Noi donne medico

Elisa Bissoni Fattori, Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Firenze, anno 2008. Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale, anno 2009/2012. Medico di Continuità Assistenziale presso USL Nord-Ovest. Consigliera dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Firenze. Medico di medicina generale, Impruneta, Firenze.

Da una ricerca condotta ad Harvard risulta come i pazienti affidati ad internisti maschi abbiano un tasso di mortalità dell’11,49% (a 30 giorni dal ricovero in ospedale) contro un tasso dell’11,07% di quelli affidati ad un medico donna ed ancora di come il tasso di riammissione in ospedale sia rispettivamente del 15,57% e del 15,02%, se il paziente sia stato seguito da un medico uomo o donna. Ciò nonostante ancora lungo e spinoso è il percorso per il raggiungimento della dovuta parità di diritti fra uomo e donna medico, quantomeno in punto di parità di salari ed equa ripartizione dei compiti in ambito familiare.

 

Parole chiave: donne medico, parità di diritti, reddito medio, cultura


Elisa Bissono FattoriÈ una mattina come tante in treno, direzione Roma, quando la campagna laziale si affaccia al finestrino e prepotente irrompe nella mia mente quanto letto qualche giorno prima circa una ricerca condotta ad Harvard, dalla quale risulta come i pazienti affidati a internisti maschi abbiano un tasso di mortalità dell’11,49% (a 30 giorni dal ricovero in ospedale) contro un tasso dell’11,07% di quelli affidati ad un medico donna e ancora di come il tasso di riammissione in ospedale sia rispettivamente del 15,57% e del 15,02%, se il paziente sia stato seguito da un medico uomo o donna.
Mi interrogo su questi dati. Istintivamente penso subito all’attitudine della donna a essere madre, a accudire, ad ascoltare, capire ed abbracciare. Sì, ho proprio detto ad abbracciare.
Credo sia questa la chiave di lettura dei dati di cui sopra.
La donna ha un’attitudine più “accudente” rispetto all’uomo e ciò la porta ad essere più precisa e scrupolosa nel proprio lavoro e maggiormente incline a perseguire il benessere del paziente.
La donna è amore, l’uomo è potere.
Pensando a ciò sono pervasa da un senso di orgoglio, di appartenenza, l’essere donna mi rende consapevole… d’un tratto il sibilo del treno mi riporta, però, alla fredda realtà: nel 2011 le donne medico sono circa 141 mila a fronte dei 211 mila uomini (vi è ancora un consistente divario) ma soprattutto gli uomini continuano a essere più “ricchi” delle donne. Infatti il reddito medio dichiarato da questi tra i 60 e i 69 anni è di circa 57 mila euro contro i 41 mila delle donne.
E questo viene confermato anche per altre fasce di età: tra i 30 e i 39 anni il reddito medio è inferiore di quasi 9 mila euro, cifra che fra i 40 e i 49 anni arriva a circa 16 mila euro.
Perché? Ciò è dovuto soltanto ad un maggior numero di straordinari che l’uomo, meno occupato in ambito familiare, può permettersi rispetto alla donna? O forse perché ancora il “costo” orario di un uomo “vale” di più di quello di una donna?
Non credo esistano degli studi a riguardo, quel che è certo è che, anche alla luce della ricerca di Harvard, ciò sia profondamente ingiusto.
Temo che tutto origini da quella parità di diritti fra uomo e donna che in Italia ancora non si è raggiunta e da quella concezione della donna oggetto, “angelo del focolare”, ancora così pervicacemente radicata nella società italiana, che mal si concilia con la dovuta uguaglianza di genere.
In altre parole la società dovrebbe “ruotare” intorno alla figura femminile, generatrice di vita, agevolandola in quel difficilissimo compito di donna-madre anche attraverso l’erogazione di importanti sussidi economici (l’indipendenza economica, infatti, è il primo passo per rendere libero l’essere umano da condizionamenti e “schiavitù”) nonché riportando l’uomo all’interno del nucleo familiare, salvandolo così da un’arida e sterile deriva e facendogli riscoprire la sua figura di custode della vita; il tutto in un’ottica di condivisione di progetti e di equa ripartizione di diritti e doveri nella coppia.
Questo porterebbe a un alleggerimento dei compiti e degli orari della donna nell’ambito familiare così da lasciarle la possibilità di aggiornarsi professionalmente e di non dover rinunciare per forza alla carriera.
Non so, però, se questa società e questa classe medica evidentemente “uomo-centrica” sia pronta ad elevarsi, ciò che sento nei dibattiti televisivi o addirittura provenire da chi dovrebbe rappresentarci nelle istituzioni mi pare riportare ad un oscurantismo intellettuale accecato da biechi interessi economici e connivenze di vario tipo.
È dai tempi di Aristotele che veniamo giudicate come passive, irrazionali, emotive ed incapaci di una vera conoscenza. Siete sicuri che siamo così? O è solo di interesse farlo credere?
Come mai le donne con una cattedra all’Università sono pochissime nonostante siamo mediamente più preparate degli uomini, quanto meno a livello accademico?
Vengono scritti fiumi e fiumi di parole e testi sulla condizione della donna nella società e nelle professioni eppure mi sembra che non si voglia (o che non convenga) cogliere la reale questione, ben più ampia e drammatica del particolarismo che ci riguarda; siamo in una società maschilista dominata dall’ignoranza e dalla prevaricazione. Nessuno si vergogna e si ribella davanti all’ignoranza perché non è più considerata un disvalore. I valori sono altri: fama, soldi, apparenza. Quando sparisce la cultura, intesa come capacità di farsi delle domande, la società si anestetizza ed aderisce passivamente agli slogan imposti da chi comanda (guarda un po’ la classe maschile quanto meno da duemila anni) e così, come si suol dire, tutto cambia per non cambiare niente.
Ecco cosa devono fare le donne medico: far valere la preparazione, la cultura, l’indipendenza intellettuale dal modello maschile, pari dignità nella differenza, raggiungere posizioni di vertice senza farsi omologare. Orgoglio, sorellanza e denuncia dei meccanismi del “sistema”.
Intanto la città di Roma si avvicina e mi sovviene quanto letto circa un medico tedesco, Rudolf Virchow, che nel 1863 aveva osservato come numerosi pazienti sviluppassero un tumore proprio nel punto in cui avevano ricevuto un colpo oppure dove una scarpa aveva causato un continuo sfregamento. Al microscopio aveva osservato la presenza di numerose cellule bianche dentro le masse cancerose. Aveva, allora, formulato l’ipotesi che il cancro fosse il tentativo finito male di riparare una lesione, ma la sua descrizione fu ritenuta dalla comunità scientifica del tempo come poetica e non venne presa sul serio. Centovent’anni dopo, nel 1986, Harold Dvorak, docente di Patologia alla Facoltà di Medicina di Harvard, in un articolo intitolato “Tumori: le ferite che non guariscono”, dimostrava la sorprendente affinità tra i meccanismi che entrano in gioco nell’infiammazione necessaria a rimarginare le ferite da un lato e nell’insorgenza di neoplasie maligne dall’altro.
Gli anni passano e l’uomo non impara dai propri errori.
Ma questa è un’altra storia ed io sono già arrivata in stazione.

elisabissoni@hotmail.com