Amorevoli convicini, non è vero che c’habbiamo la peste

Esther Diana

 

Esther Diana
Fondazione Santa Maria Nuova, Onlus - Firenze

 

Le contingenze del momento hanno riproposto un tema che avevamo dimenticato certi che appartenesse al passato; a quel mondo occulto dove la malattia conservava – anche quando più conosciuta – un alone di mistero e superstizione all’interno del quale il termine “contagio” costituiva, di quel sapere contrastato, la massima esemplificazione. Oggi – nonostante tutto il progresso che la scienza e la medicina in particolare hanno conseguito – ci troviamo a trattare ancora l’argomento quasi con la stessa angoscia e lo stesso stupore.

Sul “contagio” molto è stato scritto in quest’ultimo anno: forse anche troppo. Toscana Medica ne ha trattato con intelligenza suscitando molto interesse. Abbiamo “assaporato” i testi di Riccardo Beconcini e di Barbara Affolter che ci hanno presentato, per le criticità sanitarie incorse a Firenze, l’operosità elargita da un ente laico privato quale la storica Misericordia.

Ebbene, nei prossimi appuntamenti, questo stesso argomento verrà trattato dal punto di vista dell’autorità pubblica, ovvero di come l’emergenza sanitaria tra i secoli XV e XVII è stata gestita dallo Stato, organizzata dai suoi organismi e applicata dai suoi funzionari senza dimenticare come ciò è stato vissuto nella quotidianità da quegli “huomini dabbene” o “huomini da poco” in cui era suddivisa la società fiorentina.

Prima regola dello Stato: negare il contagio

Durante le epidemie pestose del Cinquecento ma, soprattutto, per la peste del 1630-31, lo Stato viene a conoscenza di un contagio in atto tramite tre strade: quella dei “sentito dire” più o meno autorevoli di cui ne sono araldi i viandanti, i pellegrini, i mercanti, i nobiluomini in viaggio da una corte principesca all’altra; quella ufficiale (ma assai rara) proveniente direttamente dallo Stato colpito; infine, quella rivelata dai referenti sanitari delle città o terre soprattutto di frontiera che, dai mercanti in transito, raccolgono le notizie trasmettondole poi alla Magistratura degli Ufficiali di Sanità.

È a questo punto che si attivava la macchina burocratica di allerta. Infatti, a questo Ufficio spettava il compito di inviare sul posto propri medici per verificare la veridicità delle notizie e, qualora la malattia fosse stata accertata, ingiungere ai podestà di tutte le città, dei borghi e dei castelli del dominio (specialmente quelli confinanti con i luoghi infetti) di predisporre guardie alle porte cittadine e lungo le strade che conducevano alle frontiere per interdire l’accesso a uomini e merci. A leggere la documentazione pervenutaci sull’argomento così ricca di norme e regolamenti – tutti tendenti a subordinare l’agire dei singoli e dello Stato al conseguimento del “bene universale” – nasce immediato il plauso per la meticolosità e l’incisività di questa normativa. In realtà, ieri come oggi, nulla è perfetto ed è proprio sul tema del “chiudere” le frontiere – ovvero i commerci – che si evidenziano i primi “cedimenti” del sistema che inducono all’elusione delle notizie e spesso ai compromessi.

Chiudere le comunicazioni con una città, con uno Stato – ieri come oggi – significa interrompere traffici e mercati quindi nella pratica comportare miseria per le categorie sociali già deboli ma anche proibire introiti alle categorie più elitarie, quelle, in sintesi, che reggono l’economia e le finanze dello Stato stesso.

Così l’ente pubblico è indotto a prendere tempo mediante silenzi diplomatici o tramite risposte sibilline del tipo: “un pocho di peste ch’ha colpito… se ne vede già la guarigione”; “piace a Iddio lavercene liberato subito”; “et però si spera che non essendo infezione dell’aria sia per risolversi presto”. In tale contesto acquista importanza quel “gioco di alleanze” che, a seconda degli interessi politici o economici intercorrenti tra i vari Governi, detta le regole dei comportamenti da adottare. Si sta a vedere cosa farà il “vicino”: chiuderà le proprie frontiere? disdetterà quel mercato? quella fiera?

La diplomazia spesso rappresenta l’unica strada da intraprendere: le lettere che intercorrono tra i vari organismi statali demandati all’informazione sanitaria sono sempre molto formali, quasi ossequiose; raramente esternano ira per mancate omissioni, per ritardi; sempre viene invocato l’intervento di Dio quasi che sia la sua volontà – e non il comportamento dell’uomo – ad accrescere o affievolire la virulenza del male. In ultimo, queste missive rivelano un’ulteriore ipocrisia: ovvero sollecitano a fornire ragguagli e aggiornamenti sul dilagare del morbo anche se si sa in partenza che le notizie che giungeranno saranno comunque parziali se non mendaci.

Emblematica la missiva – tra l’adirato e l’ironico – che la Repubblica di Lucca invia a Firenze nell’agosto del 1630: “Non possiamo negare che la lettera delle SS. VV. di questa settimana non ci habbia apportato notabilissimo disgusto e messoci in gran pensiero e travaglio perché se bene […] si dicano che le malattie che sono nella città loro sono cagionate da patimenti, nondimeno sogiungono che per lo più sono petecchie con qualche bolle, ma no reputata però contagiosa guarendone di molti. Questi nostri medici ci assicurano che mentre vi siano le petecchie con le bolle dubitano che no’ possa esser mal contagioso […]. Crediamo che sia anche interesse delle SS. VV. che il male si allarghi meno che sia possibile, così le preghiamo a’ significarci con quella sincerità che è propria di loro medesimi, sullo stato che si trovano cotesti malati”.

La disinformazione colpisce soprattutto il popolo. Si tenta di tenerlo all’oscuro fin tanto che si può proprio per non fomentare quella circolazione di “sentito dire” che, tuttavia, non si riesce mai del tutto a precludere. Il 1592 è per Firenze un anno difficile: già dal febbraio Livorno e Portoferraio devono vietare l’attracco ai vascelli provenienti dalla Catalogna, e da Marsiglia; ciò nonostante, nel giugno di quello stesso anno la peste sbarca all’isola d’Elba condottavi dalla Santa Maria, una nave proveniente da Alicante che ha eluso la quarantena attraccando di nascosto a Portoferraio dopo averne corrotte le guardie. Già da tempo Firenze ha dovuto chiudere anche le sue frontiere ai commerci con la Valtellina e la Terra dei Grigioni invase dalla pestilenza. Il 1592 è l’anno della violenta epidemia che dall’Isola di Candia si allargherà a Malta, alla Sicilia, all’Inghilterra per giungere, nell’anno successivo, a interessare decisamente le città italiane di Milano, Ferrara, Parma, Venezia.

È dunque uno Stato accerchiato, in allerta, quello toscano di questo momento. La sua attività preventiva contro l’epidemia va di pari passo con l’esigenza di salvare l’immagine di estraneità a quel “mal di contagio” che, colpendo l’Elba, ha gettato sospetto sull’intero Stato come già inizia a trapelare da alcune richieste di ragguagli sanitari che governi confinanti reclamano.

Per questi motivi non può tollerare nessuna “cappellata” individuale come, ad esempio, quella di cui è protagonista un povero medico di Scarperia di cui Firenze viene a conoscenza per il suo prodigarsi a informare i compaesani che sta curando un malato di peste nell’intento di metterli in guardia dal frequentare la casa infetta. Tale notizia giunge nella capitale suscitando allarme. La naturale barriera degli Appennini, schermo ideale protettivo contro qualsiasi ingresso indesiderato nel Granducato, è stata superata: quella Terra è già contado fiorentino.

Ferdinando I dei Medici si affretta a chiedere informazioni al Magistrato di Sanità che non sa nulla ma che è pronto a inviare propri medici a controllare. Di questo sopralluogo ci è pervenuto l’ultimo atto: la lettera che il 18 giugno 1593 gli ufficiali inoltrano al Sovrano e nella quale si legge: “Habbiamo trovato no’ essere cosa alchuna ma solo essere stata una chavata del medico residente in detto luogo, al quale habbiamo fatto intendere per via ordinaria che comparisca dinanzi a noi et nostro Magistrato per dimostratione di che maniera deve procedere in simili occasioni e che renda ragione della voce da lui divulgata”.

Un falso allarme, dunque, e l’esito felice non distoglie dal doverlo considerare un atto grave. Non è l’accusa di aver errato la diagnosi a essere fulcro della vicenda, bensì l’aver agito di testa propria. Ecco perché quel medico deve comparire dinanzi al Magistrato: lo si deve non solo redarguire ma, soprattutto, catechizzare su come deve procedere in simili questioni. La qualcosa va letta fra le righe: a te il compito di una diagnosi corretta, a noi (organo statale competente) l’onere di scegliere il modo di gestire e divulgare quella diagnosi, qualunque essa sia, secondo le forme che via via appariranno essere le più idonee.

Nulla ci è dato di sapere sulla sorte di quel medico incauto (o forse lungimirante?); tuttavia, il suo nome non compare negli anni successivi quale “medico del luogho di Scarperia”.


dianadionisio@tiscali.it