Gli obblighi del datore di lavoro in tema di pandemia da covid-19

Massimo MartelloniMassimo Martelloni
Medico legale. Consigliere Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Firenze

 

 

La pandemia da COVID-19 ha posto in modo concreto il mondo del lavoro in sanità in un’inedita condizione di difficoltà dove sia il datore di lavoro sia i dipendenti sanitari del settore della sanità pubblico e privato si sono trovati a realizzare scelte irrinunciabili tanto per le condizioni di sicurezza del lavoro quanto per la tutela della salute degli assistiti. In questa pubblicazione vengono analizzati alcuni interventi ritenuti significativi ed effettuate alcune riflessioni generali ai fini del miglioramento ulteriore del quadro legislativo.

Il datore di lavoro ha tra i suoi obblighi la tutela dei lavoratori in materia di rischio di natura biologica, categoria di rischi ai quali nel D.lgs. n. 81/2008 è dedicato un apposito Titolo, il decimo. Si tratta di un obbligo generale presente nel Codice Civile all’art. 2087 nel quale si dispone che “l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

La misura della prevenzione della contaminazione virale degli ambienti di lavoro è quindi un obbligo.

Il campo di applicazione del Titolo decimo prevede che le relative disposizioni “si applicano a tutte le attività lavorative nelle quali vi è rischio di esposizione ad agenti biologici”.

La Suprema Corte è intervenuta in materia e si è orientata in tema di obbligo di informazione dei lavoratori circa i rischi di insorgenza o di aggravamento di malattie comuni con la sentenza della Sezione Lavoro del 16 agosto 2019, n. 21428, in cui si è affermata l’“impossibilità di ritenere che tra gli obblighi informativi di cui all’art. 4, lettera b, del DPR n. 303/1956 sia da ricomprendere il dovere di rendere edotti i lavoratori dei modi di prevenire anche i danni esulanti dai rischi connessi allo specifico obbligo di protezione e prevenzione previsto dalla norma (rischi derivanti dalle attività di cui all’art. 1 comma 1 che individua il campo di applicazione dello stesso decreto); negli stessi termini l’art. 18 D.lgs 9.4.2008 n. 81 prescrive obblighi informativi connessi ai rischi delle attività svolte”.

L’ambiente di lavoro comporta un significativo e qualificato innalzamento o dei livelli di esposizione a un certo pericolo o della probabilità (o gravità del danno in caso) di concretizzazione di un certo rischio, il quale sarà quindi un rischio specifico di quella attività lavorativa.

L’attività lavorativa in tal senso, intesa sia come condizioni di lavoro che come contesto ambientale in cui viene a svolgersi la prestazione, è causa di un innalzamento del livello di esposizione al rischio rispetto a quello “socialmente accettato” nella comunità cui appartiene il lavoratore.

Riscontrare pertanto una inidoneità preventiva del proprio sistema di sicurezza rispetto al nuovo coronavirus deve comportare l’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) che racchiude rischi e misure di prevenzione per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro, documento obbligatorio per tutte le aziende con almeno un dipendente, adottando le misure di prevenzione e protezione necessarie per garantire il controllo dell’esposizione a tale rischio.
L’approccio a questo problema da parte delle Regioni ha prodotto risposte differenziate.

La Regione Veneto, nella nota COVID-19, indicazioni per la tutela della salute negli ambienti di lavoro non sanitari del 2 marzo 2020, ha sostenuto che “in tale scenario, in cui prevalgono esigenze di tutela della salute pubblica, non si ritiene giustificato l’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi in relazione al rischio associato all’infezione da SARS-CoV-2, (se non in ambienti di lavoro sanitario o socio-sanitario, esclusi dal campo di applicazione del presente docu-mento, o comunque qualora il rischio biologico sia un rischio di natura professionale, già presente nel contesto espositivo dell’azienda)”. Analogamente, nelle FAQ pubblicate dall’Agenzia Tutela della Salute Insubria si indica che il Documento di Valutazione dei Rischi deve essere aggiornato “laddove vi sia un pericolo di contagio da COVID-19 aggiuntivo e differente da quello della popolazione in generale”.

Dello stesso avviso è stata anche Assolombarda servizi, salute e sicurezza sul lavoro in merito a coronavirus e valutazione dei rischi.

Posizione diametralmente opposta è stata assunta dalla CGIL Lombardia, la quale ha affermato la sussistenza di un obbligo per tutti i datori di lavoro di aggiornare la valutazione dei rischi alla luce della nuova epidemia in atto.

È da ricordare che già la Cassazione, Sezione Lavoro, il 23 maggio 2018, con sentenza n. 12808, aveva indicato in materia di stress lavoro-correlato che “deve evidenziarsi il rilievo, in sede penale, dell’omessa o carente effettuazione della stessa valutazione del rischio in questione, che, lo si rammenti, determina l’insorgere di una responsabilità penale in capo al datore di lavoro che prescinde da qualsiasi eventuale conseguenza negativa che possa interessare i lavoratori ed è modellata come fattispecie di carattere omissivo”

Nella sentenza della Cassazione Penale, sez. IV, 9 novembre 2017, n. 52536, si richiama la posizione di garanzia in capo al datore di lavoro per la protezione dai rischi del lavoratore. Tale posizione, in forza dell’art. 2087 c.c. 23, appartiene alle posizioni di controllo, essendo il titolare dell’Azienda tenuto a proteggere i lavoratori (e chiunque sia esposto agli effetti della attività lavorativa) da tutti i rischi scaturenti dall’attività di Azienda e soltanto da questi.

Allo scopo di uniformare i comportamenti è intervenuta la circolare del 3 febbraio 2020 del Ministero della Salute, avente ad oggetto “Indicazioni per gli operatori dei servizi/esercizi a contatto con il pubblico”, ove si afferma che per prevenire il contagio nei luoghi di lavoro è sufficiente adottare le comuni misure preventive della diffusione delle malattie trasmesse per via respiratoria.

Successivamente è stato prodotto il Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus COVID-19 negli ambienti di lavoro sottoscritto da Governo, organizzazioni datoriali e sindacali in data 14 marzo 2020 che richiama il DPCM dell’11 marzo 2020 in materia di contenimento della diffusione del virus.

Le innovazioni introdotte dal Protocollo, buona prassi in linea con l’art. 2, lett. V, del D.lgs. n. 81/2008, riguardano l’informazione da erogare a vantaggio dei dipendenti, le modalità di controllo degli accessi, la pulizia dei locali aziendali, la gestione degli spazi comuni, l’organizzazione aziendale, la sorveglianza sanitaria, la cancellazione di trasferte e di eventi in presenza e la gestione di persone sintomatiche in azienda.
Il ricorso alla modalità di lavoro da remoto è una delle modalità preventive richiamate dal Protocollo.

Fra le misure raccomandate emerge in primo luogo la norma igienica consistente nel lavarsi frequentemente le mani. La circolare del Ministero della Salute del 22 febbraio 2020 ha poi raccomandato l’impiego di gel con una concentrazione di alcol del 60-85%.

Fig 1 Martelloni

Fig 2 Martelloni

Sono stati diffusi opuscoli informativi o affissi nei luoghi di lavoro per illustrare i comportamenti da tenere per garantire una corretta igiene e un corretto distanziamento sociale, compresa la proibizione degli assembramenti.

Nella circolare del 3 febbraio sono state date indicazioni su utilizzo di camici, guanti e respiratori facciali filtranti, mascherine chirurgiche, FFP2 e FFP3, necessarie, queste ultime, per le procedure di lavoro che generano aerosol.

Il legislatore ha comunque introdotto una norma generale importante convertendo il testo del Decreto legge 23 febbraio 2020, n. 6 in legge di conversione 5 marzo 2020, n. 13, recante “Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”.

All’articolo 1, comma 2, lettera h, si disponeva l’“applicazione della misura della quarantena con sorveglianza attiva agli individui che hanno avuto contatti stretti con casi confermati di malattia infettiva diffusiva”. Si affermava in altre parole la predominanza del principio di esposizione al virus come motivazione per applicare la misura della quarantena con sorveglianza per i soggetti esposti a causa di contatti stretti con soggetti infettati confermati COVID-19 positivi. Tale norma faceva prevedere una necessaria applicazione anche in ambito lavorativo sanitario come norma di garanzia per impedire la diffusione della malattia infettiva pandemica sia a carico di altri lavoratori sia a carico dei pazienti assistiti entrambi COVID negativi. Il legislatore è invece intervenuto col Decreto legge 9 marzo 2020 n. 14, Disposizioni urgenti per il potenziamento del Servizio Sanitario Nazionale in relazione all’emergenza COVID-19, e all’art. 7, comma 1, ha disposto in materia di “Sorveglianza sanitaria” che “la disposizione di cui all’articolo 1, comma 2, lettera h), del decreto legge 23 febbraio 2020, n. 6, non si applica agli operatori sanitari e a quelli dei servizi pubblici essenziali che vengono sottoposti a sorveglianza. I medesimi operatori sospendono l’attività nel caso di sintomatologia respiratoria o esito positivo per COVID-19”.

Fig 3 Martelloni

Fig 4 Martelloni

Il risultato di questa norma è stato quello di indebolire tutto il sistema di difesa delle strutture sanitarie e socio-sanitarie, creando oltretutto una disparità di trattamento con gli altri operatori del Sistema Sanitario Nazionale non sanitari e determinando, anche a fronte di esposizioni certe, anche extralavorative, che gli operatori sanitari, medici e non medici, comunque andassero a lavorare, diventando una fonte di infezione più probabile che non, fatto che può esporre lo Stato a numerose cause civili di risarcimento danni a terzi per aver creato condizioni normative favorevoli alla diffusione della pandemia. Correggere questo quadro legislativo è quindi indispensabile.

A conferma intervengono i dati INAIL su infortuni da COVID-19. L’INAIL, infatti, a fronte di un importante intervento di tutela anti-infortunistica, ha affermato che il fenomeno dell’epidemia tra gli operatori sanitari, il quale sicuramente per questo ambito di rischio ha nel contesto lavorativo la fonte di maggiore pericolosità, ha fatto emergere con chiarezza come il rischio da infezione in occasione di lavoro sia concreto ed ha determinato, come confermato anche dalle ultime rilevazioni, numeri elevati di infezioni –pari a circa il 10% del totale dei casi – e numerosi decessi, fenomeno comune ad altri paesi colpiti dalla pandemia. Alla fine di dicembre 2020 il dato sugli operatori sanitari è di quasi 90mila operatori contagiati da inizio pandemia e di 274 medici deceduti. Gli ultimi dati fotografano il pesante tributo pagato dal personale delle strutture sanitarie nella lotta quotidiana al coronavirus. La Sorveglianza integrata Covid-19 a cura dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha reso noto che, su 2.019.660 casi di contagio da Sars-CoV-2 avvenuti in Italia dall’inizio della pandemia al 27 dicembre, 89.879 hanno riguardato infatti gli operatori sanitari. Negli ultimi 30 giorni del 2020, oltretutto, 413.381 sono stati i casi totali di positività diagnosticati nel nostro Paese, di cui 16.923 tra gli operatori sanitari.

massimomartelloni.prof.@gmail.com