Stili di vita: la ricetta Neo-Liberalista

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Angelo Stefanini  Centro Studi e Ricerche sulla Salute Internazionale e Interculturale, Università di Bologna. Osservatorio Italiano Salute Globale.


Angelo StefaniniLe campagne di educazione di massa continuano a basarsi sul presupposto che la causa ultima delle malattie, e l’obiettivo su cui agire, risieda nei singoli individui e nelle “libere” scelte che essi compiono. Ma focalizzarsi sulla responsabilità individuale fornisce un’efficace copertura alle industrie del tabacco, alimentari, di bevande zuccherate e alcolici tese a difendere i loro profitti contro la minaccia di regolamentazioni o restrizioni governative. La visione dominante della promozione della salute tra gli operatori del settore sembra rimanere inesorabilmente fossilizzata sul cambiamento dello “stile di vita” che il singolo individuo è sollecitato a compiere, anche se una mole crescente di letteratura scientifica dimostra la scarsa efficacia dell’approccio individualistico rispetto agli interventi strutturali e di popolazione e alle strategie combinate nel miglioramento durevole e sostenibile della salute. Tale impostazione è rappresentativa di un orientamento medicalizzato ai problemi della salute ed alcuni autori hanno definito questo riduzionismo come “la deriva dello stile di vita”. È comprensibile come tale deriva possa arrivare fino a colpevolizzare chi in fondo non è che la vittima, o comunque non il principale responsabile di scelte comportamentali non certamente “libere”.
Oggigiorno, l’uso del termine “stile di vita” implica l’adozione di uno specifico regime di vita politicamente corretto, che comprende l’assillo della dieta, determinate forme di esercizio fisico, la rinuncia a comportamenti “non salutari” definiti da esperti, la riduzione o l’eliminazione di “fattori di rischio” (come l’ossessione del colesterolo) e la regolare frequenza a visite mediche di controllo, check-up e screening. Di conseguenza, le politiche di promozione della salute che vanno per la maggiore sono quelle che suggeriscono che tutto andrà bene se gli individui semplicemente fanno esercizio fisico per trenta minuti al giorno e consumano più frutta e verdura.
Tale regime di vita portato ai suoi estremi è il riflesso di un’ideologia politico-economica che negli ultimi quarant’anni sembra essere diventata l’unico modo possibile di organizzare e gestire la società umana.
L’affermazione estrema dell’allora primo ministro britannico, Margaret Thatcher, che “non esiste una cosa chiamata società” è l’espressione più chiara dell’ethos individualista neoliberista e lo “stile di vita” fa da importante puntello a questa visione del mondo di cui è diventato il totem.
L’approccio individualistico è l’essenza del moderno trend verso la medicalizzazione della vita. È significativo osservare, per esempio, il capolavoro di travisamento ideologico contenuto nel multimiliardario programma europeo di ricerca Horizon 2020: la PHC, epico acronimo della Primary Health Care, la strategia, sociale oltre che sanitaria, per raggiungere la “Salute per Tutti” contenuta nella Dichiarazione di Alma Ata (1978, OMS), è ora utilizzata dalla Commissione Europea per promuovere il suo speculare opposto, la ‚Ä®Personalizing Health and Care, con grande risalto all’uso delle nuove tecnologie bio-mediche e alla ricerca genetica sulla cause di malattia. Un vero e proprio imbroglio concettuale che focalizza l’attenzione esclusiva sulla componente biologica delle persone e soprattutto sul “complesso medico-industriale”, che dovrebbe fornire gli strumenti per proteggere la sua salute. Nella lotta alle malattie croniche non stupisce che un modello di questo tipo sia fortemente sostenuto dalle grandi multinazionali: focalizzarsi sulla responsabilità individuale, infatti, fornisce un ottimo alibi non solo alle grandi “corporations” del tabacco, degli alcolici ecc., ma anche agli stessi decisori politici, assolvendoli dai possibili rischi ambientali derivanti da errate scelte in campo energetico, produttivo ed industriale. Pensiamo ad esempio ai rischi derivanti dall’industria chimica, dalle centrali a carbone o dagli inceneritori.
In altre parole, l’industria ha un forte interesse nella medicalizzazione della vita perché tale approccio alla salute va a suo esclusivo vantaggio.
Possiamo davvero ritenere credibile questo modello di promozione della salute che emerge da una simile filosofia della vita sociale? Non dimentichiamo i contenuti della Carta di Ottawa, il documento dell’OMS del 1986 che definisce la promozione della salute come essenzialmente legata alle scelte politiche in tutti i settori e a ogni livello della organizzazione sociale e che attribuisce alla Stato un ruolo centrale non certo “minimalista.” Piuttosto che investire nei requisiti per una buona salute descritti dalla Carta, come reddito, abitazione, cibo, coesione sociale, ecc. ossia i determinanti sociali della salute, il quadro di riferimento neo-liberista è saldamente ancorato all’approccio dello stile di vita individualizzato. In questo modo, ciò che andrebbe visto come un problema sociale, un fallimento dello Stato e della società, ora deve essere inteso come una sconfitta del singolo individuo, una questione di responsabilità personale. Disoccupazione, povertà o mancanza di istruzione sono ridefinite come errate scelte personali di cittadini che hanno “liberamente” compiuto la loro scelta. Tutto ciò è, a nostro avviso, profondamente ingiusto ed ingannevole, anche perché in questo passaggio dall’intervento dello Stato alla responsabilità individuale, i cittadini nel processo virtuoso che dovrebbe condurli alla salute e del benessere non sono lasciati soli: una massiccia gamma di conoscenze specialistiche è messa a loro disposizione sotto forma di liste di “cose da fare e da non fare” per una vita sana. L’aziendalizzazione e la mercificazione della salute facilitano questo processo, aiutando i cittadini a diventare consumatori e imprenditori.

Tratto da “Stili di vita.
La ricetta neo-liberista”,
pubblicato su
www.saluteinternazionale.info

 

Info: isde@ats.it

 

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