La pandemia nelle carceri

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Mirco Capacci

 

Mirco Capacci
Medico di Continuità Assistenziale Carceri di Firenze

 


L’epidemia da SARS-CoV-2 sta mettendo a dura prova i sistemi sanitari di molti Paesi e ne conosciamo tutti le tristi conseguenze sulla popolazione generale. Tuttavia, molto poco è stato detto sugli effetti del COVID-19 nelle carceri.

Il carcere è una comunità chiusa ma, contrariamente a quanto si possa pensare, è molto vulnerabile alle infezioni, come dimostrano diversi studi sulla diffusione dell’influenza nei penitenziari. Questo è dovuto a vari fattori: il sovraffollamento, fenomeno particolarmente rilevante in Italia, l’alta prevalenza di comorbilità (HIV, HBV, HCV, tossicodipendenza e patologie psichiatriche), l’eterogeneità dei servizi sanitari dedicati ai penitenziari e strutture fatiscenti. L’emergenza COVID-19 si è quindi innestata su una situazione già critica.

Le misure adottate dai Ministeri di Giustizia e della Salute per contenere la diffusione del coronavirus sono molteplici: sorveglianza sanitaria attiva (screening quotidiano dei sintomi sospetti e della temperatura corporea) per tutti coloro che accedono in carcere (professionisti o detenuti), isolamento dei detenuti con sintomi sospetti, sospensione dei colloqui de visu tra detenuti e congiunti (misura revocata nel maggio 2020) e politiche di sfollamento (conversione agli arresti domiciliari per le pene brevi).

Tali misure di prevenzione hanno un grave impatto sui servizi sanitari penitenziari e sui detenuti. Ad esempio, l’interruzione dei colloqui con i propri cari, per quanto sostituiti con videochiamate, ha avuto un enorme risvolto psicologico sui ristretti, i quali hanno già limitate occasioni di contatto con gli affetti esterni. Anche l’isolamento sanitario dei detenuti in ingresso o con sintomi sospetti rappresenta una misura gravosa. Mentre per la popolazione generale il concetto di “isolamento” ha una valenza sanitaria, in carcere ha un’accezione tipicamente punitiva e di ulteriore contrazione affettiva e sociale (basti pensare alle difficoltà organizzative per garantire una doccia a un detenuto in quarantena quando i bagni sono in comune oppure all’esclusione dello stesso dalle attività sociali o didattiche).

Ulteriori fattori che rendono difficile applicare le misure preventive per il COVID-19 in carcere sono l’eterogeneità culturale della popolazione detenuta e la fragilità psichica. Immaginiamo, ad esempio, come possa essere difficile l’accettazione della quarantena da parte di un individuo proveniente da Paesi dove è diffusa una concezione animista della medicina, in cui sono estranei i concetti di “virus” e “pandemia” come da noi intesi.

Oltre alle misure restrittive per il contenimento del COVID-19 nelle carceri, più facili da applicare, sono altrettanto necessarie misure di “sollievo” come un aumento della frequenza dei colloqui telefonici, la disponibilità di maggiori beni di conforto (banalmente un televisore può ridurre il peso del tempo speso in solitudine) o una maggior frequenza degli accessi ai servizi sanitari (colloquio con gli operatori). La pandemia ha fatto emergere le difficoltà di risposta del “sistema” carcere alla crescita dei bisogni di salute (e non solo) dei detenuti, difficoltà legata alla cronica insufficienza di fondi. Il COVID-19 dovrebbe rappresentare un’occasione per investire maggiori risorse nel “sistema” carcere (in particolare percorsi educativi, riabilitativi e servizi sanitari) se non addirittura per riformarlo completamente.

mirco.capacci87@gmail.com

“Allora occorre riformare la riforma? No, perché vogliamo riaffermare dopo questa terribile esperienza i valori che sottendono questa scelta di civiltà; sì, se li vogliamo mantenere, perché senza profondi cambiamenti rischiano di diventare inesigibili. Correggere gli errori, adeguarsi allo sviluppo della tecnica. E una politica forte e decisa. Finanziamento, regionalismo, LEA, governance, ruolo dei professionisti e dei cittadini, potenziamento della ricerca, adeguamento degli ospedali e ricostruzione dell’assistenza territoriale. Questi e molti altri sono i ‘cosa fare’ ma poi come fare? e con quali soldi? La conclusione di questa sintetica riflessione non può essere soltanto la speranza. Tutti dobbiamo operare ogni giorno con lo stesso fine che va oltre la cura della gente e implica il prendersi cura delle sorti dell’umanità”

Antonio Panti

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