario rimane circoscritta all’atto illecito (extracontrattuale, art. 2043 Cod. Civ.) fondato su una specifica condotta colposa nelle forme di negligenza, imprudenza e imperizia relative alla prestazione professionale sanitaria che avrebbe causato un determinato danno con onere della prova a carico del paziente o dei suoi eredi sia della colpa sia del danno sia del rapporto causale tra la prima e il secondo, quella della struttura sanitaria, invece, deriva dall’inadempimento contrattuale complessivo e si estende alle disfunzioni in generale riconducibili, oltre all’assistenza sanitaria, all’assetto organizzativo e funzionale dell’attività stessa, anche se non riferibili alla condotta colposa di qualcuno (per esempio in caso di infezioni nosocomiali e in generale quando non sia possibile ricondurre l’evento dannoso alla responsabilità di qualcuno in particolare) con onere della prova, però, a carico della parte contrattuale a ciò obbligata, cioè della struttura ex articolo 1218 del Codice Civile, in forza del cosiddetto contratto di spedalità, comprensivo anche della prestazione professionale da chiunque erogata per suo conto.

L’azione di responsabilità da parte di chi assume di essere danneggiato viene così indirizzata verso il naturale destinatario contrattuale che, peraltro, offre maggiori garanzie.
Pacifica, invece, sia in dottrina che in giurisprudenza, rimane l’analoga responsabilità di natura contrattuale nel caso di prestazione professionale da parte del sanitario svolta in autonomia e non nel contesto organizzativo di una struttura sanitaria.

Il legislatore ha recepito, quindi, la proposta della Commissione Ministeriale, ma anche qui non si sono ancora visti gli effetti in quanto la giurisprudenza della Suprema Corte è orientata ad applicare il precedente orientamento sulla responsabilità (più gravosa) contrattuale da contatto sociale sia perché la riforma non detta disposizioni specifiche transitorie come avviene in caso di successione di normative diverse sia perché “ai sensi dell’articolo 11 preleggi, la legge non ha effetto che per l’avvenire, per cui la sua retroattività deve essere esplicitamente prevista dalla nuova legge, ovvero deve trovare indici sicuri che ne consentano di postularla con certezza”. Dunque la Cassazione conclude: “Va affermato il seguente principio di diritto. Le norme sostanziali contenute nella legge n. 189/2012, al pari di quelle di cui alla legge n. 24/2017, non hanno portata retroattiva e non possono applicarsi ai fatti avvenuti in epoca antecedente alla loro entrata in vigore” (Cass. 11.11.2019 n. 28994).

Fermo restando che una disposizione transitoria in questo contesto così controverso sarebbe stata certamente opportuna per cui rappresenta un’evidente carenza normativa dell’ultima riforma, purtuttavia, non può non essere considerato un significativo “indizio”, per usare la terminologia della Cassazione, l’ultimo comma dell’articolo 7 (Responsabilità civile della struttura e dell’esercente la professione sanitaria) che conclusivamente sul nostro tema afferma: “le disposizioni del presente articolo costituiscono norme imperative ai sensi del Codice Civile”. Va altresì evidenziato che già la legge n. 189/2012 avrebbe voluto, ancorché tale volontà fosse stata espressa in maniera non troppo cristallina, proprio il superamento di questo istituto di creazione giurisprudenziale almeno secondo l’interpretazione da parte di un consistente orientamento sia della giurisprudenza di merito che della dottrina.

Il nostro dissenso da questa interpretazione deriva soprattutto dalla ratio ispiratrice della riforma, chiaramente esplicitata anche nel DM che ha istituito la Commissione consultiva, con lo scopo di “approfondire le problematiche connesse al fenomeno della cosiddetta medicina difensiva e di individuare soluzioni, anche normative, tramite l’istituzione presso il Ministero della Salute di una Commissione consultiva composta da esperti di comprovata competenza ed esperienza in materia”, soprattutto dopo che la precedente riforma del 2012 non aveva sortito l’effetto sperato dando luogo a contrapposte interpretazioni.

La Commissione era stata univoca e determinata in questa presa di posizione che così motiva: “Appare evidente che la menzione dell’articolo 2043 del Codice Civile allude alla natura della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria e tuttavia gran parte della dottrina ha cercato, con diversi argomenti poco persuasivi, di conciliare il nuovo testo con l’orientamento uniformemente sviluppatosi alla fine del secolo scorso, volto a imputare all’esercente (in realtà, al medico) una responsabilità di tipo contrattuale fondata o su una particolare concezione di ‘contatto sociale’ o sull’obbligo di protezione del terzo, o sulla responsabilità per violazione di un’obbligazione senza prestazione: tutte costruzioni che avevano lo scopo di invertire l’onere della prova, ovvero di presumere la colpa dell’esercente la professione sanitaria, e di ribaltare su di questo il rischio della causa ignota. La natura contrattuale del rapporto comporta inoltre una maggiore durata della prescrizione, che è decennale […].La Commissione, a evitare il riproporsi di una problematica derivante innanzitutto da equivoci di natura interpretativa ingenerati dall’inciso del secondo periodo dell’articolo 3 della legge citata, ma volendo anche definire univocamente e conclusivamente le problematiche inerenti la natura e l’ambito dell’esercente la professione sanitaria, ritiene che il testo dell’articolo 3 della legge citata possa essere migliorato statuendo che l’esercente dipendente o convenzionato risponde in sede civile esclusivamente ai sensi e per gli effetti dell’articolo 2043 del Codice Civile, mentre la struttura sanitaria risponde sempre in sede civile per l’effetto del rapporto contrattuale con il paziente ex articoli 1218 e 1228 del Codice Civile”.

Proprio la gravità di questa situazione che si trascinava da anni imponeva quell’intervento urgente e risolutivo che aveva indotto il legislatore del 2017 a prendere posizione chiara su questo aspetto fondamentale della disciplina della responsabilità del sanitario.

In conclusione, neppure sotto questo diverso profilo la riforma vede a breve i suoi effetti permanendo la pregressa interpretazione della giurisprudenza di legittimità sui fatti antecedenti all’entrata in vigore della riforma, che sono ancora oggi quelli maggiormente oggetto di giurisdizione.

Le cause delle disfunzioni e l’obiettivo perseguito dalla riforma
Dato che l’errore medico è molto spesso frutto della convergenza di molteplici disfunzioni di sistema (carenze organizzative, deficit di personale, tecnologia inadeguata, scarsa comunicazione e preparazione degli operatori, affaticamento da eccessivo carico di lavoro ecc.), incentivare l’adesione a uno standard di qualità è più conveniente in termini sia economici che di efficacia preventiva.

Significativa è l’incidenza della situazione condizionante l’agire del sanitario riscontrata dalla stessa Commissione Parlamentare di inchiesta sugli errori in ambito sanitario : “spesso si guarda solo a chi ha commesso l’errore, senza andare a verificare le condizioni in cui i professionisti si trovano costretti a lavorare. Proprio lì, spesso, risiede la causa dell’errore commesso”.

La soluzione indicata dal legislatore, così ribadita in maniera inequivoca, non poteva che andare in questa direzione superando l’orientamento giurisprudenziale che non può ritenersi più compatibile nel contesto ordinamentale costituzionale ed europeo.

Per un inquadramento sistematico della materia si riporta la seguente proposta di articolato elaborato dal Centro Studi di Arezzo sulla responsabilità medica e sanitaria.

Articolo 1. L’atto medico
“L’atto medico è lecito se e in quanto esercitato con il consenso dell’avente diritto ai sensi dell’articolo 50 del Codice Penale e, solo in via subordinata, se non è possibile acquisirne comunque il consenso, nei casi di adempimento del dovere, previsti per legge, ai sensi dell’articolo 51 del Codice Penale e dello stato di necessità di cui all’articolo 54 del Codice Penale.

Si applicano, nei casi previsti, gli articoli 55 e 59 del Codice Penale.

Per atto medico si intende ogni attività posta in essere dall’esercente la professione sanitaria, a ciò abilitato secondo la legge dello Stato, praticata secondo le regole proprie della professione, in funzione del miglioramento delle condizioni di salute della persona: non solo è compresa l’attività propriamente terapeutica, rivolta al miglioramento della salute intesa nella sua accezione più ampia come condizione di benessere fisico e psichico della persona, ma anche quella diagnostica, strumentale, consultiva, preparatoria, preventiva, rieducativa, riabilitativa, antidolorifica, solidaristica e sperimentale, e qualsiasi altra attività sanitaria comunque esercitata per il miglioramento delle condizioni di benessere psico-fisico della persona.

L’esercente la professione sanitaria che agisce per finalità esclusive di lucro, o comunque in contrasto con la funzione propria dell’atto medico, in caso di accertata responsabilità penale per delitto di natura dolosa è interdetto dalla professione per una durata non inferiore ad anni tre”.

Articolo 2. Il consenso dell’avente diritto all’atto medico
“Il consenso a ogni atto di rilevanza per la salute deve essere libero, attuale e informato in maniera completa e specifica in ordine sia alle alternative possibili sia ai prevedibili rischi e vantaggi sia all’adeguatezza della struttura sanitaria; l’informazione deve essere fornita personalmente da parte del sanitario operante a seguito di comunicazione riservata, chiara e obiettiva, diretta e interattiva con il paziente, adeguata alle sue condizioni personali e alla sua capacità di comprensione, rendendosi disponibile a ogni richiesta di chiarimenti; il sanitario, solo dopo aver verificato la sua effettiva comprensione, provvede ad annotare i dati salienti sui rischi possibili e gli obiettivi prevedibili nella cartella clinica, controfirmata dal paziente oppure, in sua vece, da chi lo rappresenta o lo assiste, nel caso che le condizioni del paziente non lo consentano, affinché tale consenso risulti consapevolmente espresso e liberamente prestato, senza suggestioni, illusioni o condizionamenti di qualsiasi natura”.

Articolo 3. Linee guida accreditate
“L’Istituto Superiore di Sanità provvede a selezionare, aggiornare e pubblicizzare le linee guida e le buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, nazionale e internazionale, da valere come modello di riferimento per gli operatori sanitari, idoneo a massimizzare il livello tecnico-professionale delle prestazioni sanitarie, ferma restando la personale valutazione in ordine alla specifica applicabilità al caso concreto rimessa all’autonomia e responsabilità professionale del sanitario”.

Articolo 4. La responsabilità penale
“Nell’esercizio della professione sanitaria, in quanto implicante inevitabili rischi per la salute della persona, il sanitario risponde penalmente solo per colpa grave”.

Articolo 5. La responsabilità civile
“La responsabilità civile nell’esercizio della professione sanitaria, sia contrattuale che extracontrattuale, è regolata dal Codice Civile e la relativa colpa viene accertata ai sensi degli articoli 1176 e 2236 del Codice Civile.

Il sanitario con rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato o convenzionato o comunque operante nell’organizzazione della struttura, pubblica o privata, è responsabile ai sensi degli articoli 2043 e 2059 del Codice Civile nei confronti del terzo danneggiato mentre la struttura sanitaria, e chiunque eserciti in nome e per conto proprio, ne risponde, sempre in sede civile, anche per effetto del rapporto contrattuale con il paziente ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del Codice Civile”.

Articolo 6. La responsabilità dell’assicuratore
“Chiunque e a qualunque titolo eserciti la professione sanitaria è obbligato a tutelare il paziente con idonea garanzia assicurativa per eventuali danni che ne possano derivare e la garanzia assicurativa si estende agli eventi previsti nel contratto a prescindere dal momento in cui il danno venga denunciato da parte di chi si assume danneggiato.

L’impresa di assicurazione, nel rapporto con la struttura, pubblica o privata, a garanzia del rischio di cui al primo comma dell’articolo 5, rinuncia all’azione di surrogazione di cui all’articolo 1916 del Codice Civile nei confronti del sanitario comunque inserito nella sua organizzazione ai sensi del secondo comma del medesimo articolo 5.

Si applicano gli articoli 132 (Obbligo a contrarre) e 144 (Azioni dirette del danneggiato) e seguenti del decreto legislativo 7 dettembre 2005 n. 209 (Codice delle assicurazioni private) e, per la parte restante, in quanto compatibile.
È costituito un fondo di garanzia, disciplinato con decreto del Ministro delle attività produttive, nel caso in cui non risulti garantito il diritto all’integrale risarcimento degli eventuali danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti all’esercizio della attività sanitaria”.

Articolo 7. La medicina difensiva
“Le condotte di medicina difensiva accertate possono configurare illecito disciplinare e sono sanzionabili secondo le normative vigenti a opera sia della struttura, pubblica o privata, con la quale il sanitario è in rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato o comunque convenzionato sia dei competenti organi disciplinari del rispettivo Ordine, ferme restando le più gravi responsabilità sotto il profilo penale, civile e contabile-amministrativo”.

Articolo 8. Risk management
“Ogni evento di lesione o di morte o comunque di supposto pericolo riscontrato, ancorché l’evento avverso non si sia verificato, che risulti di possibile eziologia iatrogena, deve essere segnalato all’apposito ufficio, presente in ogni ASL, per la relativa indagine conoscitiva e per la trasmissione al Ministero della Salute, corredata dell’esito di tale accertamento e della proposta per la relativa prevenzione specifica.

L’omissione dolosa di tale specifica segnalazione può configurare illecito disciplinare sanzionabile nei termini di cui all’articolo 7.

L’esercente la professione sanitaria è tutelato, in caso di segnalazione a questo fine, dal segreto professionale ai sensi sia dell’articolo 54 bis del decreto legislativo n. 165 del 30.3. 2001 e successive modifiche sia dell’articolo 200, I comma, lettera c) del Codice di Procedura Penale.

Le segnalazioni di eventi avversi devono formare oggetto di specifico approfondimento della relativa causa da parte di apposito organo ministeriale il quale provvede, oltre alla raccolta e al monitoraggio dei dati così acquisiti, allo studio delle misure preventive da adottare e da comunicare a tutti i servizi sanitari nazionali”.

Articolo 9. Periti e Consulenti di ufficio
“Le società scientifiche e le facoltà universitarie propongono ogni anno i nominativi, corredati di un sintetico curriculum, delle specifiche figure professionali più qualificate per competenza tecnico-professionale nella rispettiva branca specialistica, da trasmettere al Ministero della Giustizia il quale provvede a trasmetterlo a tutti gli organi giudiziari per la formazione e l’aggiornamento degli albi ai sensi degli articoli 13 e seguenti delle Disposizioni di Attuazione del Codice di Procedura Civile e degli articoli 67 e seguenti delle Disposizioni di Attuazione del Codice di Procedura Penale, per consentire sia al Giudice che al Pubblico Ministero, di ogni ordine e grado, il conferimento dell’incarico, di perito o di consulente tecnico, nei processi sia penali che civili da trattare, previa individuazione delle specifiche figure professionali più qualificate per competenza, esperienza e indipendenza di giudizio”.

Articolo 10. Obbligo della segnalazione dei provvedimento giudiziari
“I giudici sono tenuti a comunicare le sentenze e gli altri provvedimenti adottati in materia di responsabilità professionale sanitaria al competente ufficio ministeriale per gli adempimenti previsti dall’articolo 8”.

(Centro Studi di Responsabilità Medica e Sanitaria di Arezzo)

Non si può prescindere, a questo punto, da un breve cenno alla problematica del Covid-19 che ci ha trovati tutti impreparati.

Nel nostro sito si è pubblicata la seguente proposta del Centro Studi di Arezzo (CERMES): fin da ora si può prospettare l’opportunità di una normativa specifica in favore di tutti coloro che risultino contagiati in conseguenza dell’attività sanitaria, prevedendo un indennizzo parametrato all’età e alle condizioni di salute della vittima, come già avvenuto in passato per i contagiati in conseguenza di vaccinazioni obbligatorie o trasfusioni ematiche (art. 1 L. 25.2.1992 n. 210): “chiunque abbia riportato a causa di vaccinazioni obbligatorie […] lesioni o infermità […] ha diritto a un indennizzo da parte dello Stato […] l’indennizzo […] spetta anche ai soggetti che risultino contagiati da infezioni da HIV a seguito di somministrazioni di sangue e suoi derivati nonché agli operatori sanitari che, in occasione e durante il servizio, abbiano riportato danni…”.

Ciò si prospetta quantomeno per tutti i casi che non presentano responsabilità gravi (art. 2236 Cod. Civ.) per eventi prevedibili ed evitabili o comunque non dovuti a forza maggiore o stato di necessità (art. 2045 Cod. Civ.), nel qual caso potrebbero ricorrere invece i presupposti per il diritto a un risarcimento integrale dei danni subiti per il contagio contratto da personale sanitario e assistenziale o dai degenti in strutture sanitarie o residenze sanitarie assistenziali RSA (www.studiobilancetti.it).

mauro.bilancetti@hotmail.com