Ricordo di Andrea Lopes Pegna

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Andrea Lopes PegnaMi hanno chiesto di scrivere qualche pensiero in ricordo di Andrea in quanto sua vecchia collega di Villa d’Ognissanti, lo storico presidio della Tisiologia e poi della Pneumologia fiorentina.

Ho trovato queste mie foto del nostro iniziale vecchio presidio ospedaliero e poi sono rimasta a lungo a pensare di fronte a questo foglio ancora bianco.

Tanti ricordi si sono ripresentati nella mia mente. Lontani ma sempre vivi, legati sicuramente di più al periodo di vita lavorativa iniziale degli oltre venti anni a Villa d’Ognissanti, che siamo stati co-stretti a lasciare nel 2001 per poi peregrinare fra CTO, San Luca Nuovo e infine il nuovo padi-glione del Pronto Soccorso, perdendo in parte la nostra identità di struttura e di coesione. Nel 1974 ero una giovane frequentatrice volontaria nella Divisione del Professor Carlo Marino, ancor prima della laurea. Andrea, un po’ più grande di me, cominciò a lavorare nella Divisione del Pro-fessor Franco Nozzoli nel 1975. Ma, anche se la nostra era dunque una conoscenza di vecchia data, non ci siamo mai frequentati al di fuori dell’ambiente lavorativo.

Pur prestando servizio in Divisioni differenti, abbiamo avuto negli anni tanti contatti per discutere di pazienti in comune, oppure più fugacemente per passarsi le consegne dopo la mattina, dopo i turni pomeridiani e infine per condividere eventuali problemi insorti nel corso della guardia not-turna prima di smontare dal lavoro. Ricordo che abbiamo avuto modo di avvicendarci molte volte in questa routine per tanti, tanti pomeriggi, tante festività, tante notti… Andrea era sempre al suo posto, lavorando con impegno e dedizione. La nostra collaborazione e frequentazione si sono in-tensificate da quando mi sono dedicata prevalentemente all’attività endoscopica bronchiale. Ab-biamo collaborato per anni discutendo casi di pazienti affetti da neoplasie polmonari, che lui mi affidava per broncoscopie diagnostiche e per lo studio con lavaggio broncoalveolare nei casi di patologie autoimmuni polmonari e interstiziopatie, e abbiamo presentato in alcuni convegni casi-stiche e relativi risultati comuni.

Dal 2015 ho cambiato sede di lavoro quindi le occasioni di frequentarci si sono molto diradate, anche se occasionalmente è capitato di confrontarci per qualche paziente in comune. La sua di-sabilità negli anni è diventata sempre più presente ma non gli ha impedito di continuare a fre-quentare l’ospedale di Careggi dopo il suo pensionamento e di tenere le discussioni al gruppo multidisciplinare oncologico del polmone, il GOM, di cui era stato coordinatore per alcuni anni.
Ho sempre ammirato Andrea per il suo coraggio e l’incrollabile volontà di vivere, combattere e stu-diare sempre, aggiornandosi continuamente. In questi ultimi anni ho casualmente e curiosamente intrapreso tramite whatsapp un certo rapporto “epistolare” con Andrea e ho così scoperto un suo lato spiritoso, non professionale, che non conoscevo.

È stata una simpatica sorpresa. Ciao Andrea.

Nirvana Stanflin

Ho conosciuto Andrea giovanissimo medico impegnato nella politica della salute.

Erano gli anni del dibattito sulla riforma sanitaria e Andrea aveva ben capito che non si discuteva di una mera riorganizzazione dei servizi medici ma dell’affermazione di un grande principio di ci-viltà, la lotta alle disuguaglianze. Il convincimento che l’universalità del diritto e l’uguaglianza delle prestazioni fossero un grande passo avanti per l’umanità era vivissimo nei sostenitori del Servizio Sanitario Nazionale.

Da allora Andrea si è battuto per la sanità pubblica, non è mai stato un pentito della riforma, ha difeso i valori in cui ha sempre creduto.

Così lo ricordo nei miei anni di presidenza dell’Ordine e del Consiglio Sanitario Regionale: un collega coltissimo ed esperto sul piano professionale e un convinto sostenitore del diritto dei citta-dini, un laico pur nell’impegno religioso, sempre amichevole e sereno, portato a creare un clima disteso ma, nello stesso tempo, deciso e duro nel difendere l’interesse dei malati e la qualità della professione.

La sua scomparsa dopo una lunga sofferenza è una grave perdita per la medicina e un grande dolore per me, che mi fa sentire vicino a Giovanna nella memoria di un amico e di un vero medico.

Antonio Panti

“Aiutatemi a capire”. Questo l’oggetto della sua ultima mail, dove Andrea non chiedeva aiuto per sopportare la sua crescente invalidità, a questo ci ha pensato per tanti anni la moglie Giovanna, fino all’ultimo minuto, con smisurata dedizione. Animato da quell’umiltà che solo i grandi possie-dono, Andrea s’interrogava sulle ragioni delle marcate differenze di mortalità e letalità della Co-ViD-19: consapevole della complessità del tema, invece che lanciarsi in conclusioni e giudizi af-frettati, preferiva percorrere la strada della ricerca, della verifica delle ipotesi.

Dotato di profonda onestà intellettuale, sostenuto da una cultura immensa, Andrea ha sempre proposto un metodo argomentativo che affondava le sue radici nella grande tradizione ebraica e sapeva trascendere la dimensione strettamente religiosa o spirituale per allargarsi ai diversi oriz-zonti che caratterizzano la nostra società plurale.

Per questo soleva ricordarci che “dobbiamo essere sempre aperti verso l’altro come aperta in avanti è la lettera bet. Secondo le interpretazioni date dai cabbalisti, con la bet, la cultura ebraica pone a proprio fondamento un modello dialettico, che nega il dogmatismo e l’integralismo, affer-mando che la dimensione pluralistica e dialogica è fondamentale”.

Negli anni Andrea ha sviluppato un’empatia cognitiva tanto maggiore quanto più è andata dimi-nuendo la forza dei suoi muscoli: la sua disabilità gli ha permesso di sviluppare un’eccezionale sensibilità a riconoscere e comprendere le sofferenze dei pazienti, con i quali sapeva stabilire una relazione che andava ben oltre quella tecnico-professionale.

Naturale conseguenza è stato il suo impegno come bioeticista, difensore convinto e appassionato del diritto delle persone all’autodeterminazione, soprattutto nell’ultima fase della vita. Finché non è giunto il tempo, anche per se stesso, della scelta di quale dovesse essere la Cura più rispettosa e giusta.

Alfredo Zuppiroli

Fig1 ricordo

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