Piazza a Firenze vicino all’ospedale di Careggi

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Quei tempi trascorsi nuotando lungo gli scogli del Molo Novo, remando lungo i canali della Venezia o tirando di scherma nella palestra Fides sotto la rigida disciplina di Nedo Nadi gli servirono a forgiare non solo il fisico, paragonato da Luisa Adorno a quello di un eroe omerico, ma anche e soprattutto il carattere. Rimase in lui sempre pronto il gusto della sfida, la volontà tenace di raggiungere nuovi traguardi, la capacità di osare, il desiderio di primeggiare, una grande capacità di applicarsi e di lavorare tenacemente per raggiungere gli obiettivi desiderati.

Una cosa non faceva parte del suo carattere: la superbia. Era anzi schivo, portato alla modestia anche per un’innata timidezza, restio a gloriarsi, pronto invece a sminuire le proprie grandi capacità. Sempre vicino alle persone umili e semplici, portato ad ascoltarle e ad aiutarle disinteressatamente. 

Assoluta la sua intransigenza di fronte ai doveri della professione intesa come disciplina clinica e ricerca della verità scientifica. Non apprezzava i furbi e gli sfaticati ma dall’alto di una cristallina onestà intellettuale, di una profonda umanità e di una giornaliera dedizione che non badava ai giorni festivi o alle ferie insegnava come spetti al chirurgo, oltre alla cura del malato, stabilire la verità scientifica, approfondire le conoscenze patologiche e migliorare anno per anno i risultati. 

Certo aveva una fede assoluta nella potenza della Chirurgia ma sapeva bene quando osare e quando era inutile correre rischi perché la malattia, spesso quella del cancro, era troppo avanzata. 

Queste doti lo hanno portato a una vita di sacrifici, difficile e lunga, sicuro tuttavia del risultato finale. 

Cominciò la sua carriera di chirurgo tardi,dopo una lunga attività di anatomopatologo. 

La sua passione per l’inquadramento patologico e l’approfondimento diagnostico non si interruppe negli anni del dopoguerra, durante i quali si dedicò a ulteriori lavori monografici, completi ed esaurienti, con disquisizioni critiche, scritte in un chiaro e perfetto italiano (quella stessa chiarezza che era a lui abituale facendo lezioni o conferenze), sui tumori della notocorda, gli igromi, la sindrome del lobo medio e quella sindrome da lui identificata e che negli attuali trattati chirurgici viene definita come “di Tonelli”, la sindrome del legamento triangolare del polmone. 

Accanto a queste ricerche più dottrinali e di inquadramento nosologico, non prive di spunti di grande modernità rappresentati dalla ricerca di spiegazioni anche molecolari allora possibili solo con le colorazioni dei preparati istologici, si inserivano lavori sperimentali di fisiopatologia e di farmacologia: la ricerca sugli effetti rigenerativi della mucosa gastrica dopo vagotomia, la dinamica renale nella coartazione aortica, le variazioni della colinesterasi sierica nel decorso postoperatorio, i limiti e la tolleranza di chiusura delle vene cave nell’ipotermia profonda.

La sua carriera chirurgica universitaria si svolse in varie città italiane: nel 1954 fu professore di Patologia Chirurgica e Propedeutica Clinica nell’Università di Perugia; nel 1961-63 professore di Clinica Chirurgica nell’Università degli Studi di Pisa e dal 1963 al 1991 professore di Patologia Chirurgica prima e di Clinica Chirurgica poi presso l’Università degli Studi di Firenze. Eseguì circa 70.000 interventi (più di 8.000 a Perugia, 4.000 a Pisa, 60.000 a Firenze) di Chirurgia Toracica, Addominale e Vascolare. 

Ebbe numerosi allievi che hanno ricoperto cattedre universitarie e primariati: Giovanni Allegra, Domenico Bertini, Camillo Cortesini, Giorgio Bucciarelli, Francesco Andreoli, Clemente Crisci e Paolo Bechi che sono stati docenti di chirurgia nell’Università di Firenze, Luigi Cancellotti primario a Marsciano e Bernardo Torchiana primario a Prato. 

Continuò fino agli ultimi giorni della sua vita, spentasi il 15 maggio 2006 all’età di 92 anni, a studiare e a stimolare alla ricerca chi gli stava vicino. Per lui era chiaro che il chirurgo ha un grande vantaggio sullo scienziato di base che lavora confinato nel laboratorio: quello di confrontarsi giornalmente con problemi clinici cui dare una soluzione ed è quindi estremamente stimolato nel proporre progetti o nuove soluzioni che debbano però passare dalla verifica in laboratorio o dalla sperimentazione nell’animale. 

Quindi sono i chirurghi a coinvolgere i ricercatori puri e oggi è essenziale che nel bagaglio culturale del chirurgo vi siano conoscenze di biologia molecolare o di genetica grazie alle quali è possibile capirsi e lavorare insieme.

Alla cerimonia che si è svolta lo scorso 18 dicembre per intitolare una piazza posta vicino ai luoghi dove Luigi Tonelli lavorò si attengono le parole pronunciate all’inizio del ’900 da un illustre clinico chirurgo, il professor Enrico Burci, nell’occasione dell’inaugurazione del busto di un altro grande chirurgo, Francesco Colzi: “Per noi sarà come un nume tutelare. Alle schiere degli studenti che accederanno alla Clinica per apprendere la Chirurgia verrà additato sovente affinché dalla sua memoria possiate trarre ispirazione a buone e utili cose e agli esempi di virtù e di lavoro che Egli ha lasciato possiate per il bene vostro e della società uniformare la vostra condotta”. 

Sarebbe bene che gli studenti di Medicina tenessero sempre presente il grande insegnamento che le figure mediche del passato possono dare loro.

 

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