La responsabilità del medico di base in tema di certificazione anamnestica finalizzata al rilascio del porto d’armi

Leonardo BianchiniLeonardo Bianchini, Iscritto all’Albo degli Avvocati di Firenze e delle Giurisdizioni Superiori, opera nell’ambito del diritto civile e amministrativo. Nel civile presta assistenza e consulenza in tema di responsabilità nell’esercizio delle attività professionali del settore sanitario. Nel diritto amministrativo presta assistenza e consulenza nelle procedure di appalti, concorsi pubblici, responsabilità contabile

 

Il rilascio del porto d’armi rappresenta un momento di particolare delicatezza nel rapporto medico/paziente a livello di medicina generale. Dubbi e domande di grande interesse e utilità.

 

Parole chiave: responsabilità medica, medicina generale, porto d’armi, certificato anamnestico

 

Un quesito dagli effetti molto delicati che un medico di base (convenzionato con il Sistema Sanitario Nazionale) si può porre è inerente al suo profilo di responsabilità dinanzi al rilascio di un certificato anamnestico che un suo assistito può richiedergli ai fini dell’ottenimento del porto d’armi.

Ciò che più può preoccupare il professionista non può certamente essere quanto lo stesso certifica nel momento istantaneo nel quale effettua la propria visita accertandosi in modo veritiero, per scienza e coscienza, del pieno stato di idoneità dell’assistito. Si dà infatti per scontato che il medico non possa mai sottovalutare ogni rischio penale in capo al medesimo, conseguente alla propria anamnesi, laddove la stessa non venga condotta in modo approfondito avendo anche riguardo alla “storia clinica” del paziente, causalmente indirizzata a verificare ogni patologia potenzialmente atta a limitare la piena capacità di intendere e volere del soggetto e financo indagatoria circa l’assunzione di medicinali che abbiano rilevanza nella cura di malattie invalidanti la psiche o il sistema neurologico.

Ciò che invece può destare preoccupazioni nel medico di base è la circostanza che il medesimo, avendo spesso in cura il paziente per un lungo periodo di tempo successivo alla certificazione di idoneità originariamente rilasciata ai fini della concessione del porto d’armi, venga incidentalmente a conoscenza (proprio per il rapporto di fiducia instaurato negli anni) di un’intervenuta diminuita capacità cognitiva del paziente stesso il quale, ad esempio per una sopraggiunta patologia di decadimento cognitivo, si trovi costretto all’assunzione di farmaci (talvolta prescritti dallo stesso medico di base), che ne minino consistentemente le proprie ordinarie funzioni psico-fisiche.

In tali circostanze l’interrogativo del professionista potrebbe essere: “avendo in passato certificato l’idoneità di Tizio ai fini del rilascio del porto d’armi ed apprendendo oggi di una intervenuta patologia invalidante sotto il profilo cognitivo a carico di Tizio, ho un obbligo di segnalare detta circostanza all’Autorità? Qualora omettessi di farlo e Tizio commettesse un grave delitto con l’uso delle armi in suo possesso, posso temere qualche responsabilità a mio carico?”.

Riportando su un piano più squisitamente giuridico detto legittimo interrogativo, si tratta di verificare se, in una logica di bilanciamento degli interessi protetti dall’ordinamento, deve prevalere l’obbligo in capo al medico al segreto, previsto dall’art. 622 c.p. che prescrive il divieto di non rivelare senza giusta causa una notizia riservata appresa in coincidenza dello svolgimento della professione, ovvero debba darsi precedenza, e quindi maggior valore, all’obbligo di segnalazione alla Pubblica Autorità di un fatto (ovvero l’insorgenza di una patologia fortemente incompatibile con il possesso di un’arma in capo ad un soggetto già in passato certificato dallo stesso medico come “idoneo” a richiederne il porto) onde prevenire/scongiurare gravi delitti contro la persona astrattamente ipotizzabili.

Ai fini del corretto inquadramento del quesito merita analizzare una fattispecie passata al vaglio della Corte di Cassazione penale (sez. IV n. 4107 del 12.11.2008).

Il giudice di legittimità ha avuto modo di circoscrivere la condotta nel concorso colposo ritenendola configurabile anche rispetto al delitto doloso, sia nel caso in cui la condotta colposa concorra con quella dolosa alla causazione dell’evento secondo lo schema del concorso di cause indipendenti sia in quello della cooperazione colposa purché, in entrambi i casi, il reato del partecipe sia previsto dalla legge anche nella forma colposa e nella sua condotta siano presenti gli elementi della colpa, in particolare la finalizzazione della regola cautelare violata alla prevenzione del rischio dell’atto doloso del terzo e la prevedibilità per l’agente dell’atto del terzo.

In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto configurabile il concorso colposo dei medici che avevano consentito il rilascio del porto d’armi a un paziente affetto da gravi problemi di ordine psichico, nei delitti dolosi di omicidio e lesioni personali commessi dal paziente il quale, dopo aver conseguito il porto d’armi, aveva con un’arma da fuoco colpito quattro passanti, ucciso la propria convivente e una condomina, e infine si era suicidato.

Lo schema sopra evidenziato sembra gettare un consistente “carico” in capo al professionista sanitario ma, come ogni sentenza, non si può prescindere dall’esaminare la concreta fattispecie oggetto di giudizio per gradarne gli effetti sostanziali e astrarre dal principio enunciato gli effetti concreti applicati al quesito oggetto di indagine nel presente articolo.

La fattispecie oggetto di decisione dei giudici di legittimità ha infatti esaminato i seguenti fondamentali aspetti:

  • dalle indagini condotte dalle Autorità nell’immediatezza del fatto di sangue emergeva che il responsabile aveva manifestato da tempo una grave sofferenza psichica; all’atto della visita medica per il servizio militare, era stata formulata la diagnosi di “personalità fragile e tratti schizoidi” e successivamente un “disturbo ossessivo compulsivo”. Il soggetto era stato in cura presso diversi medici psichiatri con sottoposizione a terapie farmacologiche di vario tipo senza effetti positivi tanto che, in tre occasioni, aveva tentato il suicidio. In diverse occasioni era stato anche ricoverato presso ospedali e cliniche private;
  • ancora e in un successivo periodo il responsabile era stato in cura presso un medico che gli aveva somministrato un medicinale contenente un principio attivo (sertralina) che inizialmente si era rivelato efficace;
  • sempre successivamente la situazione del paziente si era però nuovamente aggravata tanto che, in un periodo successivo, lo stesso si era reso responsabile di fatti di violenza, di minacce, danneggiamenti e altri episodi che confermavano l’esistenza di una patologia psichiatrica;
  • nonostante tali evidenti patologie, dopo essersi informato presso un’agenzia specializzata per l’ottenimento di documenti e licenze, il soggetto si recava dal proprio medico di fiducia chiedendogli di redigere (su apposito modulo) il certificato anamnestico richiesto per il rilascio di una licenza di porto di fucile a uso sportivo. Il medico rifiutava di rilasciare il certificato precisando di non essere in grado di valutare le condizioni cliniche del paziente e lo stesso si recava quindi dal suo psichiatra, il quale invece rilasciava un certificato di sana e robusta costituzione fisica, oltre a un certificato anamnestico redatto, nella parte espositiva, con grafia diversa da quella con cui era stata redatta la firma, indicante un numero errato della Asl di appartenenza, e alla correzione della data, indicando inoltre che il paziente non faceva uso di sostanze psicoattive ma, contemporaneamente, indicava l’uso di ansiolitici e, infine, dava atto dell’assenza di malattie incidenti sulla capacità di intendere e di volere;
  • ottenuti i due certificati il responsabile si presentava dinanzi al medico militare che, all’esito della visita e in base alla documentazione prodotta, rilasciava il certificato di idoneità per il rilascio o il rinnovo della licenza per il porto d’armi che veniva successivamente rilasciata dalla Questura;
  • entrambi i medici, lo psichiatra e il medico militare venivano quindi rinviati a giudizio e sia in primo grado che in appello venivano condannati per i reati di omicidio colposo e lesioni plurime;
  • secondo il primo giudice (e anche per il giudice di appello) entrambi gli imputati avevano infatti contribuito a cagionare gli eventi con la loro condotta gravemente colposa. Gli imputati dovevano rispondere dell’evento non già a titolo di concorso colposo nel delitto doloso del responsabile (per altro suicidatosi) ma a titolo proprio avendo posto in essere una condotta che aveva avuto influenza decisiva nella determinazione degli eventi che dovevano anche essere ritenuti prevedibili ed evitabili. Inoltre, secondo il primo giudice, le eventuali condotte colpose di chi aveva poi rilasciato il porto d’armi non avevano interrotto il rapporto di causalità tra la condotta degli imputati e l’evento, così come questa interruzione non poteva ritenersi esistente in relazione alla posizione del medico psichiatra per la successiva condotta colposa del medico militare.

La Cassazione con la sentenza richiamata confermava la bontà del ragionamento dei giudici di merito, richiamando quindi il principio in forza del quale è ravvisabile nella condotta colposa dei professionisti medici un concorso diretto e proprio nella causazione dell’evento di reato consumato con l’uso di armi autorizzate al porto in capo a soggetto ab origine inidoneo alla licenza per il suo stato di salute.

La descrizione del fatto connesso alla sentenza fissa alcuni spunti di riflessione dai quali deve trarsi la conclusione e quindi la risposta al quesito oggetto di indagine nel presente articolo.

Detti punti sono così riassumibili:

  1. lo stato patologico del paziente era preesistente e conclamato già al momento della prima visita condotta dallo psichiatra e successivamente avallata dal medico militare;
  2. detto stato patologico era pregresso e radicato nello storiografico sanitario del paziente;
  3. sempre, detto stato aveva manifestato un’apparenza oggettiva laddove associato all’uso di farmaci specifici;
  4. le certificazioni rilasciate dal medico psichiatra erano state ritenute alterate quanto alla forma e al contenuto.

È di tutta evidenza che i punti essenziali evidenziati, laddove correttamente osservati dai sanitari, sarebbero stati perfettamente idonei a verificare le condizioni psico-attitudinali del paziente e che una corretta indagine da parte dei medesimi, ancor più dovuta ai fini del rilascio di una certificazione di cotanta importanza e pericolosità sociale, avrebbe fatto facilmente emergere l’inidoneità del paziente a poter ambire al rilascio del porto d’armi.
Ciononostante gli stessi medici, per mezzo di una condotta omissiva di rilevante gravità rappresentata, quanto allo psichiatra, oltre che da una non corretta indagine dello storiografico sanitario del paziente anche dall’alterazione materiale del certificato dallo stesso rilasciato, non avevano impedito al soggetto di ottenere il rilascio del porto d’armi.

Nel caso di specie viceversa siamo ad analizzare una questione di tutt’altra natura e incidenza oggettiva posto che:

  • il medico ha rilasciato a suo tempo un certificato anamnestico al proprio paziente accertando in quel determinato momento storico la sua perfetta idoneità psico-fisica;
  • successivamente, e in un tempo dilatato rispetto alla certificazione iniziale, quello stesso sanitario, per il fatto di essere a tutt’oggi il medico di base del medesimo paziente, apprende di un suo decadimento cognitivo;
  • il medico di base può avere il dubbio che nel frattempo il paziente abbia ancora la licenza di porto d’armi attiva e sia ancora in possesso di un’arma da fuoco ma, d’altro canto, non ha l’assoluta certezza che invece ciò corrisponda alla realtà (magari perché i figli o che l’Autorità per altre vie e per altri motivi hanno fatto revocare il porto d’armi o questo è stato già revocato per ordine dell’Autorità);
  • il medico di base non ha contezza né tantomeno conclamata evidenza che nel momento in cui visita il paziente e accerta il mutato stato di salute mentale si stia consumando a opera del paziente stesso un delitto perseguibile d’ufficio tale da obbligare il medesimo a emettere un referto volto a segnalare all’Autorità il fatto di reato.

Eseguito pertanto il corretto bilanciamento degli interessi da tutelare è senz’altro possibile affermare che nel caso di specie debba quindi prevalere l’obbligo al segreto da parte del medico di base, nel pieno rispetto, oltre che dell’art. 622 c.p., anche delle normative in materia di riservatezza e privacy e, non ultimo, del codice deontologico.

l.bianchini@lslex.com